di Alessio Sani

La riforma del Senato, dopo una travagliata gestazione interna al Pd, si appresta ad affrontare le raffiche di emendamenti di un difficile iter parlamentare. L’intento del Governo è chiaro: assieme all’Italicum comporterà un cambio di rotta nell’ordinamento istituzionale italiano, alterando l’equilibrio tra poteri, rivitalizzando il ruolo dell’esecutivo. Si va, abbastanza speditamente, verso un Premierato forte.

Anche se difficilmente il popolo italiano l’andava aspettando da settant’anni, come ha avuto modo di esternare il ministro Boschi, è indubbio che il “superamento del bicameralismo perfetto” possa essere una grande occasione di analisi e confronto. Proprio perché va a toccare quello che è uno dei tratti caratteristici della nostra declinazione del concetto di democrazia, cioè la debolezza dell’esecutivo, consentirebbe di riflettere sui principali limiti che questo ha manifestato in Italia. E’ un vero peccato che i media preferiscano perdersi nell’inutile trascrizione di puerili ripicche, nella mediocrità del gioco delle parti dell’incancrenita classe politica nazionale.

Un reale dibattito pubblico sulle forme di governo in Italia non esiste dai tempi dei Comuni trecenteschi. Prima vennero le Signorie a tacitare le opinioni eterodosse, poi i Francesi, gli Spagnoli, gli Austriaci, e infine i Savoia. La claudicante democrazia parlamentare liberale postunitaria nasceva dall’alto ed era regolata da uno Statuto, quello Albertino, che poteva essere all’avanguardia al momento dell’emissione nel 1848 ma venne presto superato dai tempi. Il sistema vetero-aristocratico piemontese non resistette alla Grande Guerra e il fascismo tacitò la questione nuovamente. La democrazia divenne per un ventennio il passato, in una sbornia di esecutivo. Terminati i dolorosi postumi, i padri costituenti ebbero un’unica preoccupazione comune: impedire l’avvento di un nuovo fascismo, dunque limitarono fortemente i poteri del governo.

I limiti di una democrazia acefala sono evidenti: quando non c’è un re, sovente si forma un’aristocrazia. In altre parole, il centro del potere diventano i partiti. Questo, ovviamente, in Italia è successo sia nella Prima che nella Seconda Repubblica e perdura tuttora, ed introduce due altre grandi questioni: quella delle selezione della classe dirigente e quella dell’effettiva capacità dell’opinione pubblica, specie se non allineata ai diktat parlamentari, di influenzare le scelte dei partiti. Paradossalmente, l’eccesso teorico di democrazia creato dal deficit di esecutivo porta ad un deficit di democrazia. La seconda criticità di un governo debole, più specifica della condizione di minorità dell’esecutivo, è la cronica difficoltà di tradurre in atto il pensiero. Questo, specialmente nel mondo globalizzato, è un problema fondamentale, che obbliga ad ampliare la riflessione. Senza voler introdurre azzardati paragoni coi “capitalismi di stato” di Cina e Russia, dove la pronta capacità dell’esecutivo di reagire alle crisi e in generale agli input ha un alto costo in termini di diritti, l’Italia ha manifestato cronicamente un deficit di leadership.

Nella visione di Max Weber, ingenua se vogliamo e figlia di un sistema, quello tedesco di fine Ottocento, ancora legato al mondo aristocratico degli Junker, il parlamento sarebbe dovuto essere il campo di prova dei migliori “campioni” nazionali. I migliori leader, selezionati dai corpi intermedi (i partiti), sfidandosi sul terreno parlamentare avrebbero determinato l’ascesa al Governo del capo migliore. Peccato che ciò che vale per una società aristocratica non valga per una società di massa. I leader democratici di oggi non competono in parlamento, competono nelle elezioni e nei partiti. Non devono conquistarsi la fiducia di quella che è l’élite teorica del Paese, devono ottenere voti. Questo inesorabilmente abbrevia l’orizzonte temporale. Lo scopo del governo diventa farsi rieleggere e la via più facile è posporre i problemi, rimandarli alla legislatura successiva. Se questo è un problema della prassi, ancora di più è un problema del pensiero. Il lungo periodo esce dal dibattito pubblico, che si incancrenisce sulle questioni secondarie e imminenti invece di affrontare quelle strutturali.

Di tutti questi problemi sulla leadership democratica, sulle condizioni di esistenza e di prassi dell’esecutivo, la riforma di Renzi affronta solo quella terminale, quella a valle. Un esecutivo forte avrà il potere di prendere decisioni organiche, razionali, di agire compiutamente, in sostanza di porre in atto il pensiero. A monte però non cambia nulla. Non migliora la selezione della classe dirigente, che è l’elemento cardine di qualunque ordinamento che funzioni. Pensare di mettere in dubbio l’esistenza del concetto di partito pare utopia, subito si urla all’attentato alla democrazia (e già lo si urla per un esecutivo più muscolare), eppure è evidente che in Parlamento non siedano le forze migliori del Paese. Al di là delle differenti opinioni, basta guardare certi interventi di alcuni onorevoli su Youtube: sarebbero tristi anche se fossero caricature. Anzi, l’elezione di secondo grado dei senatori è qualcosa di misterioso, sostanzialmente incomprensibile, che unità ai capilista bloccati dell’Italicum conferma il ruolo egemone dell’organizzazione partitica. Il processo di selezione dei temi e delle posizioni rimane lo stesso o forse peggiora, gli orizzonti temporali delle riflessioni non si allargano.

Sul tema della distanza cittadino-potere il discorso va ulteriormente ampliato. E’ chiaro che il sistema rappresentativo, mediato dai partiti, faccia fatica a cogliere i mutamenti d’umore dell’opinione pubblica. Quando si crea un vuoto politico, ovvero quando tutti i principali partiti canonici adottano la stessa linea su di un argomento eppure esiste una componente della società civile che ha una visione differente, questa non trova espressione. Mancando la candidabilità diretta, l’unico iter ammesso per tentare di partecipare al gioco parlamentare è creare un altro partito. Per chi non ha fondi particolarmente cospicui ed amicizie piuttosto influenti non è così semplice.

L’esempio principe è il grande sogno europeo, interamente deciso sopra la testa dei cittadini. Chiunque governi, l’Europa unita è comunque indiscutibile. Eppure siamo sicuri che allontanare ulteriormente il potere dai cittadini, portandolo da Roma a Bruxelles, sia una conquista democratica? Addirittura l’architettura istituzionale dell’Unione è lacunosa e autoritaria. In questo senso segnali dal Governo Renzi non ce li si poteva aspettare, però qualcosa di nuovo sembra muoversi. Prima il referendum scozzese, pur ad esito negativo, ora il voto in Catalogna. Forse sarebbe il caso di aprire un ulteriore dibattito su quale Europa costruire, su quale organizzazione istituzionale imperniarla, e forse un modello di confederazione su base regionale può essere un antidoto migliore al nazionalismo rispetto alla costruzione di una super nazione autoritaria, ma questa è un’altra storia.