Da una settimana per noi italiani sono finiti gli europei, coronati sabato scorso, dopo una partita al cardiopalma, dagli infelici rigori di Zaza e Pellé. Anche la Germania giovedì è stata (con nostra malcelata soddisfazione) eliminata, e domani sera con la finale Portogallo-Francia calerà definitivamente il sipario su questi europei di calcio 2016.

A una settimana dalla nostra eliminazione, dunque, sembra tornato tutto calmo per le vie del nostro Paese, l’aria si è fatta nuovamente distesa (o rassegnata?), ognuno ha ripreso le sue occupazioni quotidiane, dopo settimane di strombazzamenti, cori, inni urlati, mano al cuore, in preda a patriottico furore. E questo è quello che parallelamente è accaduto pian piano in seguito alle varie eliminazioni in tutti gli altri paesi europei, rimanendo oggi accese ancora soltanto le fiammelle della Francia e del Portogallo, pronte a spegnersi anch’esse nel giro delle prossime 48 ore.

Per un mesetto abbiamo visto risvegliarsi l’”Europa dei popoli”, l’Europa delle identità e delle comunità nazionali, un’Europa dalla storia plurimillenaria, messa al servizio di una manciata di partite di calcio. Improvvisamente sono state messe da parte tutte le retoriche europeiste, egualitariste, neoterzomondiste, secondo  cui gli orgogli nazionali sarebbero brutte bestie da aborrire, e l’Europa stessa è diventata per qualche settimana campo di accese dispute nazionali, seppur a base calcistica. Ogni sera davanti alla televisione gli italiani e gli europei uscendo dall’anonimato hanno calzato i panni di sedicenti patrioti, inaspettatamente orgogliosi della loro nazione e della loro squadra, improvvisamente impazienti di intonare, ben calati nella parte, l’inno nazionale a inizio partita. Si l’inno nazionale, quello che da noi al ritornello fa “poropò, poropò…”, quello che nessuno conosce oltre la prima inflazionata strofa.

E adesso, a poche ore dalla conclusione degli europei, cosa è rimasto di quest’Europa nazionale, sovrana, orgogliosa delle sue identità? Cosa è rimasto di quell’Italia che chioccia l’inno di Mameli davanti alla partita, sventolando orgogliosa il tricolore? Dopo che la furia degli ultras ha danneggiato svariate città, dopo che gli italiani e gli europei si sono infervorati a non finire davanti alla televisione e poi al bar con gli amici? Cosa è rimasto di tutto questo? Niente. Già oggi, ma ancor di più da lunedì tornerà la solita Europa delle banche, dei poteri forti, dello spread, dell’accoglienza incondizionata tesa ad abbassare il costo del lavoro, del liberismo forsennato, dei mini-jobs che ci obbligano a competere con la Germania. Tornerà l’Italia di coloro che hanno accolto come buona la riforma distruggi-lavoro, l’Italia prona e pronta a eseguire i diktat europei lacrime e sangue, l’Italia che bolla come pericoloso nazionalista e fascista chiunque osi esumare quell’orgoglio nazionale al di fuori del contesto calcistico.

Ma poi vogliamo credere davvero che le sopite coscienze nazionali risvegliate dai campionati europei abbiano un qualcosa di autentico e più profondo, oltre il giuoco del calcio? Purtroppo in realtà si tratta soltanto di feticci sventolati senza consapevolezza, con un fervore che se incanalato nella direzione giusta potrebbe davvero far cambiare una volta per tutte questa brutta Europa malriuscita, ma che viene esibito soltanto in circostanze simili, senza voler nulla togliere al lecito orgoglio sportivo di una nazione. Ma probabilmente per una nazione, per un popolo, prima dell’orgoglio sportivo viene altro. O no?