L’universo renziano (furbo, ma neanche troppo) fa finta di niente: abbassa la testa e, sotto sotto, se la ride. Buon viso a cattivo gioco. Data la crisi dell’Unità – rimasta con dieci lettori: incluso chi spedisce le veline – urgeva un nuovo polo d’attrazione, opinione e, infine, consenso. Dunque, Itedi, la società che controlla La Stampa e il Secolo XIX, e il gruppo L’Espresso, proprietario di Repubblica e dell’omonimo settimanale, si fondono per dar vita al nuovo colosso editoriale italiano: per le malelingue, Stampubblica. Il gruppo farà capo anche, e soprattutto, ai numerosi giornali locali: figli, o parenti prossimi, dei più grandi quotidiani sopra citati. Si parla di 5,8 milioni di lettori, oltre 2,5 milioni di utenti unici giornalieri sulle pagine web e ricavi intorno ai 750 milioni di euro. Cir, società gestita da Rodolfo De Benedetti (figlio dell’Ingegnere), Fiat Chrysler Automobiles (FCA) degli Agnelli e l’Ital Press Holding, della famiglia Perrone, sono gli attori che d’ora in avanti riscriveranno le regole del gioco. Nel nuovo assetto la maggioranza sarà detenuta dalla famiglia De Benedetti con circa il 40%, poi il 16% a FCA e il 5% ai Perrone. Il Corriere, il grande malato nel panorama giornalistico italiano, o presunto tale, con l’addio degli Agnelli, ne esce frastornato: e magari con qualche idea per il futuro (unione col Sole24?). Le stime ufficiali parlano di una privatizzazione del 22% del mercato dell’informazione del Paese, ma considerando l’influenza mediatica, diretta o indiretta, dei giornali in questione, nella realtà si andrà ben oltre.

Di fatto, se c’è una certezza, al di là dei probabili (ma non risolutivi) interventi dell’Antitrust e dell’Agcom (autorità per le garanzie della comunicazione) è questa: si è varcato un confine, oltre il quale esiste una zona grigia che con l’indipendenza dell’informazione collide. Ora, l’élite dirigente del Paese, un’oligarchia che con la politica va a braccetto e fa affari (De Benedetti, John Elkann, Marchionne, ecc.), nero su bianco, piegherà il giornalismo nel segno dell’interesse e delle ragioni di business. Pochi grandi imprenditori si contenderanno la notizia del giorno senza calpestarsi i piedi. Ognuno manterrà la propria autonomia, le proprie specificità e combatterà le sue battaglie: ma con una testa sola e uno spartito unico. A rimetterci saranno i gufi, chi osa attaccare il Jobs Act e il riformismo 2.0 dall’inglesismo facile, chi critica le meraviglie a perdere dell’Expo, o denuncia la sudditanza italiana ai poteri finanziari europei ostacolata a colpi di tweet, alzando la voce solo quando la stanza è vuota. Chi, tanto sprovveduto, o coraggioso, potrà ergersi contro l’autorità del coro unico di Stampubblica? Chi alzerà la mano per parlare non di morte del pluralismo (assolutamente no: ciascuno la sua redazione, sia chiaro!), ma di pluralismo unico, senza essere schiacciato dall’accusa di cadere nella retorica?

Renzi esulta. Per il suo scomposto e arrembante barcone – costruito tendendo la mano prima a destra e poi a sinistra, tra bischerate e numeri da zero virgola continuamente smentiti e rilanciati – ha finalmente un traghettatore: un Caronte che non costa niente, tranne qualche favore. Ma, in tutta questa storia, in questa matassa dove la virtuosa testardaggine di Montanelli va a morire definitivamente («Tu sei il proprietario, Io il Padrone del giornale») la novità non c’è. Perché le strizzate d’occhio tra chi comanda e chi dirige avvenivano già prima. E il Pd sulla stampa compiacente, autocensurata, non ha mai avuto dubbi. Stampubblica si è ufficializzata, ma per i più attenti la differenza sarà minima. Insomma: da conti gonfiati, assunzioni inesistenti, obbligazionisti truffati, indagati vari e conflitti d’interesse, in qualche modo, in edicola, il Governo si è sempre salvato. Resta da capire come mai si è usciti allo scoperto, mettendoci la faccia con tanto di sorrisoni. Se prima si lasciava la cittadinanza col beneficio del dubbio, adesso si orchestra alla luce del sole. E non è mai buon segno.