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L’intellettuale novecentesco, come si sa, ha sempre avvertito l’urgenza (sulle orme di Dante e poi di Carducci, per restare all’Italia) di urlare al pubblico il suo convincimento politico, onde assumere posizioni di avanguardia e “svegliare le masse dormienti” e recalcitranti al “progresso”. Sembra che sia ancora così: è notizia di pochi giorni fa – dopo lo spot per il “Sì” dell’ex Televacca Benigni alla Rai, pagato dal canone dei cittadini di entrambi gli schieramenti- la pubblicazione di un appello per il “Sì” da parte di ottanta membri del mondo dello spettacolo: si va da Roberto Bolle a Carla Fracci, passando per Andrea Bocelli e terminando con Paolo Sorrentino, Gabriele Salvatores e Stefano Accorsi. Evidentemente però, costoro – novelli D’Annunzio o Marinetti, con tutto il rispetto per questi ultimi, si intende – ritengono stavolta corretto appoggiare Renzi, simbolo dell’avanguardia che ha infine conquistato il potere: del resto, se “la cultura è tutta di sinistra”, un governo così progressista (non ha forse approvato le unioni civili?) e con una così solida maggioranza parlamentare, destinato dunque a durare ancora molto, va difeso a spada tratta. E i nostri ottanta bravi “avanguardisti della cultura” le spiegano eccome le loro posizioni filogovernative, non se ne dubiti. Certo – scrivono in sostanza – le obiezioni su singoli punti della riforma sono motivate e possono essere pure fondate, ma “la somma di queste obiezioni non ci sembra tale da giustificare un ‘no’” replicano: dunque, quali giudici che emanino una sentenza, curiosamente presumono che l’onere della prova ricada su chi sostiene le ragioni del “no”, e statuiscono che tale onere non è superato. Ora, se quella in esame fosse una sentenza, il Collegio dovrebbe far seguire al dispositivo le motivazioni. Eccole, infatti:

“I cambiamenti proposti ci paiono nel merito sensati e orientati a creare per la politica condizioni operative più chiare e responsabili: permettendo così ai cittadini una maggiore visibilità dei processi e una maggiore chiarezza dei ruoli decisionali”. 

Che cosa intendano per “condizioni operative più chiare e responsabili” (come può una condizione operativa essere responsabile? La si può querelare? Risponde in sede civile dei danni?) non è dato sapere; né si comprende per la verità come un Senato non elettivo e l’inserimento in Costituzione dell’esplicita subordinazione delle norme nazionali a quelle europee (redatte dalla Commissione che come è noto non è elettiva) possa portare a una maggiore “visibilità dei processi e una maggiore chiarezza dei ruoli decisionali”. Lo stallo attuale, continuano, è pericolosissimo: la temutissima vittoria del “No”

“Metterebbe una pietra tombale su ogni ulteriore possibilità di cambiamento, per anni: anni veloci e cruciali, in cui il mondo andrà avanti per percorsi che non sarà dato inseguire, se rimarremo immersi nello stallo attuale. Per questo, serenamente, ragionevolmente, e nel pieno rispetto di tutte le posizioni, noi voteremo e voteremo ‘sì'” .

 

Benigni e Crozza sul fronte opposto

Dunque, basta con le critiche alla riforma strumentali e che non attengano al merito; se però bisogna spiegare le ragioni del “Sì”, allora va bene anche un suggestivo e quasi futurista appello alla velocità dei tempi che corrono, e il timore che lo stallo attuale non permetta di interpretare i tempi che corrono (per la verità, negli Stati Uniti, gli attori e registi di Hollywood ci hanno provato a inseguire “Il mondo che va avanti”, lo hanno fatto puntando sulla Clinton, ed è andata come si è visto: si vede che anche laggiù è colpa dello stallo, e va cambiata la Costituzione). Ma insomma, si obietterà, questa è gente di spettacolo, tutta intuizione, creatività, genio (quando va bene), non son certo magistrati o polverosi professori di diritto, non si pretenderà certo che sappiano argomentare giuridicamente, e motivare logicamente e consequenzialmente le loro scelte elettorali. Se è vero che Bolle o Scarpati non sono Zagrebelsky od Onida, è però pur vero che in confronto agli ultimi due hanno molta più visibilità e popolarità, e dunque da questo punto di vista anche una maggiore responsabilità verso il loro pubblico, che è molto vasto ed è probabile che contenga al suo interno – essendo presumibilmente in gran parte composto di “non addetti ai lavori” – anche quegli indecisi il cui numero potrebbe essere decisivo per l’importante referendum alle porte; per tali motivi, forse, sarebbe stato preferibile che i nostri ottanta sottoscrittori, avendo deciso di schierarsi così decisamente, meglio precisassero le loro ragioni. Tanto più che a costoro si sono contrapposti (come era prevedibile) altrettanti ottanta “artisti per il No”, tra cui Toni Servillo, attore totemico di Sorrentino, Sabina Guzzanti, Paolo Rossi, Andrea Cammilleri e altri. Si obietterà che sono i soliti intellettualoidi “gufi”, a cui non va mai bene nulla, che organizzavano girotondi per ogni stupidaggine di Berlusconi e hanno poi taciuto di fronte alla Legge Fornero e ai provvedimenti “turboliberisti” del governo Monti: e ciò è in parte fondato, almeno per alcuni di loro. Tuttavia, il loro ragionamento è almeno più logico e coerente: essendosi in gran parte schierati a favore del mantenimento del testo attuale della Costituzione ai tempi del referendum del 2006, mantengono adesso la medesima posizione, a fronte di una revisione se possibile ancora più confusionaria, disorganica e perciò più temibile, per cui è magari meglio fermarsi che cambiare in modo dissennato.

Evidentemente, il loro schierarsi politicamente a sinistra non li esime dallo schierarsi contro un governo a maggioranza PD che sostanzialmente dovrebbe riflettere le loro posizioni, e ciò fa loro onore. Poco importa probabilmente a Toni Servillo se Renzi ha portato Sorrentino a pranzo con Obama; come tutte le cose umane, è passato pure il tempo del giovane presidente afroamericano Nobel per la pace in acconto sul mandato. Tornando all’appello degli “Ottanta istrioni per il Sì”, è interessante porre attenzione all’incipit del loro appello, ove costoro interpretano il loro voto positivo alla riforma come un “gesto logico e naturale”. A pensare male, dice un adagio popolare, si commette peccato ma si ha quasi sempre ragione. Ora, se si volesse indulgere in ciò, certo la presenza tra gli ottanta firmatari di affermati registi cinematografici potrebbe scavare, nei pensieri dei nostri lettori più malevoli, un terribile sospetto. Già, perché all’inizio del mese corrente la Camera ha approvato la c.d. Legge per il cinema che la categoria attendeva da circa quarant’anni. Essa sostanzialmente abolisce la c.d. Censura amministrativa, sostituendola con l’”autodisciplina” delle case di produzione – ma sì, l’arte dev’essere libera, pure dissolutoria se serve, sia mai che il cinema debba essere anche lontanamente educativo, il PD è per il progresso mica per lo Stato etico! Ci penseranno i produttori, a cui ovviamente interessa educare il pubblico, mica sfruttarlo e guadagnarci…-, potenzia il credito d’imposta, incentiva chi investe in nuove sale, ma soprattutto aumenta i finanziamenti del 60% con un fondo ad hoc per il settore che non potrà mai scendere sotto i 400 milioni di euro.

Ciò ha chiaramente fatto impazzire di giubilo tutte le associazioni di categoria, sebbene ad esempio il critico cinematografico Roberto Curti ponga il problema del finanziamento alle nuove sale, che rischiano di essere appaltate a gruppi stranieri che verosimilmente distribuiranno solo i film di maggior successo commerciale (Leggi qui). Ma questi non son certo problemi per Salvatores o Sorrentino, ormai sdoganati al grande pubblico con la ricezione dell’hollywoodiano Premio Oscar. Ecco allora che, nello psicotico clima da “voto di scambio” di questi chiari di luna, i più paranoici e maliziosi dei nostri lettori potrebbero magari domandarsi se tale appello per il “Sì” non debba prendersi per un “aiutino” della grata categoria al governo. Perché in definitiva, non sta scritto da nessuna parte che chi è bravo a farci sognare con la sua arte, debba per forza prendere posizione pubblica in un frangente così delicato per il paese, soprattutto se – come si è visto – i motivi dichiarati sembrano un po’ carenti. Non obbligatoriamente l’artista deve seguire D’Annunzio o Dante per essere grande: se non se la sente, può pure prendere ad esempio Catullo, o Petrarca, che di politica non si occuparono mai, e non vollero trascinare alcuno alla lotta. Anche perché, se l’artista è responsabile verso il suo pubblico, allora per impegnarsi non gli basterà firmare un appello con motivazioni fumose, dovrà fare l’impresa di Fiume: altrimenti poi il suo pubblico si potrebbe insospettire, e magari fare come negli Stati Uniti, dove a forza di appelli dei divi di Hollywood a votare Hillary Clinton, alla fine ha vinto Trump.

redaz

Marinetti sul manifesto futurista: «E’ un movimento anticulturale, antifilosofico, di idee, di intuiti, di istinti, di schiaffi, pugni purificatori e velocizzatori. I futuristi combattono la prudenza diplomatica, il tradizionalismo, il neutralismo, i musei, il culto del libro.»