In tutta franchezza, il peregrinare di Matteo Renzi ha stancato ancor prima di cominciare. Dalla Leopolda a Palazzo Chigi, il passo è stato più breve di quanto si potesse immaginare, e le mani scorticate ad applaudire le sue innovative gesta si sono sprecate, a suon di tumulti e di rallegramenti alimentanti dalla convinzione d’essere riusciti a scovare un volto istituzionale pensoso delle problematiche popolari ed affine ad atteggiamenti non appartenenti alla liturgia della politica. Il 2014, però, ci ha consegnato un Presidente del Consiglio che si è rilevato perfettamente complementare all’ammuffita e fatiscente struttura che aveva intenzione di smontare e di rammodernare. Quel momento ha sancito un’inibizione alla vena innovatrice dell’ex sindaco fiorentino, tanto da indurlo nelle seguenti circostanze elettorali a rispolverare un repertorio molto atavico, ma pur sempre efficace: la propaganda. Le Europee di due anni fa ne hanno messo in risalto l’innata ed indubbia dote di azzeccagarbugli, capace di persuadere le grandi masse ad un voto di opinione, orientato sulla base di una manovra economica-finanziaria senza coperture, né stabili garanzie future – gli 80 euro e le famose spese della Picierno, altra paladina della flotta renziana alla conquista del Mondo. Questo, lo premiò con un 40% alle urne e il benestare di un’intera schiera parlamentare, nonché un plebiscito unanime dell’opinione pubblica, che sembrò aver trovato il suo nuovo messia mediatico, stante le innumerevoli comparsate su varie emittenti. La circostanza referendaria del prossimo 4 dicembre, invece, lo sta impensierendo più del dovuto: Trump trionfa sulla Clinton negli Stati Uniti, la Russia sta per riacquisire la posizione primaria nello schiacciare geopolitico internazionale, e la base elettorale italiana si sta lievemente auto-convincendo della sua completa farraginosità intellettuale e concettuale. A lui, dunque, non resta che un’unica via di evacuazione dal terremoto del disappunto: smussare le coscienze al punto che diventino ottuse.

Matteo Renzi parla agli studenti della Cattolica di Milano.

Matteo Renzi parla agli studenti della Cattolica di Milano.

Il mezzo è l’incontrastato fascino della conferenza, meglio se in un ateneo, in cui menti e spiriti dovrebbero essere plasmati e successivamente trasformati in requisiti essenziali per la formazione di un futuro cittadino. Così, il “prode” Renzi non ha perso manco un colpo, e ha chiesto espressamente di essere accolto all’Università Cattolica di Milano. Niente organizzazione alla quale rendere conto, nessuna configurazione da impostare: una semplice chiamata al Rettore Anelli, e l’impegno è stato rubricato. A priori – e comunque la si pensi -, è indubbio si sia trattato dell’ennesima manovra pubblicitaria a sostegno della campagna di sublimazione collettiva ingegnata da Renzi e compagnia, che ha visto la luce nella scorsa primavera e che è stata supportata dalla Boschi e dal resto della folta schiera delle vestali dell’esecutivo, per promuovere urbi et orbi l’approvazione della riforma costituzionale. In primis, il sospetto che l’evento sia stato orchestrato per evitare grattacapi e per meglio far breccia nell’animo delle incertezze, è dato dal fatto che la promozione della circostanza sia stata pressoché inesistente, non consentendo la partecipazione che un’attività di tale portata avrebbe meritato. In secondo luogo, appare inverosimile che soltanto le matricole ed alcuni affiliati a specifiche realtà politico-studentesche abbiano preso parte ad una disquisizione su uno degli accadimenti elettorali più rilevanti degli ultimi 30 anni. Oltre a sollevare dubbi su una pianificazione premeditata e tratteggiata da fini elettoralmente loschi, l’ospitata di Renzi alla Cattolica di Milano decreta molto altro: un’irreparabile rottura del confine fra il confronto e il soliloquio, ove ad uscirne sconfitta è la natura costruttiva del dibattito che sarebbe potuto emergere. E sottolinea, una volta di più, che i garanti dell’istruzione dovrebbero mettere in guardia gli studenti dalle insidie opportunistiche del potere, e non agire da servi dello stesso e dei suoi interessi che boicottano la libertà di pensiero e spingono per la distruzione della dialettica.