Le lobby? Sono già in Parlamento. Dettano legge, impostano l’agenda e operano indisturbate. Lo fanno tramite gli intergruppi parlamentari, piccole e meno piccole associazioni di deputati e senatori di partiti diversi che lavorano per le lobby in Parlamento. Nomi, cognomi, elenchi, quote, documenti: gruppi di pressione, associazioni più o meno trasparenti, in una parola: lobby.

Non esiste regolamentazione, l’unico mezzo è l’iscrizione prevista dal Ministero dello Sviluppo Economico. Da settembre 2016 al Mise risultano iscritti 368 lobbisti su base volontaria per i quali però non si rendono note né le date degli incontri con il ministro Calenda né le tematiche portate sul tavolo. Un altro tentativo di regolamentazione è stato fatto alla Camera, ma deve ancora essere approvato dall’ufficio di Presidenza, mentre Nencini il viceministro dei trasporti rappresenta un esempio di best practice in tema di lobby e trasparenza in quanto pubblica l’agenda degli incontri con i lobbisti e invita ad “autoregolamentarsi in attesa della legge”. Ad oggi è stato istituito un registro dei lobbisti alla Camera, anche se non sono di fatto mai chiamati con quel nome, tanto che la dicitura esatta sarebbe “registro dei portatori di interessi”. A parole si dimostrano tutti favorevoli alla regolamentazione delle lobby, ma di fatto il disegno di legge è arenato in Parlamento. Eppure basterebbe un decreto del governo per risolvere velocemente la questione, ma stranamente nessun premier ha mai provveduto.

La reputazione delle lobby in Italia è pessima: le persone si insospettiscono, le collegano a loschi affari e molto è dovuto a questa mancanza di trasparenza che conviene sia alle lobby che ai decisori. La verità è che non tutti i lobbisti vengono per nuocere, ed è giusto fare chiarezza su quello che sta succedendo. Il Professor Petrillo, docente di “Teoria e tecniche del lobbying” alla Luiss ha più volte ribadito che sono due i motivi per cui il lobbying non viene regolamentato:

“Il primo: non conviene al decisore pubblico e al politico una regolamentazione che renda trasparente il percorso di una decisione e gli interessi coinvolti. Il decisore italiano preferisce non far conoscere all’esterno i motivi delle proprie scelte, perché così evita di renderne conto al cittadino. In questo modo inoltre, può sempre pubblicamente dare la colpa qualcun altro.” Il secondo motivo, forse il più importante: “Una norma che dicesse quali debbano essere le regole per rappresentare gli interessi presso il decisore pubblico, farebbe venir meno tutto questo sottobosco di faccendieri, di gente che si muove in virtù di clientele e parentela, che sono però quelli che poi portano consenso alla politica. Questo ‘sottobosco’ variegato di soggetti, periodicamente agli onori delle cronache per fatti criminali, fa lobby per evitare una legge che li spazzerebbe via.”

Gli intergruppi parlamentari sono espressione di questa mancanza di regolamentazione e sono sempre di più. Nel Parlamento italiano, ce ne sono almeno 29 eppure solo 6 di questi hanno una pagina web dedicata. Meno del 50% ha pubblicato almeno una volta l’elenco dei propri componenti, questo a dimostrare i bassissimi livelli di trasparenza. Eccoli tutti qui:

Abbiamo provato a fare un quadro della situazione.

Abbiamo provato a fare un quadro della situazione.

A guidare la classifica l’intergruppo Sussidiarietà con 242 componenti di cui però non si conoscono i nomi e i cognomi, invece l’intergruppo Acqua Bene Comune, al secondo posto della classifica con ben 235 parlamentari, pubblica l’elenco dei propri iscritti. Gli intergruppi trattano di tutto dagli Amici del bio o gli Amici della caccia, alla difesa delle Piccole botteghe artigiane o alla tutela della Via Francigena. Molti sono gli intergruppi che si occupano di temi legati alla sanità come Insieme per un impegno contro il cancro, fino al tema dell’eutanasia legale. Attirano l’attenzione in negativo gli intergruppi sul gioco dazzardo, per le sigarette elettroniche e la legalizzazione della cannabis. Alcuni intergruppi hanno dei referenti di spicco: è il caso dell’intergruppo Cooperazione guidato da Federica Mogherini, oppure dell’intergruppo sulla Sussidiarietà con Maurizio Lupi, fino ad arrivare a Della Vedova, promotore e simbolo dell’intergruppo “cannabis legale”.

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Gli obiettivi degli intergruppi spesso sono chiari, lo sono meno i mezzi attraverso i quali intendono perseguirli. In alcuni casi il lavoro dei gruppi produce atti parlamentari: lo è stato nel caso di Maria Amato proprio in riferimento alla legalizzazione della cannabis per cui è stata presentata insieme ad altri 13 firmatari una proposta di legge il 21 Luglio 2016. Eppure non mancano i casi opposti: il 15 Marzo 2016, ad esempio è stata depositata una proposta di legge su iniziativa dei deputati Castiello, Gallo (Riccardo), Gullo e Squeri intitolata “Norme in materia di produzione biologica”, ed è interessante notare che nessuno di questi fa parte dell’intergruppo Amici del bio. A volte gli intergruppi possono servire alla maggioranza per coinvolgere le opposizioni: è il caso dell’intergruppo sul gioco d’azzardo il partito democratico, prevale per componenti sia alla Camera che al Senato come possiamo vedere dai grafici:

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Ad ogni modo il fenomeno degli intergruppi sta avendo dinamiche sempre meno chiare e soprattutto sembra ormai aver contagiato più della metà dei parlamentari arrivando a toccare quasi il 63% , infatti su 950 parlamentari 597 fanno parte di almeno un intergruppo. Di questi 277 fanno parte di due o più intergruppi: il podio di questa particolare classifica va all’on. Diego Zardini eletto nelle liste del Pd che fa parte di ben 7 intergruppi.

L’intergruppo che ha come referente l’ex Ministro dei Trasporti è uno dei più forti in Parlamento.

L’intergruppo che ha come referente l’ex Ministro dei Trasporti è uno dei più forti in Parlamento.

In concreto la mancanza di regolamentazione ha portato alla luce spesso e volentieri casi limite. Solo per fare un esempio, famoso lo scandalo di Tempa Rossa a causa del quale l’allora ministro dello sviluppo economico Guidi, fu costretta a dimettersi. Si tratta certamente di un caso particolare, ma di fatto l’indagine è stata archiviata nel silenzio della stampa e al di là dei legami sentimentali del Ministro se la pratica di consultazione dei portatori di interessi fosse stata trasparente lo scandalo non sarebbe mai esistito, in quanto chiunque avrebbe potuto monitorare o accedere agli incontri del Ministro e chiunque avesse operato al di fuori, o qualunque incontro non registrato, sarebbe risultato “illegale”. Regolamentazione e trasparenza sono la chiave per tenere sotto controllo gli intergruppi e quindi le lobby.  Se esistono le commissioni parlamentari a cosa servono gli intergruppi? Ed è davvero necessario occuparsi delle sigarette elettroniche? Oppure si tratta di un fenomeno di ingerenza delle lobby in parlamento?