Nell’Italia dove la cultura è nata, oggi, la cultura manca. E in un desolante quadro politico/economico, da anni, statistiche, studi specialistici ed esperti richiamano l’attenzione su una problematica dalla stragrande maggioranza della popolazione nemmeno percepita: ma in verità fondamentale per capire perché questo Paese non riesca a destarsi da un torpore che prima o poi lo porterà al capolinea. L’ultimo a lamentare la drammaticità della situazione, in ordine di tempo, è stato il linguista Tullio De Mauro: che con chiarezza quasi provocatoria ha denunciato il fallimento del sistema scolastico e l’inadeguatezza delle riforme varatein campo formativo e culturale. Di tutto questo, per approfondire, abbiamo parlato con Maria Carla Papini, professoressa di Letteratura italiana moderna e contemporanea dell’Università di Firenze da più di 40 anni.

Siamo sotto la media Ocse per investimento sulla cultura.  Le ricerche Eurostat lo confermano. L’Istat a gennaio ha sentenziato: 6 italiani su 10 non leggono libri nell’arco di un anno(così come il 40% degli studenti di scuola superiore). Teatro, musica (classica e contemporanea), musei, cinema e attività culturali non attirano gli italiani. Quasi il 50% della popolazione non legge quotidiani. C’è un tasso di analfabetismo funzionale pari al 47%. Come si spiega?

Bisognerebbe fare una ricerca storica. Paragonare questi dati con quelli di 30-40 anni fa. Così com’è stato fatto con quelli europei: ovviamente, si sa, siamo al di sotto degli standard rispetto agli altri. È necessario capire cosa sia successo dagli anni ’60 in poi: quando, almeno apparentemente, l’Italia sembrava in pieno sviluppo culturale. Senza dubbio negli ultimi20 anni qualcosa è accaduto. La situazione è decisamente peggiorata. Soprattutto con la mancata importanza data alla cultura, alla formazione e alla ricerca: basti pensare alla frase del Ministro Tremonti (“Con la cultura non si mangia”). Si capisce che in un Paese in cui già mancava una percezione del valore della cultura, quella frase ha avuto un suo peso specifico. Perché, sì, c’è un costo per lo studio, per l’acculturazione: una fatica non solo fisica, ma anche economica. E se viene fatto credere che si possa arrivare a un lavoro, o comunque a una remunerazione, senza quella fatica, è chiaro ci sia un ulteriore allontanamento dell’italiano medio dalla cultura. Ma la verità è ben diversa e lo stiamo vedendo.

Parliamo della Tv italiana. Nel Paese è uno strumento primario d’ informazione e formazione. Ma è di scarsissima qualità. Il 90% della popolazione (un dato stabile negli anni) la guarda attivamente; e di contro si leggono pochissimi libri o giornali. E’ una correlazione che fa riflettere. A suo giudizio, è la Tv che si adatta al popolo o il popolo che si adatta alla Tv?

E’ il popolo che si adatta alla Tv. Ne sono convinta. Sono del ’47. Vengo da una generazione cresciuta nel momento in cui la Tv si affermava ed entrava in tutte le case. Al tempo era diverso. Rientravano nella programmazione settimanale cicli di film di qualità come quelli di Bergman – io, tutto Bergman, l’ho vistola prima volta in Tv -, oppure sceneggiati televisivi come ad esempio quelli di Anton Giulio Majano tratti dalle più importanti opere letterarie italiane e europee, o ancora la serata dedicata all’Opera. E la gente, quella televisione, la guardava. Conosceva certe cose anche perché poteva vedersele a casa. Naturalmente, non mancavano programmi di varietà, tipo Canzonissima o Lascia o Raddoppia, ma veniva data un’alternativa. C’erano programmi di qualità che indubbiamente suscitavano interesse nelle persone. Questo progressivamente è stato tolto: a partire dagli anni ’80, per poi scadere ulteriormente negli anni ’90; e non è necessario parlare dell’oggi. Basti pensare ai talk show: un circo ambulante dove ha la meglio chi grida di più. Veramente prima c’era una programmazione culturale, alla Rai, che faceva la differenza. Voglio dire: Ungaretti io l’ho visto in Tv leggere l’Odissea. E tutti, nella varietà dei casi, sapevano chi era e lo ascoltavano. Oggi sarebbe possibile? Fare a meno della cultura in televisione equivale ad abbassare il livello culturale di chi la guarda: ed è evidente che ci sia un disegno di tipo politico dietro la scelta. Perché, fatalmente, ne deriva un’assenza di pensiero autonomo e di spirito critico.I programmi di oggi alimentano la discussione sul nulla: allontano da qualsiasi tipo di problema. C’è un effetto soporifero sugli spettatori. La televisione pubblica (molto meno quella a pagamento) è diventata il luogo della ripetizione, dove troviamo programmi sempre uguali, e dove si può non pensare alla vita quotidiana: e questo è un grave problema. Conosco la Tv francese, inglese e tedesca. Non c’è da credere siano tanto diverse: però in quei Paesi si legge di più.

Qual è lo stato di salute del sistema scolastico italiano?

Ci sono stati pesanti tagli sulla scuola e la ricerca: e le conseguenze si toccano con mano. Insegno da 48 anni e ho visto il deteriorarsi della qualità degli studenti. Negli ultimi anni l’FFO (fondo finanziamento ordinario), cioè i soldi che il Governo stanzia a favore dell’Università pubblica, si è molto abbassato. Non solo: il rapporto di proporzione che, da un certo momento in poi, ha collegato il Fondo di Finanziamento Ordinario  al numero degli studenti laureati ha spinto le Istituzioni accademiche a promuovere curricula meno pesanti abbassando decisamente il livello qualitativo dei laureati. Il carico di un esame di una volta non è paragonabile aquello attualee ciò soprattutto nelle discipline umanistiche. Si capisce che questo, a meno di eccezioni, ha effetti negativi devastanti sugli stessi studenti. Inoltre, si è creato un clima per cui dall’Università bisogna uscire a tutti costi e nel minor tempo possibile, anche se con nessuna competenza specifica: gli studenti– e parlo soprattutto di quelli delle discipline umanistiche di cui ho, per la materia che insegno, maggiore esperienza – mancanospesso di passioni, mancano di motivazioni, “provano” a fare gli esami. Però vanno avanti comunque. Allora la laurea diventa un pezzo di carta. Non spendibile per un futuro lavorativo. La responsabilità ricade naturalmente su un sistema educativo carente sia dal punto di vista formativo che, soprattutto, economico.Del resto, in Italia, nel campo dei provvedimenti scolastici in vent’anni si è sempre fatto poco e male. Pensiamoalla “Buona Scuola” di oggi. Tutto quello che è stato promesso è rimasto ancora prevalentemente sulla carta: per ora, oltre le parole, non ci sono stati sostanziali finanziamenti. Bisogna tornare a rendere appetibile il ruolo dell’insegnante,mortificato socialmente da stipendi decisamente inferiori alla media europea oltre che da una professione non valutata adeguatamente per il ruolo fondamentale che svolge nella formazione della classe dirigente futura e di ogni singolo cittadino.

E quali saranno le conseguenze se non ci sarà un deciso cambiamento di rotta?

Questi studenti non entreranno mai nella classe dirigente. E per classe dirigente intendo manager aziendali, professori, intellettuali, politici in posizioni preminenti. Purtroppo non si ha una percezione giusta del fenomeno dell’istruzione. Se non ci sarà un forte investimento finanziario per risolvere il problema del deficit di formazione italiano (cioè una vera rivoluzione del sistema di oggi, dalle elementari all’università), il cosiddetto “ascensore sociale”, già fortemente rallentato lo sarà ulteriormente e aumenterà nettamente il divario tra abbienti e non abbienti, ricchi e poveri. Ci sarà una contrapposizione tra chi sarà destinato a occupazioni subordinate e chi ricoprirà ruoli di comando. Mi chiedo: chi saranno queste persone? Oggi, mi viene in mente, ci sono scuole (per esempio l’International School) che educano ragazzi dall’asilo fino alla maturità garantendo loro l’iscrizione diretta, senza esami di ammissione, a Università di prestigio europee e/o americane. Ma c’è un dettaglio: non sono scuole per tutti ma solo per chi può permettersi le decine di migliaia di tasse annue che vengono richieste per la frequenza. E questo è un fallimento palese delle politiche scolastiche pubbliche.

L’ignoranza sembra avere un costo: economico, sociale, politico. Perché c’è bisogno della cultura? Cioè di rivalorizzare il così detto “inutile”?

Negli ultimi decenni c’è stata una netta differenziazione, anche a livello d’informazione mediatica, tra studi umanistici e studi scientifici. Mentre in passato le due cose non erano divise. Fino agli anni 70 potrei dire che ancora si metteva in evidenza l’interazione tra le due culture. Poi però le materie umanistiche hanno cominciato ad essere viste come assolutamente “inutili”. Al contrario di quelle “utili”: perché finalizzate, nell’immediato, a qualcosa di pratico. Una formazione di base di tipo umanistico, che preveda la conoscenza di discipline storiche, letterarie, filologiche, linguistiche e filosofiche vale, viceversa, nel suo complesso all’educazione di ogni cittadino, sviluppandone le capacità critiche e dunque di giudizio, indipendentemente dal lavoro specifico che svolgerà poi. Senza si perde la capacità di orientarsi nel reale, di comprendere, molto spesso, quello che ci viene imposto dall’alto. L’assenza di questa formazione, ma anche il rifiuto di ogni ideologia – cioè la capacità di programmare utopicamente un futuro migliore – e la mancanza di cultura e dunque di discernimento critico, produce necessariamente la soggezione alle logiche di un potere che, nella maggior parte dei casi, non persegue l’interesse dei cittadini: ma solo quello dei pochi che lo gestiscono, attraverso una classe politica ad esso asservita.

Quindi si potrebbe dire che senza la cultura non si mangia?

Se uno straniero entra in un Paese diverso e non ne conosce la lingua, sarà costretto per forza di cose ad occupare posizioni subordinate: non potrà mai emanciparsi compiutamente perché non capirà cosa gli viene detto. Allo stesso modo nel mondo di oggi, e in questo Paese in particolare, se non si studia, non si legge, non si dà importanza alla cultura in tutte le sue forme, non si potranno cogliere le dinamiche della società che ci circonda. E’ necessario un pensiero critico. Senza cultura si è destinati a posizioni servili. E, come dicevo prima, in queste condizioni l’apertura della forbice tra chi possiede e chi no non potrà che aumentare in maniera drammatica. Quindi, sì, senza cultura non si mangia. Bisogna imparare: sempre.