L’avvio dell’associazione Patria e Costituzione di Stefano Fassina ha permesso- e si spera che ciò duri nel tempo- di poter finalmente parlare di socialismo e questione nazionale senza ipocrisie né titubanze. Operazione, quella che cerca di conciliare l’internazionalismo con il patriottismo, di questi tempi necessaria e assai complessa, visto lo stato pietoso (e comatoso) del cosiddetto dibattito nella sinistra intra ed extraparlamentare. Che i centri sociali e gli arcobalenati abbiano in odio i confini e gli stati, in fondo, non dovrebbe poi tanto sorprendere, stante l’assoluta inconsistenza analitica e concettuale dei summenzionati bo-bo che giuocano alla rivoluzione tra uno spritz e un rave. D’altro canto, che pd e altro compost inorganico seguiti a cianciare di abolizione delle frontiere non meraviglia se si considera il ruolo di avanguardia incosciente del capitale svolto negli ultimi decenni dai macellai in grembiule rosé. Ora il tradimento, ora la connivenza, ora l’ignoranza più crassa e allucinata: da ogni lato la si guardi, a sinistra non si riesce a uscire da una spirale distruttiva che insegue e spesso anticipa le più ardite perversioni dell’élite finanziaria cosmopolita e reazionaria.

Ciò però non deve trarre in inganno, mischiando ai fumi tossici i bagliori del movimento operaio di ieri. E’ una menzogna storica e un insulto logico considerare il socialismo come un tutto granitico che ha sempre e comunque lavorato per distruggere gli stati-nazione, teorizzando il meticciato globale e la cosmopoli liberal-borghese, in un’orgia di depravazione morale e anarchia realizzata. L’orrore distopico del mondo contemporaneo è totus capitalistico, e di socialista non ha proprio nulla. Per sfatare i tanti e troppi equivoci che ancora galleggiano nel brodo primordiale del cd. sovranismo, occorre infatti ribadire l’ovvio per smascherare da un lato i più beceri meccanismi di propaganda, dall’altro sgomberare il campo da cortocircuiti interni al blocco “populista” che presto o tardi manderanno in tilt qualunque serio tentativo di liberazione nazionale.

Andiamo con ordine. Quando si pensa al marxismo classico, uno dei primissimi luoghi comuni che subito saltano in mente è quello de i proletari non hanno patria”. Frase spietata, com’è tipica della penna di Marx, in grado di tranciare del tutto i legami che a parole univano gli stati dell’Europa ottocentesca. Senza Dio e senza Patria! Leggendo tutto il periodo, il Manifesto in realtà afferma:

si è rimproverato ai comunisti ch’essi vorrebbero abolire la patria, la nazionalità. Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno. Poiché la prima cosa che il proletario deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, è anch’esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia.”

All’interno dello stato borghese, che ruolo ha il proletariato se non di mero oggetto del rapporto di produzione e di dominio? A questo punto, che senso ha rivendicare un’appartenenza nazionale che nei fatti non esiste ed è, classico rovesciamento borghese, strumento di propaganda e di oppressione nei confronti della classe lavoratrice medesima? I lavoratori acquisiscano coscienza della propria antiteticità rispetto alle pretese del Capitale, diventino classe per sé, conquistino il potere appropriandosi del ruolo di soggetto economico e politico e allora- solo allora- si potrà finalmente parlare di Patria in un modo diametralmente diverso da quello testé distrutto. A ciò s’aggiunga che le élite dominanti, nonostante la falsa coscienza diffusa in continuazione da ogni mezzo, sono in realtà le vere responsabili della distruzione della libertà delle nazioni: che cos’è l’imperialismo se non la fase suprema del capitale?

La cosa assume contorni ben definiti, rimarcati negli anni dal lavoro incessante dei nascenti partiti socialisti: in un contesto, quello della belle époque, in cui il nazionalismo monta prepotente (all’interno di un mondo globalizzato assai simile, checché se ne dica, all’attuale) per aprire mercati e rifornire di materie prime le industrie d’Europa, risulta naturale che la riflessione socialista del tempo si concentri contro la retorica reazionaria della potenza militare che del patriottismo faceva carne di porco. Un estratto di Lenin di fine 1914 può ben chiarire il quadro:

Noi siamo pieni di un senso di orgoglio nazionale, e proprio per questa ragione noi odiamo particolarmente il nostro passato ed il nostro presente schiavista, quando proprio questi stessi proprietari  terrieri, aiutati dai capitalisti, ci stanno guidando in una guerra per strangolare la  Polonia e l’Ucraina, abbattere i movimenti democratici in Persia e Cina, rafforzare i Romanov, i Bobrinsky ed i Purishkevich, che sono il disonore della nostra dignità nazionale Nessuno è colpevole di essere nato schiavo. Ma lo schiavo al quale non solo sono estranee le aspirazioni alla libertà, ma che giustifica e dipinge a colori rosei la sua schiavitù (che chiama, per esempio, “difesa della patria” dei grandi russi lo strangolamento della Polonia e dell’Ucraina), un tale schiavo è un lacchè e un bruto che desta un senso legittimo di sdegno, di disgusto e ripugnanza.

In un clima simile non poteva darsi altrimenti: soltanto il massacro della Grande Guerra potrà spegnere le illusioni internazionaliste e far emergere, nei pensatori più lucidi del movimento operaio, una poderosa riflessione sul ruolo dello Stato nel conflitto di classe, complice la Rivoluzione d’Ottobre e la nascita dell’Unione Sovietica.

"Nelle nazioni oppresse la separazione del proletariato, con la costituzione di un partito indipendente conduce talvolta a una lotta così accanita contro il nazionalismo della propria nazione che la prospettiva si deforma e si dimentica il nazionalismo della nazione che opprime"

“Nelle nazioni oppresse la separazione del proletariato, con la costituzione di un partito indipendente conduce talvolta a una lotta così accanita contro il nazionalismo della propria nazione che la prospettiva si deforma e si dimentica il nazionalismo della nazione che opprime”

Per Antonio Gramsci la nascita nell’immediato dopoguerra della Società delle Nazioni svela il cambio di fase decisivo del capitalismo verso una dimensione che cestina il nazionalismo della politica per realizzare compiutamente il cosmopolitismo dell’economia:

In seno a tutte le singole nazioni del mondo esistono energie capitalistiche che hanno interessi permanentemente solidali tra loro: queste energie vorrebbero assicurarsi garanzie permanenti di pace, per svilupparsi ed espandersi. Esse cercano di rivelarsi e cercano di organizzarsi internazionalmente: la Società delle Nazioni è l’ideologia che fiorisce su questa solida base economica […] La legge intrinseca del regime opera necessariamente e implacabilmente e porta al costituirsi di questi mastodontici organismi economico-politici.

Per realizzarsi, il trionfo del laissez-faire deve necessariamente passare per la demolizione dello stato:

Tutta la tradizione liberale è contro lo Stato. […] La concorrenza è la nemica più acerrima dello stato. La stessa idea dell’Internazionale è di origine liberale; Marx la assunse dalla scuola di Cobden e dalla propaganda per il libero scambio, ma criticamente. I liberali sono impotenti a realizzare la pace e l’Internazionale, perché la proprietà privata e nazionale genera scissioni, confini, guerre, Stati nazionali in conflitto permanente tra di loro.

Lo stato liberale, nella sua forma storica di comitato d’affari della borghesia, ha quindi esaurito la sua funzione di ancella del capitale e deve scomparire per lasciare spazio a entità colossali, le sole in grado di poter servire ai nascenti bisogni dell’economia di scala. In tal senso, questa crisi politica dev’essere cavalcata dalle classi operaie tartassate dalla guerra per disarcionare le classi dominanti disorientate dalla dialettica interna al loro stesso modello produttivo salvando gli stati dal ludibrio borghese.

Quanto più la classe dirigente ha precipitato in basso la nazione italiana, tanto più aspro sacrificio deve sostenere il proletariato per ricreare alla nazione una personalità storica indipendente (…) Il comunismo sarà solo quando e in quanto sarà internazionale. In tal senso il movimento socialista e proletario è contro lo Stato, perché è contro gli Stati nazionali capitalistici, perché è contro le economie nazionali, che hanno la loro sorgente di vita e traggono forma dallo Stato nazionale. Ma se nell’Internazionale comunista verranno soppressi gli Stati nazionali, non verrà soppresso lo Stato, inteso come “forma” concreta della società umana. […] L’idea socialista è rimasta un mito, un’evanescente chimera, un mero arbitrio della fantasia individuale, fin quando non si è incarnato nel movimento socialista e proletario, nelle istituzioni di difesa e di offesa del proletariato organizzato: […] da esse ha generato lo Stato socialista nazionale, disposto e organizzato in modo da essere capace di ingranarsi con gli altri Stati socialisti: condizionato anzi in modo tale da essere capace di vivere e di svilupparsi solo in quanto aderisca agli altri Stati socialisti per realizzare l’Internazionale comunista nella quale ogni Stato, ogni istituzione, ogni individuo troverà la sua pienezza di vita e di libertà.

Cadono tutte le tessere della propaganda, in quanto nessuno teorizza la fine dello stato e l’edificazione di un blob indistinto, senza storia né direzione: se così fosse, infatti, si finirebbe per fare il giuoco del capitale edificando una realtà in cui, distrutta ogni maglia di controllo democratico, esso solo resterebbe in campo con una forza e un dominio pressoché assoluti.

E va pur ricordato che tutte le riflessioni fin qui analizzate anticipano la grande rivoluzione economica Keynesiana, in cui il ruolo dello stato diviene decisivo per gestire il capitalismo e portarlo- è questa la conclusione obbligata se non si vuole ricadere nel liberismo più becero- a forme di intervento che presuppongono e necessitano l’esistenza di un’entità statuale animata dalle classi lavoratrici per il controllo sociale dell’economia. Alla prova dei fatti, piena occupazione e allargamento delle funzioni economiche dello stato conducono inevitabilmente al bivio obbligato tra socialismo democratico e reazione liberale. In tal senso Michal Kalecki ammoniva, svolgendo al meglio le conseguenze keynesiane:

Il capitalismo del pieno impiego dovrà, naturalmente, sviluppare nuove istituzioni sociali e politiche che rifletteranno l’accresciuto potere della classe operaia. Se il capitalismo riuscirà ad adattarsi al pieno impiego allora in esso sarà stata incorporata una riforma radicale. Altrimenti, si sarà dimostrato un sistema obsoleto che deve essere abbandonato. Ma forse la battaglia per il pieno impiego condurrà al fascismo? Forse il capitalismo si adeguerà al pieno impiego in questo modo? Questo sembra estremamente improbabile. Il fascismo è sorto in Germania in una condizione di tremenda disoccupazione e si è mantenuto al potere assicurando quel pieno impiego che il capitalismo non era riuscito a garantire. La battaglia delle forze progressiste per il pieno impiego è nello stesso tempo un modo per prevenire la rinascita del fascismo.

Con Keynes lo stato diventa uno strumento fondamentale per chiunque voglia sinceramente ricostruire su basi di giustizia sociale e democrazia sostanziale le fondamenta stesse della società: un’evoluzione raffinata e al tempo stesso necessaria per le sorti del movimento operaio, indicata con coraggio dai Costituenti nella carta fondamentale della Repubblica, pilastro antiliberale che suggella in maniera perfetta le istanze di classe con la difesa della Patria da ogni rigurgito autoritario.

La redistribuzione della ricchezza prodotta è uno dei compiti fondamentali dello Stato moderno. Con la globalizzazione tale fenomeno si inverte, bloccando la crescita dei salari e il benessere dei lavoratori nonostante una produttività sempre crescente.

La redistribuzione della ricchezza prodotta è uno dei compiti fondamentali dello Stato moderno. Con la globalizzazione tale fenomeno si inverte, bloccando la crescita dei salari e il benessere dei lavoratori nonostante una produttività sempre crescente.

Il miglioramento del tenore di vita e della mobilità sociale, la redistribuzione del reddito operata ex ante dallo Stato, la creazione di un sistema di welfare che libera l’uomo dal bisogno e dalla paura: tutti strumenti di quelle riforme di struttura che incidono a fondo sul tessuto stesso del modo di produzione capitalistico, legando indissolubilmente Lavoro e res pubblica in un unico organico e progressivo.

In conclusione, la Rivoluzione in senso marxiano attualmente implica la conquista dello Stato da parte delle classi lavoratrici in tutti i paesi in cui il dominio capitalistico divide vergognosamente in oppressi e oppressori l’umanità. Nella dialettica dello sfruttamento, non ha senso né scopo concentrarsi su temi secondari o addirittura del tutto estranei alla tradizione del movimento operaio (leggasi europeismo o apologia dell’immigrazione incontrollata…), in quanto l’infantilismo parolaio- oltre a lanciare uova- non fa che consegnare elettori a soggetti politici assai lontani dal socialismo. Se non si riconcilia a livello teorico la nozione di Stato con quella di classe, se non si individuano gli elementi materiali che servono a portare coscienza e insieme sviluppare maturità nelle masse, si seguiterà ad assistere al consenso straripante di forze partitiche che in realtà poco o nulla hanno di rivoluzionario.

Senza la nazione non esiste un popolo a cui parlare.

Chiunque quindi teorizzi da sinistra ulteriori cessioni di sovranità a organismi modellati dal capitale a suo uso e consumo, volendo gettare come un Mussolini qualsiasi il tricolore nel letame per abbracciare lo straccio blu dell’unione europea, si troverà nella simpatica posizione del servo che strisciando anticipa il proprio padrone sulla strada dell’abisso.