Questo 1° Maggio ha avuto un gusto decisamente diverso rispetto al passato, dal momento che l’amarezza e il dramma sociale, provocati dal regime di austerità, hanno causato un ulteriore inasprimento dell’umore dei “lavoratori” italiani. Le cifre, del resto, sono tutt’altro che rassicuranti, poiché buona parte dei cittadini fra i 30 e i 35 anni svolge occupazioni precarie, a tempo determinato, mentre numerosissimi disoccupati, fra i 40 e i 60 anni, non riescono a riacquistare una collocazione lavorativa, con il rischio quasi assicurato di non avere accesso a una pensione. A tutto ciò si aggiungono i problemi preesistenti alla crisi economica, ovvero una criminalità organizzata più forte e spietata rispetto al passato, una mafia che amministra il Sud e stipula affari commerciali nel Settentrione, riacquistando punti e consenso rispetto a un negligente stato italiano.

Nello stesso tempo, i giovani intellettuali o laureati dello stivale provano rammarico e disprezzo per un Paese che non ha saputo (e non sa) valorizzarli. L’unico e “importante” obiettivo consiste nell’attuazione di riforme che conducano al lastrico non pochi atenei universitari, scoraggiando la crescita economica complessiva e favorendo l’appropriazione straniera delle energie culturali italiane. Un fenomeno, il presente, che è usuale da sempre, eppure mai così frequente come nei tempi odierni. Il dato preoccupante è rappresentato dai 700 mila cittadini meridionali, i quali, nel giro di dieci anni, hanno abbandonato le regioni natie per recarsi in terra straniera, dove la premura occupazionale e il riconoscimento intellettuale costituiscono elementi di vitale importanza per la qualità della vita sociale e individuale.

Eppure, gli intenti e i piani dell’attuale governo e dei venturi sono più che evidenti, non soltanto dalle pesanti condizioni di impoverimento sociale previsti dagli attuali disegni di legge, bensì anche dalle dichiarazioni recentemente espresse dal Ministro della (d)istruzione italiana, Stefania Giannini, come riportato dal quotidiano Il Giornale: “dobbiamo tendere sempre più verso un modello americano, in cui la flessibilità, che è sinonimo di precariato, è la base di tutto il sistema economico”. Queste parole possono essere lette come la proclamazione, non troppo indiretta, di una “Res privata”, o meglio, dittatura del privato, nella quale lo Stato sociale non esiste più e i lavoratori sono continuamente sotto ricatto, nonché destinati a mansioni e impieghi caratterizzati da un’instabilità esistenziale permanente. Tuttavia, la “lungimirante” ministra dimentica che gli Usa, rispetto all’Italia, investono nel settore della Ricerca, sebbene effettivamente la leadership statunitense sia nota per la sua aridità e ingenerosità in merito alle politiche dell’assistenzialismo. Ebbene, sebbene pensassimo di aver ascoltato il peggio del peggio, il bello deve ancora arrivare, poiché la nostra politica Giannini sa sempre stupirci con effetti speciali. Sebbene, infatti, la nostra distanza dalla cultura americana non possa andarle a genio, tuttavia ciò che le è più ostile è la scomoda cultura classica che influenza il nostro sistema scolastico, troppo poco “tedesco”.

“Sapere non è saper fare”, occorre lavorare e pensare di meno, esclama la dama dell’istruzione, la quale stipula un accordo con la Germania, al fine di avvicinare i due Paesi e inserire i futuri schiavi nello “stabile” mondo del lavoro. Del resto, l’Italia non può, per l’ennesima volta, esonerarsi dall’imitare un modello sociale esistente, dal momento che elaborarne uno nuovo e originale costerebbe troppo in termini di risorse mentali, già carenti nella nostra classe dirigente. Dunque, il genio “Gianniniano” si è estrinsecato bene nel trovare una soluzione al risparmio, permettendo ai nuovi giovani di studiare e “lavorare” già durante la scuola. In tal modo, le gravi lacune culturali degli studenti, causate dal sistema scolastico italiano, verranno ulteriormente accresciute. Il tempo per l’approfondimento intellettuale e culturale verrà sottratto per lasciar posto alla nota formula ottocentesca “leggere, scrivere e far di conto”, poiché chi studia deve limitarsi, un domani, a queste semplici funzioni: eseguire gli ordini del dirigente, senza porsi domande. Chi costituisce il motore della società e dell’economia, ovvero il popolo, deve essere posto nelle condizioni dell’anti-pensiero, conditio sine qua non condivisa da buona parte dell’aristocrazia finanziaria e mercantile che oggi governa il processo di globalizzazione.

Non è finita qui, dal momento che la Giannini ci ha riservato un’altra chicca esclusiva, per gli appassionati del gemere sadico: “non ci sarà più spazio per la famiglia come la intendiamo oggi. La flessibilità induce le persone a spostarsi individualmente, il modello di famiglia a cui siamo abituati, che rappresenta stabilità e certezze, non esisterà più”. In sintesi, non sarà sufficiente uno status comune a tutti di precariato permanente, bensì occorrerà che la nostra futura disgregazione, in quanto individui appartenenti a una cerchia affettiva, venga attuato dall’alto. L’unione familiare costituisce una forza troppo protettiva rispetto al mondo prospettato dagli schiavisti, per questa ragione l’ingegneria sociale liberista dovrà lavorare duramente per rendere l’essere umano ulteriormente individualista e privo di sostegno dai suoi simili. Per dirla all’anglosassone maniera, tanto cara ai nostri dirigenti, “soffrire in solitudine is the way”.