24.000 euro. Più di mille euro al minuto. Tanto ci è costata l’ospitata televisiva a “Che Tempo Che Fa” dell’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis. Il fattaccio risale a un mese fa, 27 settembre, ma i risvolti economici sono venuti a galla solo in questi giorni. Infatti, in seguito all’accusa rivolta a Varoufakis dal Daily Telegraph di farsi strapagare per ogni suo intervento pubblico, l’ex ministro lunedì ha pubblicato come smentita un elenco di tutte le sue più recenti apparizioni, ognuna affiancata da incasso e eventuale rimborso spese. E da questa lista sono saltati agli occhi subito i 24.000 euro più rimborsi riscossi da Fazio, considerato che nelle sue altre apparizioni in giro per l’Europa il compenso è risultato essere stato quasi sempre pari a zero, o tutt’al più ridotto a un simbolico rimborso spese.

In tal modo si è aggiunta altra carne al fuoco per la Rai, già da un po’ al centro delle polemiche per l’introduzione del canone in bolletta a partire dal prossimo anno, riaprendosi per l’ennesima volta l’annoso tema dei compensi milionari elargiti a conduttori e ospiti delle trasmissioni. E il salotto del signor Fazio in questo è riuscito come sempre a distinguersi.

Dall’anno prossimo infatti saremo obbligati tutti a pagare il canone in bolletta, anche chi avesse fatto la saggia scelta di non dotarsi di una televisione in casa, e, di più, per vedere i nostri soldi sperperati in questo modo. Quasi due milioni di euro all’anno per Fazio (che nonostante tutto una giacca decente ancora non se l’è comprata!), ventimila euro a puntata per le cretinate sparate dalla giuliva Littizzetto, e fermiamoci a “Che Tempo Che Fa”, perché si potrebbe andare avanti con tutto il palinsesto Rai. Non sarebbe legittimato l’italiano medio a essere almeno un po’, per usare un eufemismo, indispettito da questo stato delle cose? In un momento di crisi come quello in cui stagniamo da anni, certi compensi appaiono davvero fuori luogo. E non che da essi possa dipendere il risanamento delle finanze pubbliche, si tratta di retribuzioni astronomiche ma pur sempre spiccioli rispetto al mare del dissesto finanziario italiano. Certe esose prebende dovrebbero essere contenute per pura decenza verso i telespettatori.  Per tante, troppe famiglie i 24.000 euro elargiti a Varoufakis, o i 20.000 settimanalmente incassati da “Lucianina” costituiscono l’intero reddito annuale. Per decoro, soprattutto verso queste persone, sarebbe opportuno ridurre, dimezzare tali compensi. Il risparmiato, tanto per dirne una, potrebbe poi essere benissimo investito in contenuto e qualità dei format.

Già, perché oltre il danno c’è pure la beffa. La beffa che, oltre a veder spesi i nostri soldi per  queste paghe spropositate, nel caso di “Che Tempo Che Fa” il risultato, anziché un programma di approfondimento ben preparato e di spessore,  è la solita manfrina della sinistra manichea e moralista, quella che dal suo salottino medio borghese, attraverso i vari Fazio, Gramellini, Volo, Saviano pretende ogni santo weekend di redimere l’Italia dal malcostume (senza pensare a redimere prima sé stessa); quella che considera le veline e Miss Italia un oltraggio alla dignità della donna, ma poi compensa profumatamente una cavallona svedese qualunque per stare su una poltrona a fare la scopa parlante (almeno le veline sanno ballare. Le abilità della Lagerbäck non sono, almeno a noi, note); quella della satira a senso unico, che paga Luciana Littizzetto per venire a turbare la cena degli italiani con le solite quattro becere oscenità.

Gli italiani stufi di questa situazione, che non pagano più il canone, sono di anno in anno sempre di più. Sarebbe troppo quindi pretendere, al posto di questi costosissimi polpettoni stantii, dei veri programmi di approfondimento culturale e politico (e non di cattedratica propaganda, come il salottino di Fabio Fazioso)  in cui si cerchi di elevare il dibattito televisivo italiano dallo stato di prostrazione in cui si trova attualmente, con ospiti e conduttori di pregio, e alle spalle una gestione delle spese meno offensiva per i contribuenti? O vedere trasmesso ogni tanto qualche film risalente almeno a dopo il Diluvio, e non la miliardesima replica di Mamma ho perso l’aereo? Evidentemente sì, è troppo. La Rai era ed è una delle innumerevoli mangiatoie pubbliche dello stato italiano, non passa minimamente per la testa a nessuno di razionalizzare le spese e investire meglio il denaro pubblico che vi circola. Mangiare è il bisogno primario. Dunque via col canone obbligatorio in bolletta, e tutti a tavola!