Alla fine il bubbone è esploso. Per chi ancora si chiedesse cosa fosse il bail-in, ne stiamo avendo una prima manifestazione, seppur all’acqua di rose, in questi giorni. Migliaia di piccoli risparmiatori hanno visto andare in fumo i risparmi di una vita più per il recepimento delle nuove direttive UE sui salvataggi bancari che per altro. Il fallimento de facto dei quattro istituti di credito coinvolti (Banca Etruria, Banca delle Marche, Carife e Carichieti), che insieme fanno a malapena l’1% dei depositi italiani, non è una novità né nella storia dell’economia in generale né in quella più recente, post-Lehman Brothers.

E’ dal tempo del crack della compagnia dei Bardi, nel 1343, che i fallimenti bancari assumono tutti la stessa fisionomia. D’altronde, quello del credito è un sistema complesso, che obbliga a far tornare i conti sia nel lungo periodo che nel breve, anche se spesso i due orizzonti temporali si incrociano pericolosamente. Uno shock esterno, un ciclo economico internazionale recessivo, sommati a una gestione allegra dell’istituto, magari figlia del precedente ciclo espansivo, e la catastrofe è dietro l’angolo. Paradossalmente, spesso è proprio l’insostenibilità della situazione a convincere i banchieri a ricorrere a tecniche di finanza ancor più creativa, ingigantendo il buco mentre ci si avvicina all’orlo del precipizio.

La storia delle quattro banche territoriali in questione non si discosta di molto. Le sofferenze iniziano subito dopo il 2008, gli attivi calano, gli immobilizzi, i crediti inesigibili, aumentano, iniziano i passivi di bilancio, che si fanno sempre più consistenti. Le obbligazioni subordinate e le azioni per aumentare il capitale vengono “spinte” sempre più, sperando che cambi il vento. Alla fine è arrivato invece il commissariamento.

La vera novità, specie in riferimento agli altri, numerosissimi, salvataggi di questi anni di crisi, riguarda le modalità. Si tratta infatti della prima prova generale di bail-in, per quanto parziale. La razionale alla base della decisione UE (recepita come al solito con notevoli tentennamenti dal nostro Paese) è piuttosto semplice: lo Stato non può salvare le banche, per due motivi. Primo, non è giusto che il fallimento di un singolo istituto venga pagato da tutti i contribuenti. Secondo, gli aiuti di Stato sono sempre cattivi, perché distorcono il mercato (e dunque falsano la concorrenza all’interno del mercato unico). A farne le spese, se ne sono accorti i risparmiatori coinvolti, sono tutti coloro i quali hanno a che fare con la banca che “salta”. Nell’ordine: azionisti, obbligazionisti subordinati, obbligazionisti senior, correntisti (sopra i centomila euro). In questo caso, trattandosi di un bail-in parziale, solo azionisti e obbligazionisti subordinati. Il grosso dei costi di salvataggio se lo sobbarcano invece le altre banche del Paese, attraverso il Fondo interbancario di garanzia, dal quale verranno prelevati, ad oneri di mercato, circa 3,6 miliardi di euro, messi principalmente a disposizione da Intesa-San Paolo, Unicredit e Ubi. A sua volta il Fondo sarà garantito, in caso di incapienza, dalla Cassa Depositi e Prestiti, dunque il disimpegno del pubblico è in parte sostanziale in parte solo apparente.

Dove sta dunque il vulnusdi tale sistema? Se ne possono individuare tre. Il primo riguarda i diritti dei consumatori. In un mondo dove sei sempre più obbligato ad usufruire del sistema bancario, pur avendone sempre meno benefici, non si può pretendere che ogni privato cittadino abbia piena responsabilità riguardo l’operato della sua banca, per il semplice fatto che quasi nessuno ha, per forza di cose, le competenze necessarie per esserlo. Pur senza fare “leva morale” sullo stereotipo dell’anziano pensionato che perde i risparmi di una vita, se ne stanno accorgendo in questi giorni, sulla loro pelle, migliaia di piccoli risparmiatori più o meno avveduti. Chi non paga mai è chi il dissesto lo provoca veramente, cioè gli operatori finanziari, i manager, i vertici della banca coinvolta.

Il secondo riguarda l’ormai annoso problema della costruzione europea. Stiamo passando da un sistema dove la banca centrale garantiva i depositi ad uno dove i correntisti garantiscono la banca centrale. Dunque la BCE non è una banca centrale, ma un mero garante della stabilità dei prezzi. Sorge anche, per l’ennesima volta, il dubbio di essere figli di un Dio minore, visto che la Germania non ha esitato, negli anni scorsi e fino a questi giorni, ad utilizzare circa 250 miliardi di euro per salvataggi pubblici delle proprie banche. L’Italia ne ha potuti usare solo 15, perché, si sa, gli aiuti di Stato distorcono il mercato. Solo il nostro evidentemente.

Il terzo vulnus, che forse è il minore, riguarda squisitamente la politica interna. Matteo Renzi si conferma bravissimo nel rigirare la frittata in modo da lasciare la parte bruciata sempre sul fondo. Riuscirà infatti quasi certamente a ripetere il gioco di prestigio fatto al momento dei rimborsi per la mancata indicizzazione delle pensioni. Il“fondo di solidarietà” a cui sta pensando il governo per rimborsare i sottoscrittori delle obbligazioni subordinate verrà sicuramente presentato come l’unica forma di sostegno possibile, e dunque una grande vittoria. Si tratterà probabilmente di un fondo da 120 milioni,peccato che quelli bruciati siano almeno 700. Ma si sa, la colpa è del vincolo esterno, non di chi non gli si ribella.