Probabilmente, scrivendo, Aldo Cazzullo sapeva di aver realizzato una delle interviste più importanti dell’anno. L’11 marzo, sulle colonne del Corriere Della Sera, la presa di posizione di Massimo D’Alema ha significato, né più né meno, la rottura del Partito Democratico: da una parte l’altezzosità renziana, dall’altra chi si è stancato di fare il burattino. E nell’articolo, infatti, non sono mancate le critiche. «Mi fanno ridere quelli che lanciano l’allarme sul Partito della Nazione; il Partito della Nazione è già fatto, è già accaduto. Lo schema mi pare evidente: approfittare della crisi di Berlusconi per prenderne il posto». Non solo: «Si tende a trasformare il Pd nel Partito del capo. Tutti quelli che non si allineano vengono brutalmente spinti fuori». Anzi, meglio (e se lo dicono economisti e professori non vale, ma se la dice D’Alema assume un suo peso specifico): «L’Italia cresce dello 0,7%. Questo dato modesto viene presentato come frutto di grandi riforme. In realtà la ripresa, sia pur faticosa, investe tutta l’Europa; e la ripresa italiana è metà di quella europea, forse un po’ meno». Subito, a rincarare la dose con coraggio leonino, è arrivato Pierluigi Bersani: «Renzi sta comodamente governando con i voti che ho preso io».  E poi: «Dell’Italicum penso tutto il peggio possibile. Renzi deve cambiare la legge elettorale (…) In una società complessa non puoi mettere una camicia di forza all’elettorato. La governabilità va messa in equilibrio con la rappresentanza: e i rappresentanti devono rappresentare, non ubbidire». Così la sinistra storica, quella dell’Ulivo, del progetto di sfida alla crisi politica, la radice costituente del Pd, in ultimo, si ribella. Nelle parole al vetriolo pronunciate dai due esponenti di spicco – incastonate nel marasma dei ricorrenti malumori della minoranza rumorosa; e che non scontentano i vari Prodi, Cuperlo, lo stesso Veltroni, o anche il Presidente della Toscana Rossi, sceso in campo per superare il “renzismo”-  i fondatori minacciano una loro personale, e molto meno eroica, dichiarazione d’Indipendenza. «Guerra civile del Pd» l’ha chiamata in un editoriale, sempre sul Corriere, Antonio Polito.

A riconoscere l’autoreferenzialità, il tentativo di egemonizzazione e l’irriverenza di questo Governo sono proprio coloro che secondo i piani, lasciati a inermi in qualche salotto, avrebbe dovuto garantirla. Dopo l’appello della Serracchiani e di Guerini per difendere l’operato della cosca renziana («Una nuova generazione sta provando a cambiare l’Italia e l’Europa»), il fido Matteo Orfini si è subito scatenato: «Da presidente del Pd voglio dire che non consentirò a nessuno, né dentro né fuori al Pd, di infangare la nostra comunità». Tradotto: qui comanda lui, il ragazzo di Rignano sull’Arno (Premier e segretario), a cui presto sarà affibbiato il titolo di salvatore della Patria. E a differenza di Cesare, se offriranno la corona, lui la prenderà senza troppi complimenti. Se poi nella fronda, nella schiera pessimista delle malelingue, c’è anche chi dovrebbe sostenerlo, pazienza. Sarà una resa dei conti definitiva? Di certo l’Italia che va avanti non ammette polemiche, perché solo così «non ce n’è più per nessuno». Si ignorino allora, in ordine del tempo, tutte le bischerate compiute e puntualmente difese. A cominciare dalle primarie, inattaccabili in quanto simbolo di democrazia, anche se «ci sono state irregolarità evidenti» e «casi antipatici»: come dire, rispolverando il sempreverde Cetto La Qualunque, “capita e ricapiterà”. Per passare allo stravolgimento del disegno di legge sull’acqua pubblica, che tornerà a poter essere gestita per profitto calpestando la volontà di 27 milioni di italiani espressa nel referendum del 2011. O ancora la nomina di Andrea Gentile, figlio di Tonino (neo-sottosegretario allo sviluppo economico nonché senatore Ncd), all’interno del prestigioso consiglio di amministrazione dell’Istituto dei Tumori a Milano, grazie alla segnalazione dell’amica di sempre: la pia Beatrice Lorenzin, nel tempo libero anche Ministro della sanità. Mentre i più gridano allo scandalo per la mancanza di competenze del giovane enfant prodige e per l’ennesimo caso di clientelismo, in famiglia si brinda: alla meritocrazia! E che la salute non manchi mai! Infine, a completare il quadro, basti questo: al referendum sull’estrazione di idrocarburi manca un mese esatto, ma sulla questione 2/3 della cittadinanza è informata poco o male. E al Governo sta bene così.

Questa è l’Italia, anzi l’Italietta. Dove un Presidente del consiglio non eletto tradisce gli ideali dei suoi e scontenta gli altri. Tranne chi abbassa la testa, si cala i pantaloni e recita ligio la preghiera laica del rottamatore leopoldino: noi siamo noi, e voi non siete….

Alla faccia dei gufi. E pure dei padri fondatori.