Indipendentemente dall’oggetto referendario, l’indecenza della faziosità è l’essenza della disaffezione politica: Ernesto Carbone e il suo “#ciaone” l’hanno valicata ampiamente. L’inutile retorica della centralità del volere popolare svilisce l’assolutezza stessa del cittadino: indotto ad errare dalla malizia di parassiti camuffati da statisti, e dai prezzolati servigi a loro resi dall’orchestra mediatica, le cui mistificatrici note stonano col buonsenso. La tendenziosità è il concime della banalizzazione, che irriga i solchi della coscienza collettiva e contribuisce alla crescita di radici acritiche. L’affarismo dei petrolieri – che ammalia i politicanti dalle tasche mai colme – si è soltanto limitato a condire la purea di oscenità cotta a puntino dalle collusioni della Guidi e dalla indifferenza della compagine renziana, muta dinanzi al dilagante malaffare che la sta travolgendo.

E se le ipotesi di una maggioranza dei “Sì” in quello scarso 30%, trovassero riscontro nell’inoppugnabilità dei fatti, sarebbe così delinquenziale additare il depistaggio propagandistico di Renzi & C. come principale responsabile del mancato raggiungimento del quorum? Battiato l’aveva previsto: ”Povera Patria! Schiacciata dagli abusi del potere di gente infame che non sa cos’è il pudore”. Frattanto, il recupero di un documento audiovisivo di una vecchia tribuna politica, a ridosso del Compromesso Storico, dirada le pupille. Una RAI – incredibilmente sugli scudi – dirigeva l’evento. Una conduzione distaccata ed imparziale si premuniva di paziente zelo nella presentazione dell’ospite. Un primo piano all’americana incorniciava lo sguardo almo di Enrico Berlinguer, e ne reggeva la portata intellettuale della dialettica. Sullo sfondo, la sua trattazione (ampia e certosina) delle battaglie che il Partito Comunista Italiano avrebbe dovuto affrontare, nella palude fangosa di un’Italia agli albori degli Anni di Piombo, e di una partitocrazia inetta.

Le invettive di Berlinguer echeggiavano nel silenzio di uno studio in cui l’unico contraddittorio era l’impossibilità di replicare alla trasparenza del Segretario. Parafrasando i valori della Resistenza – nei quali, probabilmente, non si è mai specchiato, se non per ravvisare l’assurdità di un’anti-identità -, sindacava la auto-legittimata potestà della NATO, e suggeriva di non barattare la nostra sovranità con una (forfettaria) garanzia di sicurezza; schifava gli Stati Uniti d’America, e detestava la loro dittatoriale superbia; mirava ad abbattere le diseguaglianze, perché l’equità prevalesse sui soprusi, e si sorreggesse la meritocrazia. Ecco che la lotta al proletariato – sigla ammuffita da una stantia astrazione – assumeva contorni densi di significato, e si proiettava al 2000 con la speranza che il classismo venisse deposto da una generazione istituzionale capace di avvalolare l’eredità politica dei predecessori, e di tutelare il nostrano patrimonio degli artigiani e dei commercianti, dalle insidie del capitalismo. A distanza di più di 40 anni, Renzi, la Boschi, e i corifei del lobbismo, sanno davvero che Berlinguer sia stato politicamente il padre del loro partito?