C’è una sfumatura sottile, nel dibattito in corso sulla legge Cirinnà, che sembra non venga colta da molti di coloro che al dibattito partecipano: ed è l’idea di alcuni di poter mettere gli altri a tacere nel privato rivendicando ugualmente di essere pluralisti in pubblico. Coloro che frequentano il web, per esempio, si saranno trovati a leggere o a intervenire a discussioni sull’argomento. E a molti sarà capitato di leggere che qualcuno, sulla propria privata bacheca di Facebook, non consente di manifestare opinioni che ritiene offensive rispetto alla sua idea – questi, generalmente, sono fervidi sostenitori delle unioni civili e del cucuzzaro ideologico che c’è dietro. Bene, si dirà: a casa mia dico quello che voglio e non consento agli altri di dire quello che non voglio. E’ legittimo, ma si perde nel celebre adagio di (o attribuito a) Voltaire: «Non la penso come te, ma darei la vita perché tu possa esprimere la tua opinione». E il luogo interiore di questo pensiero illuminato è la propria coscienza, ovvero il luogo più privato possibile e pensabile. Quindi: se non si riesce ad accettare il contraddittorio laddove è possibile spegnerlo, ovvero nel privato, sarà poi inutile proclamarsi pluralisti e liberali in pubblico. O no?

Nel frattempo il papa ritorna dal viaggio in Messico e risponde come di consueto alle domande dei giornalisti accreditati al volo papale. E a una domanda sulla discussione parlamentare sulle unioni civili in Italia – dopo aver spaccato la testa a Donald Trump, ma questa è un’altra storia – risponde: «Il Papa non si immischia nella politica italiana. Nella prima riunione che ho avuto con i Vescovi [italiani], nel maggio 2013, una delle tre cose che ho detto: “Con il governo italiano, arrangiatevi voi”. Perché il Papa è per tutti, e non può mettersi nella politica concreta, interna di un Paese: questo non è il ruolo del Papa». Parole per cui la solita truppa di cattolici conservatori ultrà lo ha condannato: critica Trump e non la Cirinnà, che vergogna. Mentre la truppa di progressisti  laici fru-fru ha trovato di ridire sul prosieguo, ovvero: «Un parlamentare cattolico deve votare secondo la propria coscienza ben formata: questo, direi soltanto questo. Credo che sia sufficiente. E dico “ben formata”, perché non è la coscienza del “quello che mi pare”». Dagli allora con la dietrologia dell’avvertimento, del messaggio sotto traccia, del “consiglio” non richiesto al libero parlamento italiano sul quale, come si sa e come ha ribadito Paolo Bonolis in un’intervista a Tagadà, il Vaticano comanda dittatorialmente dal 1929. Di storici della domenica non saremo mai sazi: eppure queste sono opinioni, tutte legittime, tutte volterrianamente difendibili.

Si verifica allora un curioso cortocircuito logico-filosofico: una fazione, quella dei laici progressisti fru-fru non consente alla chiesa di esternare posizioni politiche: con ciò privandola della sua natura etimologica e originaria, che la chiesa è una riunione di persone che indirizzano la loro coscienza civile ed anche politica al magistero di Gesù, e se togliamo questo togliamo tutto (si tratta allora di non riconoscere a priori la comunità cattolica, come si trattasse di uno stato canaglia qualsiasi); un’altra fazione, quella dei conservatori ultrà, inibendo le considerazioni del Santo Padre perché troppo molli, de facto silenzia se stessa. Entrambe le fazioni, naturalmente, continuano a proclamarsi pluraliste e liberali senza comprendere su quale filo di rasoio del pensiero si stia camminando, col rischio di cadere nel vuoto. E la legge, come ormai i più attenti avranno capito, non c’entra assolutamente nulla: si tratta di erigere nuovi contrafforti ideologici innanzi ai quali cade, rovinosamente, il diritto civile alla libertà di espressione che è fondamento delle democrazie occidentali.

Il papa l’ha detto, continuando nella sua risposta: «Io mi ricordo quando è stato votato il matrimonio delle persone dello stesso sesso a Buenos Aires, che c’era un pareggio di voti, e alla fine uno ha detto all’altro: “Ma tu vedi chiaro?” – “No” – “Neppure io” – “Andiamocene” – “Se ce ne andiamo, non raggiungiamo il quorum”. E l’altro ha detto: “Ma se raggiungiamo il quorum, diamo il voto a Kirchner! [presidente dell’Argentina cui Bergoglio fece una dura opposizione politica, ndr]”, e l’altro: “Preferisco darlo a Kirchner e non a Bergoglio!” … e avanti». E avanti, sì: ma questa non è coscienza ben formata, cioè non pronta ad accogliere l’adagio di Voltaire per il quale è il dibattito la ragione ultima del dibattito. «Non la penso come te, ma darei la vita perché tu possa esprimere la tua opinione» significa che in fondo l’esercizio del pensiero consiste proprio nel pensarla diversamente, e che questo esercizio va tutelato proprio nella sua naturale tendenza a creare contrapposizioni.