Alessandro Alfano ha un problema: il nome. Una croce per chi, come lui, «brucia le tappe con intelligenza vivace». Fosse stato un altro, in Italia, avrebbe avuto meno grane. Nel 2009 non sarebbe finito in mezzo ad una bufera per frode informatica (vicenda poi archiviata) perché la Procura di Palermo gli contestava di aver pagato una segretaria, con altri 30 studenti, per farle inserire nel database esami mai sostenuti. Aveva 34 anni; e quel pezzo di carta in Economia e Finanza l’avevo sudato. Nel 2013 un parlamentare di Sel, Erasmo Palazzotto, non avrebbe ritirato fuori una vecchia bega professionale perché si autocertificava direttore generale di Confcommercio in Sicilia quando invece era stato solo direttore provinciale di Agrigento. Così come la storia dell’assunzione alle Poste pilotata (con 160mila euro di mancia) non sarebbe uscita fuori. Ma il fratello (e lui non l’aveva capito) fa il Ministro degli interni, e quindi ora, con quel nome, c’è chi è arrivato a contestargli la passione per le macchine di lusso. Come fosse proibito averne. Angelino, dal canto suo, era in contatto con Giuseppe Pizza (ex-sottosegretario all’istruzione nel Berlusconi III e in prima linea per la rinascita della DC), a cui nel 2014 ha assegnato un incarico come collaboratore dell’Ufficio stampa e da cui sperava di ottenere qualche vantaggio ben sapendo delle attitudini faccendiere da Prima Repubblica. Ora che la cricca di Pizza si è fatta beccare, Alessandro è finito nell’occhio del ciclone, incredulo. E senza il tempo di realizzare il tutto ha scoperto che anche il padre – vecchio democristiano – aveva mandato 80 Curriculum alle Poste per aiutare qualche amico: nel nome della meritocrazia e nel solco dl figlio, l’altro.

«Se sapeva è grave, se non sapeva è anche peggio», diceva nel 2013 Matteo Renzi ad Angelino in merito alla vicenda – nata sotto il naso dell’inquilino del Viminale – della controversa espulsione della famiglia di un dissidente del Khazakistan. Allora non dirigevano il Paese insieme, certo. Ma oggi vale la stessa regola: lui dice di non sapere, che significa incolpare padre e fratello di aver sfruttato la sua posizione con accordi sottobanco; di fatto, però, secondo le carte dell’inchiesta Labirinto, non poteva non sapere. Al contrario di Alessandro, convinto di aver fatto carriera per la sua «personalità eclettica» (come scrive nel suo Cv). Furbo o fesso che sia, mentre si urla contro il becero giustizialismo (becero quando guarda in casa propria, altrimenti vale la solita litania: «Piena fiducia nell’operato della magistratura»), al Ministro dell’Interno va dato atto di non essersi piegato alle circostanze politiche, e di aver mantenuto fede alla linea del partito. Ncd, con 19 parlamentari su 54 coinvolti in inchieste (il 35%), agli scandali infatti non è mai stato allergico: dal concorso esterno in associazione mafiosa all’abuso d’ufficio, dalla turbativa d’asta fino alla corruzione. Il partito, nato nel novembre del 2013 da una costola incrinata del Popolo delle Libertà, ha infatti intrapreso il cammino contrario a quello che il suo leader, Angelino, si augurava già quando ricopriva la carica di segretario del Pdl. Nel 2011, confidando poi nell’effetto sorpresa, dichiarava: «Dobbiamo lavorare per un partito degli onesti». Ad oggi comunque, nonostante tutto, con una manciata di voti e l’obiettivo di impedire a qualunque costo leggi severe su evasione fiscale e mazzette, il gruppo di statisti ce l’ha fatta: è indispensabile al Governo.

Ora però il numero uno è caduto nella trappola delle intercettazioni. Proprio quelle che da anni tenta di arginare. Non è indagato ma nemmeno estraneo, in un modo o nell’altro: e tutti chiedono un passo indietro. Lui sbraita: «Non mi dimetto». E nemmeno dà spiegazioni. Solo che quelle conversazioni, per quanto riprovevoli, nessuno le smentisce. Di più: mentre Alessandro resta al palo, sempre incredulo, il complotto prende piede e qualcuno ricorda come la signora Alfano, Tiziana Miceli (moglie di Angelino) sia un avvocato civilista con diverse consulenze svolte grazie all’interessamento di soggetti vicino al marito. L’inghippo lo tirò fuori l’Espresso l’anno scorso, volarono querele e paroloni, ma mai chiarimenti tali da non lasciar sospetti. Col Pd in imbarazzo, a salvare Angelino è intervenuto a gamba tesa Maurizio Lupi, ex Ministro delle infrastrutture dimessosi per l’accostamento a un giro di tangenti e una chiamata (e un Rolex) a favore del figlio. Ha detto: «Fatti di favoritismi tutt’altro che dimostrati e che sia nel tono che nel contenuto sanno di millanterie (…) Un Paese civile non dovrebbe tollerare queste cose». All’onorevole bisognerebbe invece far sapere che sul Paese civile 70 anni fa Leo Longanesi, rabdomantico, scrisse: «La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: tengo famiglia». Angelino, avendo a cuore la Patria, e i grandi maestri, c’è il sospetto abbia preso alla lettera il consiglio. E qualcuno lo spieghi ad Alessandro; convinto dei successi ottenuti grazie all’abilità di chi «non ha mai dovuto indossare maschere». Tranne quella degli Alfano.