Il neoliberismo americano fa strada anche nel Bel paese attraverso la longa manus delle assicurazioni private nel settore della sanità. Liste d’attesa sempre più lunghe e servizi sempre più scadenti sono ormai connotati caratteristici degli ospedali pubblici italiani, o almeno di gran parte degli stessi. Quale “migliore” contesto per sperimentare la sanità privata anche in Italia piuttosto che attuare politiche tese a favorirne quella pubblica? Ce lo chiede l’Europa o chi altro?

Sulla scadenza dei servizi il picco massimo è raggiunto al Sud Italia dove, secondo il rapporto Censis commissionato dalla compagnia assicurativa RBM e presentata a Roma al VI ‘Welfare Day’, il 52,8 % dei cittadini dichiara che la qualità del servizio sanitario nella propria Regione è peggiorata soprattutto negli ultimi due anni. Colpa dei tragici tagli economici e delle politiche di austerità che hanno completamente ridotto al lastrico anche uno dei settori cardinali per la tutela dei diritti sociali e fondamentali dell’uomo. Di conseguenza, sempre negli ultimi due anni, sono aumentati gli italiani costretti a rinunciare alle cure essenziali: ben 11 milioni nel 2016, con un aumento appunto di 2 milioni in soli due anni. A testimoniare la crisi del Sistema Nazionale Sanitario è sicuramente il prezzo dei ticket che continua ad aumentare soprattutto negli ultimi anni, giungendo in alcuni casi perfino a superare il costo di alcune prestazioni private o a sfiorarlo.

La “sanità negata” è indubbiamente uno dei paradossi più tristi ed assurdi di società “evolute” come le nostre, dove i diritti civili sembrano ormai essere concessi per distogliere sempre più l’attenzione da quelli sociali, tra i quali la salute, la pensione, l’assistenza, i diritti del lavoro. Ed è per questo che non deve sorprendere come, proprio in questo tipo di contesto, perfino quei diritti fondamentali garantiti dalla nostra Costituzione sembrano essere facilmente “sacrificabili” quando si tratta di spianare la strada al privato e favorire gradualmente il radicamento nel territorio di società di assicurazioni private capaci di offrire-dietro pagamento ovviamente, come se non pagassimo già abbastanza imposte- quelle “sicurezze” che le strutture pubbliche non possono e non riescono più ad offrire. In poche parole, garantire il business delle assicurazioni. E non ci venga a raccontare il Ministro Lorenzin che “Non si fanno nozze coi fichi secchi”: a volerli secchi troppo spesso è chi ha già pronta la medicina da offrire al contadino.

Non è un caso infatti che a commissionare tale ricerca ad uno dei più importanti centri di studio in Italia quale il Censis, sia stata proprio una compagnia assicurativa come la Rbm, specializzata appunto nell’ambito della sanità con “lo scopo di garantire forme integrative di assistenza per i casi di malattia e/o invalidità e/o infortunio e/o non autosufficienza e/o assistenza e/o morte in favore dei propri Assistiti”, come si legge nella descrizione del loro sito ufficiale. Secondo i dati riportati dalla compagnia assicurativa, sono attualmente 1,9 milioni i loro clienti che rappresentano il 40% dei titolari in Italia di una copertura sanitaria. Numeri che, vista l’attuale situazione, sono destinati a crescere. Così come i malati.