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E Re Giorgio monitò ancora. Dall’alto dei suoi novantuno anni ben portati il Presidente emerito della Repubblica si è accomodato sullo scranno offertogli da Vespa, da dove ha raccontato agli italiani il suo Sì al referendum. Una mezz’oretta di televisione ben gestita, nel corso della quale Napolitano ha saputo argomentare in maniera convincente la propria posizione concedendo a Vespa solo qualche domanda smozzicata, buttata lì a mo’ di inciso all’interno di un monologo che ha rispecchiato quella che è stata la figura pubblica del Presidente negli ultimi anni. Grande coerenza con le proprie posizioni, peccato che queste siano spesso intrinsecamente incoerenti. Torna alla mente un’antica tribuna politica che gira su Youtube, dove si vedono lo stesso Napolitano ed un altro futuro Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, giovani ed aitanti, scontrarsi sul tema del patriottismo. Altri tempi, altra televisione, due diverse presidenze. Se il picconatore è venuto a mancare assieme alla Patria, Napolitano è ancora qua, a parlare di Italia e di referendum costituzionale.

Il dibattito del 1961 con Napolitano e Cossiga sulla Patria

Si comincia con un lungo excursus sull’iter dell’assemblea costituente che, per paura reciproca tra democristiani e comunisti in vista delle prime elezioni dell’Italia libera, decise per un accordo di minima. Da lì, ed era già noto ai padri costituenti, la cronica debolezza dell’esecutivo, additata da Napolitano come uno dei due grandi problemi della Costituzione del ’48. L’altro è, ҫa va sans dire, il bicameralismo perfetto. Concordiamo su questo punto con Re Giorgio. Inizialmente si concepì addirittura la figura del Presidente del Consiglio come quella di un primo inter pares, infatti non ha, a tutt’oggi, il potere di revocare ministri che non lo soddisfino. Sottigliezze giuridiche alle quali si rimedia coi “rimpasti” di Governo, ma dato emblematico. La prima contraddizione arriva subito dopo. Nel tentare di mettere in mostra i difetti del sistema attuale Napolitano evidenzia come l’attuale maggioranza sia figlia di una legge elettorale incostituzionale, che assegna un premio di maggioranza mostruoso ad una lista che ha preso il 29,5% dei voti quando le altre due hanno preso il 29% e il 26%. A che titolo può una maggioranza simile (che ha pure visto la scalata di Renzi al Pd e dunque al Governo) permettersi di mettere mano alla Costituzione a colpi di maggioranze parlamentari? A maggior ragione considerando il fatto che Napolitano osteggiò il tentativo di riforma assai similare di Berlusconi e Bossi del 2006. E se è vero che la riforma renziana potrebbe (e il condizionale è d’obbligo) snellire il processo legislativo, riducendo il ricorso inusitato ai decreti legge, il Presidente emerito si contraddice nuovamente quando cerca di difendere la revisione del Titolo V. Obiettivamente, oggi le competenze di Stato e regioni si sovrappongo in un gran pastrocchio. Se qualche miglioramento può essere probabile, la possibilità di intervento straordinario del Governo su questioni che mettano a repentaglio l’integrità giuridica dello Stato rischierebbe di trasformarsi in una nuova forma di decretazione d’urgenza e di conflitto Stato-regioni. Non si mette mano inoltre allo statuto speciale di alcune regioni, che può aver avuto una validità storica come afferma Napolitano, ma oggi la si fatica a scorgere. Di nuovo, Napolitano può avere ottime ragioni per difendere un Senato eletto su base territoriale a fronte di una Camera nazionale, e quindi sul superamento del bicameralismo perfetto, ma francamente risulta difficile comprendere per quale motivo questo dovrebbe diventare il dopo-lavoro dei consiglieri regionali, che un mestiere lo avrebbero già. Non avrebbe forse più senso il modello americano, dove gli Stati (in questo caso le regioni) eleggono due senatori a testa? Si otterrebbe la stessa riduzione del numero dei senatori, si trasformerebbe il Senato nell’organo della rappresentanza territoriale, si snellirebbe il procedimento legislativo ma si garantirebbe la rappresentanza effettiva dei cittadini, evitando sotterfugi di palazzo. Il motivo è facilmente immaginabile: fare propaganda sulla mancata indennità per i nuovi senatori in risposta all’antipolitica dei 5 Stelle. Non è così che si dovrebbe fare una riforma della Costituzione.

Qualche ragione in più Napolitano la ha quando parla della rappresentazione mediatica della consultazione. Critica giustamente (definendola “aberrante”) la propaganda renziana sul taglio dei numeri dei senatori e dei costi della politica. Non è in base a quello che si decide l’assetto istituzionale del Paese (ma di nuovo si sa perché Renzi lo stia facendo). Giudica altrettanto aberrante la personalizzazione del referendum, facendo in questo caso la stessa retromarcia del Premier, che si è accorto di non avere i numeri. Ha però il torto di affermare che “Renzi lo si giudicherà alle Politiche del 2018”, senza dire che non si capisce bene chi Renzi lo abbia messo lì e dunque che questa è la prima vera occasione per giudicarlo. Per chiudere sul referendum, il Presidente emerito incensa la maggior partecipazione che la riforma garantirebbe grazie all’introduzione dei referendum propositivi (sacrosanti), ma di nuovo si scorda di ricordarci come siano triplicate le firme per le proposte di legge popolare che, en passant, quasi mai finiscono davvero in Parlamento. Vespa decide a questo punto di passare al tema della legge elettorale, il mai abbastanza discusso Italicum. Qui il pensiero di Napolitano si fa ancora più nebuloso. Inizia ripetendosi sul concetto che una esigua maggioranza relativa garantirebbe un potere spropositato. Vero e giusto, con la differenza che rispetto al Porcellum col Sì chi vince risicatamente avrebbe ancora più potere e bye bye “check and balances”. Il travaglio interno al Pd è nel mentre riuscito a produrre un documento (che come ha detto Zoggia, minoranza Pd, “non si nega a nessuno”) che non fa nessuna chiarezza (questo il testo integrale) e in ogni caso verrà discusso dopo il 4 dicembre. Facile, anche in questo caso (e ripetersi sta diventando noioso) immaginare a cosa sia dovuta questa discussione tutta piddina sul ballottaggio, visto che tutti i sondaggi danno vincente il Movimento 5 Stelle. Non si capisce inoltre in che modo un proporzionale con premio di maggioranza potrebbe garantire la governabilità se non riproponendo il Porcellum. Ultime battute su Trump e le destre xenofobe d’Europa, che sempre popolano gli incubi del Presidente almeno quanto i sogni di buona parte del continente, prima di un ritorno ai due motivi per cui si deve votare Sì. Quando Vespa ha il coraggio di far notare che la produttività italiana non cresce dall’ingresso nell’euro la causa è presto trovata: i governi instabili. Finora quando l’establishment si è schierato compatto a favore di qualcosa o di qualcuno, il popolo ha votato dall’altra parte. Ci sono buone probabilità anche in questo caso, pur senza sperare che la profezia del Financial Times si avveri. Altre picconate andranno tirate alla costruzione europea per vederla cadere fragorosamente.