L’hanno detto e scritto più volte: il Fertility day è un’idea malsana, inutile, che ha però acceso un faro sul grave problema della denatalità in Italia. E, almeno su questo, siamo d’accordo. Ma da cosa dipende realmente il fatto che gli italiani non facciano più figli? Secondo i dati diffusi ieri, 5 settembre, dal Fatto quotidiano, nel 2015 il Paese ha registrato 488mila nascite. 15mila in meno dell’anno precedente. E’ il minimo storico dal 1918. Inoltre, è necessario dire che siamo lo Stato europeo con le mamme più vecchie: il 34,7% ha oltre i 35 anni.  E ancora, in Italia – secondo l’Ufficio studi di Confartigianato – gli investimenti statali sulla famiglia sono pari a 16,5 miliardi di euro; l’1% del Pil. Quando agli anziani (tra pensioni e spesa sanitaria) è destinato il 20% del prodotto interno lordo. Ma un dato, in particolare, emerge sugli altri: siamo il terzultimo Paese europeo per occupazione femminile: lavora solo il 57% delle donne tra i 25 e i 54 anni e la media è di 1,3 figli per coppia. In Svezia – seguendo l’esempio del Fatto – lavora l’83% delle donne, a fronte di una media-figli di 1,9 per coppia. E secondo l’Istat, lo scorso anno 800mila donne, quando si sono accorte di essere incinte, volenti o nolenti hanno dovuto abbandonare il lavoro. Analizzando questi dati è agevole notare come il problema denatalità dipenda – almeno superficialmente – dall’elevata disoccupazione giovanile (soprattutto tra le donne), dalla mancanza di uno stato sociale forte e d’investimenti pubblici significativi a sostegno della natalità e della famiglia. E’ tutto troppo semplice, però.

Se si va a fondo alla questione ci si accorge di come il problema denatalità sia più profondo e complesso di quanto sembri. Perché è vero che in Italia non si fanno più figli a causa dell’instabilità socio-economica delle coppie. Che non c’è lavoro e quindi futuro. Ma bisogna anche chiedersi: in Italia esistono ancora delle coppie, intese come embrioni familiari? Come due soggetti che portano avanti un progetto di vita comune, finalizzato anche alla procreazione e alla costituzione di una famiglia? A nostro parere è sempre più difficile incontrarne, soprattutto tra i neo-laureati e i così detti soggetti “sovra-istruiti” che perseguono costantemente la propria realizzazione professionale. Tutto ciò è legittimo, ci mancherebbe. Ma è evidente di come il problema della denatalità affondi le proprie radici anche nella cultura dell’individualismo. Nel prestare sempre più attenzione a sé piuttosto che alla coppia, all’altro. Nel far primeggiare i successi personali e professionali, piuttosto che  quelli sociali, relazionali o meglio comunitari.

Oggi non facciamo più figli semplicemente perché non ne vogliamo fare, non lo troviamo necessario e soprattutto soddisfacente.  E’ il dramma dell’uomo e della donna contemporanei, per i quali deve sempre venir prima l’individuo. E poi la coppia, la famiglia e la propria comunità. Quando capita. L’abbiamo detto tante volte: la colpa è soprattutto del ’68, dell’esplosione dell’atomismo sociale. Forse, anche a causa di quell’esperienza storica ben raccontata da Michel Clouscard, oggi non siamo più in grado di darci totalmente all’altro e di sacrificare per esso noi stessi. Certo, la creazione di una famiglia stabile (socialmente e culturalmente) passa anche dalla realizzazione professionale, da un lavoro sicuro e ben remunerato. Ma sembra che attualmente esista solo quest’ultima, e che la costituzione familiare – e con essa i figli – siano solo appendici all’interno dell’esistenza. Vogliamo essere chiari con il lettore: quello del quale scriviamo è un problema sociale radicato e diffuso non solo in Italia, ma in tutto l’Occidente, che – purtroppo – non rende immune nemmeno chi scrive. Eppure viene da chiedersi: siamo sicuri che tutto ciò stia migliorando la nostra vita?