Si dice che la paura abbia un odore, e che gli animali possano sentirlo. Evidentemente anche la commozione deve avere un odore, e quello strano animale che è il giornalista lo sente lontano un miglio e con perizia di chimico e trucchi da negromante ci compone quell’alchimia che sono i giornali. Aprendo La Repubblica.it, ieri mattina, il cocktail di commozione era servito tutto a freddo nelle prime finestre, non shakerato. Alla notizia che l’“Ungheria farà passare profughi non identificati” il giornale allega una fotografia tenerissima di una bambina siriana che offre un biscotto ad un poliziotto. «Toccante e significativa» dice il commento allo scatto «è questa immagine catturata e twittata da Carlo Angerer, multimedia reporter della NBC News. […] E’una piccola siriana che, durante un blocco della polizia ungherese lungo la linea ferroviaria nei pressi di Szeged, nei pressi del confine con Serbia e Romania, sorprende tutti offrendo un biscotto ad uno degli agenti, visibilmente sorpreso». La foto è molto bella, con la bimba protesa in pulloverino verde e il poliziotto che rifiuta cordialmente muovendo le mani. La commozione è assicurata: ma da che mondo è mondo i bambini offrono biscotti. Non è successo nulla di così straordinario nella mente della piccola siriana. L’idea che in grandi orrori come gli esodi moderni debbano necessariamente sorgere grandi sentimenti di amore e di speranza, che debbano brillare per forza delle piccole luci nel buio incombente, è quanto di più retorico e paraculistico si possa scrivere su un giornale. Non è così, quella bambina ha fatto una cosa normale. L’avrebbe fatta meglio se al posto di un poliziotto avesse avuto una compagnetta di giochi, che il biscotto lo avrebbe accettato. Se lo sarebbe mangiato, sporcandosi il visino. E nessuno avrebbe ritenuto giornalisticamente importante quella normalissima bellezza.

Ancora, Repubblica.it correda il blocco dedicato all’Ungheria con altre due gallerie d’immagini. La prima si intitola “L’innocenza in fuga: i giochi dei bambini”. Foto ce ne sono cinquanta, di bambini sorridenti di tutte le guerre, in corsa, in pieno gioco, che mangiano, che danzano, che si divertono. Perché dedicarvi una galleria? Abbiamo bisogno di ribadire a noi stessi che i bambini giocano? Temiamo di dimenticarcelo? Oppure quei sorrisi sono la mancia che lasciamo alla nostra coscienza, incapaci di fare alcunché in questo casino a cielo aperto che è il mondo contemporaneo? Il commento alla galleria è poi di un lirismo insopportabile: «C’è una palla da rincorrere sui binari. Bolle di sapone da soffiare in aria. Un triciclo da guidare. E poi ci sono i giochi più belli, quelli inventati con la fantasia, in cui una tenda, per magia, diventa un castello. Questi scatti raccontano alcuni frammenti di normalità nel viaggio dei piccoli rifugiati insieme alle loro famiglie. Le attese interminabili sotto il sole o la pioggia, le notti in stazione o all’addiaccio, le camminate estenuanti non hanno distrutto la loro voglia di divertirsi, di stare insieme. E dimenticare, per qualche minuto, i confini mentali e geografici dei grandi». Quindi dopo tutto non stiamo facendo abbastanza, se ancora i bambini continuano a fare i bambini. Dobbiamo impegnarci molto di più, costruire delle gabbie antisorriso e antibiscotti. Viene il sospetto che finché i bambini rideranno e i biscotti saranno offerti nessuna guerra ci sembrerà abbastanza orribile. E continueremo a tacere dei pianti dietro i sorrisi, dei morti dietro i vivi, delle mamme che non hanno più a chi comprare i biscotti dietro quella bambina che il biscotto lo ha offerto alla guardia.

Infine c’è il poliziotto serbo che abbraccia il bambino siriano. Bravo. Le foto sono solo sei e il web si è commosso, stando al titolo della galleria di Repubblica.it. «Tra le immagini che hanno ritratto l’odissea di migliaia di profughi, spicca quella dell’abbraccio tra un poliziotto serbo e un bambino siriano. La foto è stata scattata da una giornalista americana, Manveen Rana, nella città serba di Presovo. […] Lo scatto, postato dalla giornalista su Twitter, è stato condiviso migliaia di volte in poche ore. “Molti serbi – afferma Rana – mi hanno scritto personalmente dicendo che consideravano il gesto del poliziotto come un momento di redenzione, ricordando di essere passati anche loro attraverso una terribile guerra». Ecco, quel poliziotto ci ha redenti. Fine del problema, illuminiamo la giornata con un bel sorriso, scegliamo dove andare a prendere la pizza stasera. In fondo c’è sempre un po’ di bene nell’aria. In ogni guerra c’è un po’ di pace, e ragionando in termini assoluti, infine, chi siamo noi per dire che la guerra non sia pace? Che quei bambini non troveranno un futuro migliore nei luoghi dove li abbiamo costretti a migrare? Che i loro paesi, liberati un giorno definitivamente dal flagello delle dominazioni, non torneranno un luogo di gioia? E poi francamente possiamo mai esserci sbagliati tutte le volte? Di tutte queste guerre che abbiamo fatto una almeno sarà giusta. Altrimenti siamo una banda di ladroni e nient’altro. E non possiamo esserlo, perché la commozione che proviamo vedendo le foto delle bimbe che regalano biscotti e che ridono e che giocano ci dice che non è così. Noi siamo persone buone e giuste, tutte. Lo dice il giornale, dev’essere vero.