Norma Rangeri sul Manifesto ha fatto suonare il carrilon della nostalgia: il movimento Fridays for Futures che ha per simbolo la piccola Greta è il ’68 redivivo (“E’ nato un nuovo Sessantotto”, 28/9). Secondo la direttrice del quotidiano inopinatamente comunista, in comune con quei formidabili anni (cit. Mario Capanna) sarebbero la vastità mondiale delle manifestazioni, gli slogan univoci, l’ostilità degli adulti. Le diversità che pure scorge, bontà sua, sono invece generazionali (i sessantottini erano mediamente più vecchiotti, di età universitaria), politiche (gli studenti ecologisti di oggi ce l’hanno con tutti i governi, non solo con quelli “reazionari”), ideologiche (allora le personalità ispiratrici issavano la bandiera della lotta di classe, adesso ci si contenta della comunicatività di una bambina), e soprattutto mediatiche, perché oggi c’è Internet. 

La Rangeri, purtroppo per la testata che dirige – un tempo guidata da ben altre firme, Valentino Parlato su tutti – è seria, penosamente seria. Il ’68, specie all’inizio, fu una reazione di vitalità giovanile che ruppe un’anacronistica compressione di costumi in un periodo storico che vedeva i consumi di massa erodere la morale borghese, con la sua disciplina e il suo perbenismo ottocenteschi, che la borghesia stessa stava liquidando obbedendo alla stessa dinamica del capitalismo, intollerante di limiti e barriere sul cammino del mercato onnipotente. Ideologicamente si proponeva di abbattere la società fondata sul profitto, in realtà si risolse in una gigantesca eterogenesi dei fini, facendo da viatico per il trionfo di ciò che presumeva di combattere: lo strapotere dell’economia e della tecnica sulla vita, per quel tragicomico autoinganno che fece scambiare la libertà individuale per il regno dell’eguaglianza. I sessantottini si pensavano eredi eretici di Marx, finirono per diventare di fatto dei liberali miserandi. Uno dei pochi a capirlo in Italia fu Pier Paolo Pasolini. Altri, come Ivan Illich, patirono l’emarginazione, mentre i Foucault, i Deleuze e i Derrida furoreggiavano con il loro libertarismo innocuo, non a caso vezzeggiato dal mainstream culturale.

Ma per tornare alla stagione della rivolta di piazza vera e propria, il discutibilissimo ’68 era pur sempre innervato da un fermento ideale, da un dibattito teorico, da pratiche vissute in prima persona (le comuni, le occupazioni massicce, l’assemblearismo serioso e settario ma coerente) che lo portarono sì alle degenerazioni della violenza terroristica e all’ottusità da professorini della rivoluzione, ma con uno spessore di idee e un carico di esperienze che i ragazzi di oggi neanche si sognano. Non per colpa loro: la temperie in cui vivono, fra il narcisismo e minimalismo dei buoni sentimenti (prima vengo io, individuo, e i vaghi ideali romantici che mi stanno cuore, poi tutto il resto) e l’educazione lassista ricevuta (proprio in forza della caduta del principio di autorità, che il dio mercato ha operato e il sessantottismo agevolato), hanno reso le ultime generazioni inabili e disabili ad una critica profonda, magari sbagliata, ma seria, strutturata e radicale del sistema di vita in cui siamo impelagati. 

A parte le frange più estreme, non c’è niente di tutto questo, nell’onda delle contestazioni sparse e fra loro slegate di chi non ha dei leader, non ha testi di riferimento comuni, non attua modalità di lotta che possano davvero allarmare i potenti. Anzi, nella maggior parte dei casi vengono coccolati e adulati dalla politica che li benedice, dalla scuola che li giustifica, dai consessi dell’establishment che li invita e li “ascolta”. 

Ah sì, l’ascolto, il mitico ascolto: ti ascoltano, ti applaudono, ti salutano e ti ridono dietro. Quale pericolo può mai costituire una protesta che si riduce a sfilate o dimostrazioni rituali? Che razza di movimento epocale sarebbe un appello alla difesa dell’ambiente che non va oltre l’invettiva e la declamazione verbale? Attenzione: non si sta qui perorando la causa di una svolta violenta. Primo, perché sarebbe irrealistico, dato che non siamo di fronte a realtà organizzate ma fluide, perfettamente in linea con la “società liquida”. Secondo, perché sarebbe controproducente, come hanno dimostrato di recente i pur onorevolissimi e ammirevoli Gilet Gialli francesi

Ciò che drammaticamente manca ai Fridays for Futures è la consapevolezza che la politica non si fa con le pie intenzioni e le azioni dimostrative, ma cercando di togliere potere al Potere per conquistarlo, organizzandosi in una o più avanguardie dallo spirito ferreo. A maggior ragione per chi si professa ecologista, partire dalla denuncia e dalla rinuncia al vero cancro dell’ecosistema, il benessere-malessere della vita artificiale, virtuale, mercificata, dovrebbe essere il primum movens per non fare solo belle parole. Ma questo contemplerebbe una rivisitazione totale del modello occidentale, implicherebbe una autocritica personale prima ancora che collettiva, porterebbe alla tremenda responsabilità di dover rivedere la scala di priorità e in pratica tutto, a cominciare dalla falsa democrazia e dal valore della tecnologia, significherebbe abbracciare una decrescita volontaria che a livello macro non può che essere infelice e dolorosissima, nel tentativo di scontro con gli enormi interessi globali che solo una crisi interna al modello stesso potrebbe mettere in difficoltà, aprendo qualche vera possibilità concreta di ribellione che altrimenti non si darebbe con il solo ottimismo della volontà. 

Vorrebbe dire sì mettere sotto accusa con nome e cognome i boss della mala finanziaria, industriale e istituzionale, ma anche bruciare i telefonini, boicottare i tempi di lavoro, darsi in massa a forme di autoproduzione e autoconsumo, disertare le elezioni, abbandonare le banche, snobbare le Borse: tutto velleitario, se non ci si prova in numeri abbastanza grandi da spaventare le guardie. E questo non avverrà magicamente, per un moto dell’animo collettivo, ma solo se ci si preparerà a farlo con studio e applicazione. Anzitutto smontando il buonismo dilagante che è il migliore alleato dello status quo (e che ha il suo specchio in certo cattivismo astioso e micragnoso), per essere pronti quando il Moloch fornirà l’occasione di provarci sul serio. Non servono maggioranze inutilmente festanti che si limitano a ruggire contro gli effetti del problema, ma il lavoro paziente di minoranze determinate a ficcare il dito nelle sue cause. Con lo scopo, confessabile, di fare la festa a lorsignori. Le maggioranze seguiranno, come sempre è stato.