L’auto-celebrazione rasenta l’impalpabilità della negligenza: si gonfia, millanta, e si arroga impropriamente dell’attenzione collettiva. Che, per amore della verità, si seda con esagerata facilità. L’importante è che il Masaniello di turno ottunda le già annebbiate menti – sconquassate dall’assenza del buonsenso -, e grazie a loro racimoli l’artificiosa credibilità per seminare fandonie e raccogliere consenso. La Destra italiana è il sunto migliore di tale nefasto scenario. Se non altro, per l’assortita e valida impronta politico-culturale che il passato delle battaglie sociali, nazionali, ed identitarie, ha impresso sino all’imbrunire degli anni 80. Quando la scomparsa di Giorgio Almirante e della rocciosa classe dirigente del MSI consegnò il testimone alla sciagurata gestione dei Fini, dei Gasparri, e dei La Russa, sopprimendo inevitabilmente la vitalità intellettuale di quell’area.

Matteo Salvini non è altro che la sbiadita riproposizione di visioni che l’attualità politica italiana involve a caricaturali sceneggiate d’avanspettacolo. A favore del deleterio proliferare della liturgia sacrilega del liberal-dem. L’approdo del volto della Lega Nord a Philadelphia, ad assistere al comizio di Trump, esalta appunto la parodia della serietà. Dal palco, il luculliano imprenditore arringa la folla, a tumulto di imprecazioni; dalla platea, il popolano meneghino si spella le mani, per rendere degno omaggio alla efficacia della cialtroneria. Il post-evento si spreca in un pattume di convenevoli, che solleva perplessità sulla genuinità dell’incontro. Sorrisi, auspici, giovialità, sommergono pure le contraddizioni di Salvini, a cui l’americanismo di maniera è sempre stato inviso. Nel ricordo, inoltre, delle incongruenze di Trump sulla questione israeliana, che influisce spesso sulla sensibilità del lombardo.

Le grottesche strette di mano col magnate, immortalate in un pacchiano contesto da Museo delle Cere; i moniti all’Arma italiana ad emulare la inflessibile ottusità e gli abusi di potere dei “policemen ammericani”; la sconclusionata omelia sul modello yankee, che si incastra nella maniacale ostentazione di un incontrastato e maligno dominio governativo e diplomatico degli Stati Uniti d’America. Nel mezzo, le ambiguità di un cabaret politico, nel quale il Segretario leghista incespica costantemente, nelle incongruenze delle sue posizioni, e nella spasmodica ossessione della ribalta mediatica. Semmai dovesse accadere, Trump avrà comunque un ruolo più ostico di Salvini: distruggere gli States è più complesso che affondare l’Italia.