Tra le nevicate e gli snervanti scuotimenti del nostro Appennino centrale, i principali quotidiani hanno avuto modo, in questo inizio anno, di occuparsi di un deciso revirement nella vicenda di Stefano Cucchi, giovane geometra romano arrestato nell’ottobre 2009 dai Carabinieri, essendo stato trovato in possesso di 28 grammi di hashish e di qualche grammo di cocaina, e deceduto, si sospetta, a seguito di un pestaggio da parte dei medesimi. Infatti, a seguito dell’arresto, avvenuto il 15 ottobre 2009 e convalidato due giorni dopo (già all’udienza di convalida Cucchi presentava a detta di testimoni ecchimosi e difficoltà nell’eloquio e nella deambulazione), il trentenne romano fu custodito prima in una caserma dei Carabinieri e successivamente al carcere capitolino di Regina Coeli, in attesa di giudizio. Senonché già il 17 successivo Cucchi viene trasportato all’ospedale Fatebenefratelli, dove gli vengono diagnosticate fratture multiple (torace, mascella, colonna vertebrale), ecchimosi e lesioni in varie parti del corpo, emorragia alla vescica, e ne viene chiesto il ricovero; nonostante ciò è ricondotto in carcere, per essere di lì a poco di nuovo ricoverato presso l’ospedale Sandro Pertini dove muore il 22 ottobre. Da quel momento (anche basandosi sul referto autoptico, che testimonia numerosi segni di percosse e un peso corporeo di circa 40 kg) partono le indagini, a carico di  guardie carcerarie e personale medico e sanitario del Pertini.

Stefano Cucchi

Stefano Cucchi

Seguirà da allora il consueto iter giudiziario, in cui si susseguono esiti e conclusioni che – a chi segue la vicenda solo leggendo i giornali – possono a volte anche apparire inverosimili o contraddittori, segno forse di quanto sia spesso precaria una verità processuale. I tre poliziotti penitenziari furono infatti assolti dall’accusa di pestaggio, come pure gli infermieri del Pertini. Più complessa la vicenda dei medici dell’ospedale, di cui il primario e quattro colleghi furono in primo grado condannati per omicidio colposo, e un loro collega per falso ideologico. La sentenza di primo grado infatti attribuì la morte di Cucchi a uno stato di inanizione (malnutrizione) con successivo arresto cardiaco, negando che il decesso fosse stato cagionato dalle percosse, che comunque si negava fossero avvenute in carcere, e semmai da attribuirsi (solo a livello di ragionevole dubbio) ai carabinieri nella cui caserma l’arrestato era stato custodito prima della convalida. In appello anche i medici furono tuttavia assolti, senonché poi la Cassazione annullò il processo di appello, disponendo che venisse ripetuto. I medici del Pertini furono tuttavia definitivamente assolti anche nell’appello bis. Curiosamente, infatti, sebbene i giudici di seconda cura abbiano ravvisato una condotta omissiva nella mancata diagnosi di sindrome da inanizione, a loro giudizio appare comunque poco probabile che Cucchi avrebbe potuto salvarsi. Dunque, a tutt’oggi, nulla di definitivo su questa dolorosa vicenda.

Il PM Giuseppe Pignatone, già celebre mediaticamente per l'inchiesta su Mafia capitale.

Il PM Giuseppe Pignatone, già celebre mediaticamente per l’inchiesta su Mafia capitale.

 Se qualcosa balza all’occhio del lettore in quanto finora narrato, oltre all’insolita motivazione dell’assoluzione del personale medico dell’ospedale Pertini, sembrano essere le percosse a Cucchi. Si tende sempre a escludere che ne abbiano causato la morte, ma – ancor prima – si fatica a comprendere da chi, quando e per quale motivo siano state inflitte. Su ciò ha tentato di far luce la cosiddetta inchiesta bis, durata quasi tre anni e guidata dal PM Giuseppe Pignatone, nonché dal sostituto procuratore Giovanni Musarò. In tale quadro, già l’ottobre scorso i consulenti tecnici dell’accusa avevano depositato le loro conclusioni, in cui parlavano di morte per attacco epilettico improvviso, e ancora negavano la possibilità di attribuire – stante la scarsa documentazione in loro possesso – il decesso alle lesioni. Tuttavia, l’ipotesi epilessia non ha convinto la pubblica accusa, che in questi giorni ha notificato l’avviso di conclusione indagini a cinque carabinieri. Si tratta di Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco (che arrestarono Cucchi in quell’ottobre di quasi otto anni fa), Vincenzo Nicolardi e del maresciallo Roberto Mandolini, comandante della stazione dei Carabinieri del quartiere Appio-Claudio dove Cucchi fu tenuto in attesa della convalida del fermo. A carico di tre autori dell’arresto si ipotizza – per la prima volta – il reato di omicidio preterintenzionale (e abuso di autorità con l’aggravante dei futili motivi), per gli altri falsa testimonianza e falso in verbale di arresto.

In effetti, i loro nomi circolavano già da qualche tempo nell’inchiesta. Di Bernardo, D’Alessandro e Tedesco erano già da tempo indagati per lesioni personali aggravate, Nicolardi e Mandolini per falsa testimonianza ai danni degli agenti di polizia penitenziaria, implicitamente accusandoli del pestaggio di Cucchi (a carico di Tedesco e Mandolini l’accusa di falso verbale d’arresto). Adesso, i capi di imputazione si sono trasformati in omicidio preterintenzionale e calunnia, con l’effetto peraltro di allontanare il pericolo di prossima prescrizione dei reati. Secondo i pubblici ministeri, i tre militari avrebbero preso a schiaffi, pugni e calci il Cucchi, provocandone una rovinosa caduta all’origine delle lesioni alla spina dorsale. La condotta omissiva dei medici del Pertini (ancora una volta tirata in ballo dai PM, in contraddizione logica, dunque, con la loro definitiva assoluzione) avrebbe però contribuito a cagionare il decesso di Stefano Cucchi. Ciò perché:

La frattura scomposta della vertebra s4 e la conseguente lesione delle radici posteriori del nervo sacrale determinavano l’insorgenza di una vescica neurogenica, atonica, con conseguente difficoltà nell’urinare, con successiva abnorme acuta distensione vescicale per l’elevata ritenzione urinaria non correttamente drenata dal catetere. Un quadro clinico che accentuava la bradicardia giunzionale con conseguente aritmia mortale

Movente del pestaggio la circostanza che Cucchi, il cui appartamento fu perquisito e dove furono trovati quantitativi ingenti di droga, avrebbe rifiutato di fare da informatore per i carabinieri, almeno secondo la testimonianza di un detenuto, ritenuto attendibile dai PM romani.

A Radio24 il senatore di Idea, Carlo Giovanardi ha polemizzato così sulla sentenza: " Io credo che la strada dell’omicidio preterintenzionale cadrà totalmente nella fase processuale. Tutte le perizie hanno escluso che ci sia qualsiasi tipo di relazione con le botte ricevute. Tra gli spacciatori e i carabinieri sono dalla parte dei carabinieri".

A Radio24 il senatore di Idea, Carlo Giovanardi ha polemizzato così sulla sentenza: «Io credo che la strada dell’omicidio preterintenzionale cadrà totalmente nella fase processuale. Tutte le perizie hanno escluso che ci sia qualsiasi tipo di relazione con le botte ricevute. Tra gli spacciatori e i carabinieri sono dalla parte dei carabinieri»

La sorella Ilaria Cucchi ha accolto la notizia con soddisfazione, da sempre (giustamente) in prima linea nella richiesta di giustizia per il fratello. Tanto è vero che l’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, ha manifestato la sua soddisfazione parafrasando l’ormai celebre “Resistere, resistere, resistere!” di borrelliana memoria, che fu un po’ il grido di battaglia dell’antiberlusconismo più oltranzista. A ben vedere, si potrebbe obiettare al professionista romano che quell’esclamazione non fu poi troppo lungimirante, poiché quando Berlusconi (evidentemente per altre ragioni) cadde, l’Italia fu consegnata a Monti, mentre il dottor Borrelli svaniva nell’oblio mediatico. Del resto la vicenda giudiziaria nel suo insieme è sempre stata suscettibile di essere fortemente strumentalizzata dall’agone politico. E’ in verità un copione ormai logoro, che sembra un po’ preso a prestito da quei film hollywoodiani con i manifestanti fuori dal tribunale con i cartelli, per i quali tutto è bianco o nero. Da un lato la stanca retorica del servitore dello Stato che sol per tale fatto dovrebbe quindi essere intoccabile, e che fa presa generalmente sulla destra un po’ sempliciotta. Dall’altra quella della polizia con il grilletto o il pugno facile, che invece fa più presa sulla sinistra ugualmente sprovveduta. In tale diatriba è entrato più volte a gamba tesa il Senatore Carlo Giovanardi, che con toni talvolta un po’ semplicistici e crudi ha sostenuto che Cucchi fosse un drogato e uno spacciatore, accusando vieppiù la sorella di costruirsi una carriera politica e una visibilità mediatica sulla tomba del fratello.

 Ilaria Cucchi e l'Avv. Fabio Anselmo, legale della faamiglia.

Ilaria Cucchi e l’Avv. Fabio Anselmo, legale della famiglia.

D’altra parte, a queste forti accuse, Ilaria Cucchi talora fa da contraltare con affermazioni quantomeno un po’ sopra le righe, come quando paragonò la vicenda del fratello a quella di Giulio Regeni, in cui sono coinvolte ben altre forze evidentemente di portata internazionale, che poco o nulla hanno a che fare con i fatti in discorso, se non il fatto di essere cari a una certa parte politica. E del resto la Cucchi dalla politica attiva non è stata troppo lontana, allorchè nel 2013 decise di candidarsi con “Rivoluzione civile” di Antonio Ingroia. Il quale peraltro già nel 2012 si dichiarava antiproibizionista. Se da un lato vi è il pericolo della strumentalizzazione della destra d’ordine quindi, dal lato opposto non sembra così peregrina l’ipotesi di un’appropriazione del caso Cucchi da parte di quella sinistra libertaria che vorrebbe servirsene magari come piede di porco per battaglie a favore della legalizzazione delle droghe leggere, e che tendenzialmente è un po’ aprioristicamente contro le forze dell’ordine. Tutto ciò non è però d’aiuto alla scoperta della verità, che verosimilmente dovrebbe esulare da tutte queste considerazioni. Si dovrebbe, ove vi sia, certo punire l’abuso dei carabinieri. Ma anche ridiscutere – nei limiti del passaggio in giudicato – del perché le guardie carcerarie accettarono senza battere ciglio di prendere in carico una persona visibilmente sottoposta a pestaggio. O ancora accertare finalmente le omissioni dei medici del Pertini. E, al di sopra di questo, domandarsi come mai un giovane geometra romano sia caduto nel tunnel prima della droga e poi dello spaccio, e dov’era allora sua sorella. Ma a tutto ciò la strumentalizzazione non darà risposta: la via della Verità è stretta e impervia. Si auspica che questa nuova inchiesta la percorra.