L’attentato di Parigi ha scatenato, come sempre avviene in questi casi, i furori isterici dei paladini dell’Occidente, cui i media hanno dato ampio risalto. Come dopo il dirottamento aereo contro le Torri Gemelle del 2001, l’attentato di Madrid del 2004 e infine l’aggressione alla rivista francese Charlie Hebdo, l’attenzione delle società occidentali è stata catturata dall’evento. L’evento non è tanto un fatto storico oggettivo, seppure può costruirsi su quest’ultimo, quanto un fenomeno dell’iper-realtà della comunicazione che tende ad assorbire tutto e nel quale ognuno cerca di inscriversi, contribuendo così ad alimentarlo. La portata dell’evento iper-reale trascende quella del fatto reale. Il massacro di migliaia di persone può passare in secondo piano di fronte all’assassinio, pur tragico e brutale, di un numero molto inferiore di vittime, soprattutto se i due accadimenti interessano aree geografiche diverse. Né l’evento ha sempre una qualche relazione logica con le sue conseguenze politiche e soprattutto sociologiche. Le misure di sicurezza vengono rafforzate immediatamente dopo l’attentato, seppure questo è il periodo probabilisticamente più sicuro per la popolazione. Si scatenano campagne stampa che intonano marce militari per spronare il paese colpito ad entrare in guerra, seppure né le ragioni delle ostilità, né lo scenario geopolitico sono mutati granché.

Ciò che si afferma incontrastata durante l’evento – sia esso celebrativo o luttuoso, allegro o tragico – è l’ondata emotiva che travolge tutto e tutti. Non sembra esserci spazio, nel corso dei giorni più vicini all’attentato, per il pensiero e l’azione razionali, anzi questi vengono ostracizzati da ogni discorso, sospettati di complicità con il nemico o di disinteresse per le vittime. Viene soltanto richiesto, e quasi intimato, all’interlocutore, di unirsi allo sciame solidarizzante, per la verità abbastanza frivolo e ipocrita, nel fomentare la retorica del lutto, la quale dovrà essere improvvisamente rimossa dopo un certo intervallo temporale e quando nuovi eventi più “scottanti” subentreranno.

Ciò vale in particolare, in questo caso, per i musulmani. Se esiste una qualche relazione, per quanto irrilevante e superficiale possa essere, tra gli attentatori e una certa categoria di persone, contro quest’ultima verrà immancabilmente scatenato un odio sociale dai media, che i civili e solidali occidentali faranno presto a seguire.

Ai musulmani viene intimato, nel migliore di casi, di esprimere un biasimo nei confronti dei terroristi. Queste richieste sarebbero di per sé sufficienti a mostrare l’inesistenza di una presunta neutralità (spesso persino teorizzata) del giornalismo. Ma questi riti di “purificazione”, anche nel caso in cui vengano scrupolosamente onorati, non bastano a cancellare lo stigma della complicità su qualsiasi musulmano. I più “moderati” li accuseranno di non essere abbastanza solerti ed efficienti nell’isolare i terroristi, i fanatici invece useranno la tragedia come pretesto per richiedere il ricorso a uno “stato di emergenza” che sospenda qualsiasi diritto per i musulmani, e magari non solo per loro (si ricordi il caso del Patriot Act voluto dal governo Bush) cioè paradossalmente proprio ciò che andrebbe a vantaggio dei terroristi, ennesima dimostrazione che i fanatismi opposti si toccano.

In questo contesto trovano nuova linfa coloro che periodicamente incitano alla chiusura delle moschee. In Italia costoro sono numerosi, tra i politici (soprattutto di destra) ma anche tra i comuni individui, spesso di qualsiasi orientamento politico. Non manca di avallare questa opinione, seppure forse involontariamente, tutto quell’estremismo agnostico che considera le religioni come la causa di tutti i mali, imputando fenomeni sociali complessi a moventi soltanto ideologici.

Entrambe queste fazioni sproloquiano in preda al raptus emotivo (per quanto i secondi si considerino razionalisti) senza rendersi conto di quanto il loro atteggiamento fomenti la crudeltà di alcuni musulmani contro la società occidentale.

Per evitare le fallacie degli uni e degli altri, e le spiacevoli conseguenze che potrebbero comportare, bisogna cercare di analizzare la questione a mente fredda e di “stemperare” le passioni, invece di aizzarle, come fanno alcuni cronisti “neutrali”.

Innanzitutto si prenda atto di alcuni dati di fatto. I musulmani in Italia sono più di un milione. L’Islam è la seconda religione nel nostro paese dopo il Cristianesimo. In tutto il Mondo il 23% dell’intera popolazione è di fede musulmana. Secondo alcune proiezioni entro questo secolo l’Islam diventerà la principale religione sorpassando il Cristianesimo.

I musulmani quindi sono una realtà che non può essere ignorata o respinta e nemmeno tollerata. Non conviene agli occidentali inimicarsi il 23% della popolazione mondiale. Piaccia o non piaccia, l’Islam è una realtà, e per giunta di una complessità estrema, e non può essere liquidata con beceri slogan. Di tutta questa gran massa di fedeli islamici, solo una minima parte è affiliata a gruppi terroristici. Anche questo è un dato innegabile. Molti musulmani, inoltre, sono impegnati attivamente nel contrastare il terrorismo. È ciò che fanno ad esempio  i musulmani di Siria e Iran, molto più efficacemente e meno clamorosamente rispetto ai proclami dei paesi atlantici.

Di conseguenza occorre che le società occidentali cerchino di trovare il modo di convivere serenamente con cittadini, spesso connazionali, musulmani, il modo più sicuro per isolare i terroristi e per evitare ogni possibile contaminazione della comunità islamica. Sarebbe senz’altro utile che le politiche estere mutino. L’Italia ha sostenuto la guerra in Libia contro un governo che era il principale argine nella regione contro il terrorismo, con le conseguenze che tutti conoscono. Conseguenze analoghe hanno avuto gli interventi militari in Iraq e Afghanistan, e anche ad essi l’Italia ha preso parte. Ma oltre a questo, e anzi proprio perché ciò non si ripeta, dovrebbe cambiare la percezione comune del mondo islamico nel nostro paese. La campagna di Salvini e dei suoi seguaci contro le Moschee danneggia fortemente questo scopo. Prendano esempio, piuttosto, dalla Russia, paese al quale molti di costoro dicono di ispirarsi e che vanta una lunga tradizione di convivenza tra cristiani e musulmani; a Mosca è stata di recente inaugurata la moschea più grande d’Europa con una cerimonia cui ha preso parte il presidente Putin. Cosa accadrebbe se in Italia un Presidente della Repubblica facesse la stessa cosa? Probabilmente attirerebbe gli strali di quegli stessi paladini russofili a corrente alterna.

Si può uscire dall’illusione della “guerra di civiltà” creata artificiosamente dai media, come dall’incubo, molto più reale, del terrorismo, cercando di frenare certe manifestazioni pulsionali e infrangendo il muro della virtualità che gonfia gli eventi e li mette in relazioni surrettizie con certi fenomeni e categorie sociali. La politica, ma anche tutta la società, devono tornare alla realtà, abbandonare il labirinto di specchi del sistema della comunicazione e tornare a costruire dei rapporti di autentica umanità con l’altro, che trascendano gli interessi economici e pubblicitari. Solo questo tipo di rapporti, ben più che la finta solidarietà sui social network, può non salvare, ma ripristinare quei “valori” che i consumatori di tragedie dicono di voler difendere dai terroristi.