La piazza azzurra ha infine scelto Guido Bertolaso. Le “gazebarie” (neologismo incredibile che rimanda a mammiferi africani striati di bianco e nero), nonostante abbiano tediato un Berlusconi costretto a sponsorizzarle per due giorni girando per Roma, hanno sancito il risultato sperato: la conferma di Bertolaso. Il capo di Forza Italia, lo si ricorderà, ha sempre guardato con sospetto a primarie et similia: ma nella situazione presente non ha potuto evitare di starci, visto il braccio di ferro deciso da Matteo Salvini sulla Capitale.

Brevemente: Paola Taverna, in maniera goffa, ha detto qualche giorno fa la verità. A Roma non esiste forse un complotto per far vincere i Cinque Stelle, ma certamente i partiti del canonino arco preferirebbero governare per interposta persona. Un candidato civico, moderato e dialogante, che risponde al nome di Alfio Marchini. Non per nulla Berlusconi tentò per primo di intestarsi quel nome, provocando la levata di scudi di chi (Meloni e Salvini) si pone come protagonista del centrodestra futuro e mal digerisce inciuci e tatticismi (ben descritti da Francesco Storace). Berlusconi, viceversa, bada al sodo e a salvare il salvabile: da qui la scelta, escluso ufficialmente Marchini, di un candidato non troppo agguerrito come Bertolaso. Stessa mossa, identica, l’ha fatta Matteo Renzi dall’altra parte: di Giachetti si potranno apprezzare modi e iniziative passate, ma non è evidentemente quel trattore di voti che il partito di governo dovrebbe cercare per la Capitale, specie dopo la magra figura di Ignazio Marino. Candidati scipiti, dunque, quelli schierati da centrodestra e centrosinistra, nella speranza di favorire Marchini il quale sarebbe l’uomo ideale.

Senonché a destra, l’abbiamo visto, Salvini e Meloni hanno capito il gioco del Cavaliere e, immaginandosi da qui a cinque anni in posizione nettamente dominante nella coalizione (immaginando cioè la morte naturale di Berlusconi, o un impedimento grave alla sua permanenza sulla scena – brutto dirlo, ma è così), stanno tentando in modi diversi di forzare la mano per ridimensionare il ruolo dell’ex presidente del Consiglio. L’una decapitando l’ipotesi Marchini e ora proponendosi personalmente al Campidoglio, l’altro osteggiando platealmente la scelta – comune, si era detto, e lo ricorda ogni venti minuti Renato Brunetta – dell’ex capo della Protezione Civile. Insomma ora o mai più: se nonostante la conferma di Bertolaso alle “gazebarie” il Cav deciderà di convergere sulla candidatura della Meloni (candidatura pretestuosa e disutile, per quanto abbiamo descritto) rischierà di uscire definitivamente di scena, nonostante la scelta condivisa (cioè sua) di Stefano Parisi a Milano. Se viceversa Berlusconi riuscirà a imporre Bertolaso, a costo di correre da solo, la sua presenza in campo si rinvigorirà: che Bertolaso vinca (improbabile) o che vinca Marchini (più probabile), sarà sempre Berlusconi l’interlocutore privilegiato del sindaco di Roma, essendo la Meloni ancora assai minoritaria e Salvini naturalmente distante dalla politica romana. Ecco perché Silvio s’è fatto forza e, accompagnato dal solito manipolo di scudieri che servono sopratutto a fare folla intorno a lui, ha accettato di partecipare a quella che lui per primo riteneva una pagliacciata, ovvero le primariette romane.

Così il centrodestra, fino a nuovo ordine, resta in mano alle scelte di un vecchio leader ingombrante ma irremovibile. Non è la fine politica che un personaggio come Berlusconi, nel bene e nel male, avrebbe meritato: arriva un tempo dove l’uscita di scena è il migliore dei protagonismi. Basandosi la politica italiana più sulle unità che sulle masse, avrebbe avuto più onore e peso come senatore a vita o “padre nobile” che come stantio protagonista di una stagione che spetta inequivocabilmente a nuove generazioni. Non migliori (Renzi non è migliore di B. più di quanto non sia peggiore), non più preparati (la Raggi a Roma prenderà un mucchio di voti senza che effettualmente se ne possa saggiare la competenza), ma solo biologicamente più giovani. Anche questo, nel suo modo giocoso il Berlusconi degli anni d’oro l’aveva capito: e i capelli, e le bandane, e l’abbronzatura. Ora sappiamo che non era vanità: era realismo. Ma il destino fa questi scherzi, e colui che pensava di essere l’Unico doveva trovarsi un giorno ad essere l’Ultimo. L’Ultimo in campo di una generazione trascorsa, i cui ruggiti somigliano ormai a dei rantoli.