Dove andranno a finire le scorie nucleari prodotte dalle industri italiane? L’iter per la definizione dei siti adatti prevede che Sogin – la società di Stato responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi – presenti una Carta delle Aree Potenzialmente Idonee (Cnapi) ad ospitare il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico all’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). La Cnapi è stata presentata a fine 2014, nell’assoluto rispetto delle scadenze imposte. Entro due mesi Ispra deve poi verificare che i siti indicati siano effettivamente idonei al deposito delle scorie. I due mesi sono appena terminati, e dunque ora la palla dovrebbe passare ai Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente, i quali entro un mese dovrebbero firmare il nullaosta alla pubblicazione della Carta da parte di Sogin. Ad oggi dunque non c’è nessun documento che indichi i luoghi in cui verranno realizzati i depositi delle scorie, con grande apprensione delle amministrazioni regionali e comunali, che si sentono in pericolo.

Tuttavia negli ultimi giorni è esplosa una bufera intorno ad Ispra. La polemica riguarda la definizione delle tipologie esistenti di scorie nucleari. In sostanza, Ispra ha il compito di suddividere questi rifiuti in diverse categorie, in funzione di intensità e decadenza dei materiali; a diverse categorie corrispondono diverse modalità (e costi) di smaltimento. Questa operazione di definizione e suddivisione negli ultimi trent’anni si è basata sulla Guida Tecnica 26, un documento elaborato dalla stessa Ispra nel 1987. L’Unione Europea ha più volte invitato l’Italia ad aggiornare la Guida: il nostro Paese ha risposto un anno fa con un decreto che impegnava il Ministero dell’Ambiente a decretare in maniera entro 180 giorni. È passato esattamente un anno da quel decreto, ma ancora non si è visto nulla.

Ispra ha intanto continuato a lavorare sodo, ritenendo doverosa la definizione dei criteri di classificazione delle scorie. Tutto encomiabile, se non fosse per il fatto che – come hanno prontamente sottolineato i senatori Girotto e Castaldi del M5S – non è stato chiesto alcun parere alla comunità scientifica svincolata dalle industrie. In altre parole, Ispra avrebbe elaborato i criteri di suddivisione con l’aiuto delle aziende che dovranno rispondere delle scelte della stessa Ispra. Non è stato chiesto alcun parere neanche all’Istituto Superiore della Sanità: il controllore che chiede aiuto al controllato per la definizione delle regole. Secondo i due senatori pentastellati, questa costituisce una violazione del decreto legislativo n.230/1995, in virtù del quale per elaborare i criteri di classificazione dovevano essere “sentiti  gli altri enti e organismi interessati”.

Ma c’è di più. Nella bozza di revisione proposta appaiono sei categorie di rifiuti, a fronte delle tre previste dalla Guida Tecnica del 1987. Ciò – come indica il fisico massimo Scalia al Fatto Quotidiano – non è adatto ad un Paese che non ha mai sviluppato l’energia nucleare, e in cui dunque sono presenti pochi tipi di scorie. Secondo Scalia, l’attuale tripartizione garantisce che quei pochissimi rifiuti caratterizzati da tempi di dimezzamento enormi vadano nella categoria di “massimo controllo”. Ciò non accadrebbe con una suddivisione in sei categorie, in virtù della quale per le aziende sarebbe più facile commettere errori di classificazione e collocare le stesse scorie in categorie sottodimensionate rispetto alla realtà. Ma il fatto che le stesse aziende abbiano partecipato alla definizione degli standard classificatori non aiuta a credere nella buonafede dell’eventuale errore.