Trivelle e riforme costituzionali. E poi acqua bene comune, nucleare, rimborsi ai partiti e chi più ne ha più ne metta. La storia d’Italia – nonostante l’ordinamento lo preveda solo in forma abrogativa – è piena di referendum, e in questi giorni più che mai se ne parla con attenzione. Tutto merito del dibattito sorto intorno al voto del prossimo 17 aprile sul futuro delle trivelle nei mari italiani. Da una parte il fronte del Sì – che vorrebbe evitare lo sfruttamento dei giacimenti fino alla loro estinzione (come attualmente previsto dalla legislazione) – e dall’altra il fronte dell’astensionismo, che mira a non far raggiungere il quorum necessario affinché il voto sia valido. A favore di quest’ultimo si è schierato anche il vertice del Partito Democratico, che in una nota ha annunciato di voler avviare la campagna contro il voto. Tra le motivazioni addotte a tale posizione, l’elevato costo della votazione per le casse pubbliche. Singolare, visto che è stato il Governo a negare l’election day, facendo così buttare dalla finestra 300 milioni di euro pubblici.

Al di là degli schieramenti c’è però un fantasma che incute terrore a molti. Si tratta di quella tendenza tutta italiana a non rispettare quanto emerso dai voti referendari. E il pensiero va dritto alla storia dei rimborsi ai partiti. Nell’aprile del 1993 gli italiani aboliscono il finanziamento pubblico ai partiti, esprimendosi con un sonoro 90% contro la fruizione da parte dei partiti di soldi pubblici. Nel dicembre dello stesso anno il Parlamento prende la gomma da cancellare e rinomina il finanziamento come “contributo per le spese elettorali”, ed applica subito la norma rinnovata. Tale farsa sarà poi giudicata come elusiva dell’esito del voto referendario, ma nel frattempo fiumi di soldi pubblici saranno devoluti ai partiti. Ma non basta. Nel 1999 cade definitivamente la maschera e viene reintrodotto il finanziamento vero e proprio (e non più il rimborso spese). I Radicali presentano ricorso presso la Corte Costituzionale, che però lo respingerà.

Esempio simile di ingegno antireferendario è quello sull’acqua comune. Era il 2011 quando 27 milioni di italiani votarono contro la privatizzazione delle reti idriche. Ma per quanto riguarda la tariffazione cambiò poco. Venne cancellata la voce “remunerazione del capitale investito” e venne introdotta la voce “oneri finanziari”. Si viene e si va, come cantava la radio a fine Anni Novanta. E poco conta se a pagarne le conseguenze sia stato un responso referendario. Ma anche qui – esattamente come successo per i finanziamenti ai partiti – la maschera ci mise un poco per cadere del tutto. Solo pochi giorni fa infatti il Governo Renzi ha approvato il decreto attuativo 124/2015 della Legge Madia. Nell’Analisi di Impatto della Regolazione che si accompagna al decreto si legge che l’obiettivo di breve periodo è “ridurre la gestione pubblica dei servizi ai soli casi di stretta necessità”, mentre quello di lungo periodo “valorizzare il principio di concorrenza […] in un’ottica di rafforzamento del ruolo dei soggetti privati”. Difficile immaginare maggior chiarezza di così.

Ecco dunque che l’invito del PD  a non votare, oltre che politicamente deplorevole, è anche niente affatto benaugurante. È una questione di principio: chi invita a non votare rinnega l’ideale dell’espressione popolare,  che pure dà il nome al Partito Democratico. E visti i precedenti c’è da aspettarsi che – anche qualora venisse raggiunto il quorum, vincesse il Sì e dunque cambiasse l’ordinamento – nulla davvero cambierebbe, in barba al voto degli elettori. Come a dire che a pensar male si fa peccato, ma spesso poi si ha ragione.