Fare i giornalisti in Italia è sempre più pericoloso. Senza sfociare nella burocrazia, nelle leggi bavaglio e nelle difficoltà contrattuali, è sufficiente dire che nel nostro Paese chi fa informazione vera e genuina rischia l’incolumità o addirittura la vita. Ultima in ordine cronologico è la vicenda di Sandro Ruotolo, il giornalista di Servizio Pubblico cui è stata assegnata una scorta in seguito alle minacce ricevute dal boss casalese Michele Zagaria. In Italia sono almeno tredici i giornalisti che vivono sotto scorta in seguito a minacce di morte. Si va dai proiettili nelle buste alle lettere minatorie, fino alle teste di cavallo recapitate all’indirizzo di singoli redattori o di intere redazioni. “Ossigeno per l’informazione”, il sito che si occupa di monitorare lo stato di salute del giornalismo italiano, censisce ogni anno decine di minacce, che complessivamente colpiscono tra i 300 e i 400 addetti all’informazione. Un esercito di lavoratori che rischiano la vita a causa del proprio mestiere.

Tra i redattori obbligati alla scorta troviamo Rosaria Capacchione, giornalista de Il Mattino ed oggi senatrice PD, Federica Angeli di Repubblica, nonché Giovanni Tizian e Lirio Abbate, autore di scottanti inchieste per conto de L’Espresso. Abbate, minacciato da Cosa Nostra e per questo sotto protezione da otto anni, è stato peraltro speronato da un’automobile appena un anno fa, nonostante le precauzioni adottate nei suoi confronti: l’intimidazione è probabilmente da attribuirsi al sistema di Mafia Capitale, denunciato dal giornalista due anni prima dell’esplosione del caso giudiziario.

Sul caso Ruotolo Matteo Renzi ha speso parole significative: al telefono col giornalista, il Premier si è detto solidale, ed ha espresso la considerazione del Governo nei confronti di chi, con la propria attività di denuncia, combatte quotidianamente contro le mafie e il crimine organizzato. Viene da chiedersi in quale modo il Presidente del Consiglio ha intenzione di rendere effettiva questa considerazione. In Italia la legislazione in materia è quanto mai dannosa e superficiale. Ai tradizionali metodi di censura – che prevedono l’intimidazione e la violenza -, si sono perciò aggiunti stratagemmi sempre più subdoli, che fanno leva da una parte sul precario sistema contrattualistico dei giornalisti, e dall’altra su una legislazione che non prevede tutele sufficienti in materia – ad esempio – di diffamazione. Se uniamo il tutto col ruolo sempre più marginale dei sindacati, ecco che la ricetta è pronta e servita.

A farne le spese è chiaramente l’opinione pubblica, oggi più che mai omologata e dipendente dall’informazione veloce, superficiale e unanime. L’approfondimento, il lavoro d’inchiesta, il giornalismo cosiddetto “scomodo” che si pone come controllore e censore del Potere sta venendo progressivamente meno. I finanziamenti ad esso diretti sono sempre più bassi, e il sistema legislativo e giuridico sempre più farraginoso ed impreciso, mentre chi siede ai piani alti della società può dormire sonni tranquilli, più o meno certo che nessuno avrà modo di verificare davanti all’opinione pubblica il proprio operato. Tutto questo accade mentre Renzi e il suo Governo parlano di solidarietà e considerazione del problema. Aveva ragione Sasà – il caporedattore di Giancarlo Siani nel film Fortapàsc – quando ripeteva che “Le notizie so’ rottur’ ‘e cazz’!”; e questo Governo di rotture non sembra disposto ad averne.