“Nonostante le posizioni personali dobbiamo supportare Netanyahu e il suo governo perché è stato eletto democraticamente” (Roberto Maroni).

La Wille Zur Macht (volontà di potenza) in politica è la troppa fretta di diventare grandi nel tentativo di avere a che fare con tutti i giganti del momento. E allora, seguendo il ragionamento anglosassone (non mi importa chi sei ma che incarico istituzionale ricopri), vanno anche bene quegli amici che fanno Curriculum. Vanno bene tutti, purché la Lega faccia il suo ingresso negli ambienti che contano. Succede così che il presidente della regione Lombardia Roberto Maroni, intervistato dalla tv israeliana i24 News, se ne esca così: “Netanyahu sa cosa fare e sono sicuro che vuole la pace in Medio Oriente, che significa pace nel Mediterraneo. Anche per questa ragione, ho incontrato il premio Nobel per la pace Shimon Peres”.

Forse che l’identità e l’autodeterminazione del popolo palestinese, dopo la vicenda sulla risoluzione Onu respinta in Parlamento dalla Lega, valga meno degli altri? Avranno sbagliato Diaa Hadid sul New York Times e Peter Beaumont sul The Guardian a sostenere che la vittoria del Likud in Israele bloccherà il processo di pace in Vicino Oriente. La Palestina sembrerebbe non meritarsi “la secessione” che un tempo auspicava la Padania. Eppure qualche ragione in più ce l’avrebbe.

Si dice che Salvini voglia persino andare a Washington per incontrare i falchi repubblicani. C’è una gran fretta di accedere nel “mondo che conta” e di farsi gli amici di “alto profilo”. È umano e comprensibile, vero ma, “sovranismo” non fa rima con “sionismo”. O meglio, se sei Israele sì, se no puoi annegare negli abissi del globalismo.