Si è conclusa a San Paolo la discussa visita in Sudamerica di Maria Elena Boschi. Sulla trasferta transoceanica non sono mancate polemiche, da una parte sui costi giudicati eccessivi e dall’altra sulle reali motivazioni per cui è stata organizzata. In un comunicato difensivo l’ufficio stampa ha smentito l’indiscrezione secondo cui il viaggio sarebbe costato 300 mila euro ma si è limitato a riportare la spesa per i voli (12.625 euro) rinviando la scoperta del totale complessivo alla pubblicazione online sul sito ministeriale. Costi a parte, permane il dubbio sulle ragioni che si celano dietro la visita sudamericana della Boschi:  tour propagandistico per il “Si” al referendum o appuntamento istituzionale?

All’accusa del “Fatto Quotidiano” di voler fare campagna elettorale tra gli italiani in Sudamerica, lo staff della Boschi ha ribadito il carattere esclusivamente istituzionale della visita, replicando furbescamente che “non è in programma nessuna iniziativa di partito”. Furbescamente, perché il comunicato non nega che la Boschi abbia fatto propaganda per il “Si” in Argentina ma nega soltanto che sia stata fatta tramite canali partitici. In effetti, non c’è stato alcun bisogno dei dirigenti locali del PD per organizzare la serata del 26 Settembre al teatro Coliseo con la comunità italiana di Buenos Aires visto che a scomodarsi ci hanno pensato i rappresentanti diplomatici e consolari. Infatti, durante il suo intervento, rivolto peraltro ad una platea non particolarmente piena, il ministro Boschi ha ringraziato pubblicamente l’ambasciatrice per l’organizzazione per poi lanciarsi  in un prevedibile comizio in favore del “Si”.

Inoltre, sarebbe stato difficile coinvolgere il Partito Democratico argentino – e sudamericano in generale – nello spot elettorale della Boschi dal momento che i suoi esponenti più conosciuti sono schierati apertamente per il “No”Senza dimenticare che anche nel PD nostrano un’unità sul referendum costituzionale è ben lungi dall’esistere. Dunque, la formula utilizzata nel comunicato e che fa riferimento all’assenza di “iniziative di partito”, suona come un espediente dialettico per eludere il nocciolo della questione: questa missione istituzionale nasce dall’esigenza di conquistare, in vista dell’incerto e decisivo referendum del 4 Dicembre, il prezioso bottino di voti degli italiani residenti all’estero.

Il caso sudamericano non costituisce un’eccezione come dimostra il precedente di Bruxelles: lo scorso 12 Luglio il ministro Boschi, impegnata in una missione istituzionale presso il Parlamento europeo, ne ha approfittato per partecipare ad un incontro organizzato dal comitato “Basta un si”.  Tuttavia, mentre il comizio belga ha avuto luogo nella sala conferenze di un hotel ed i suoi organizzatori appartengono al circolo locale del PD, quello argentino si è tenuto presso la sede del Consolato grazie al supporto dei vertici diplomatici. Pur non essendo illegittimo, è politicamente opportuno che un ministro della Repubblica vada a caccia di voti servendosi delle nostre sedi istituzionali all’estero? Non si manca di rispetto a quelle comunità, così orgogliosamente italiane, ricordandosi di loro solamente alla vigilia di un referendum in cui potrebbero essere determinanti per il futuro del governo Renzi? Che figura ci fa l’Italia con  le autorità argentine, brasiliane ed uruguayane incontrate in questi giorni dal ministro e a cui, leggendo le interviste concesse dalla Boschi stessa a testate come”El Clarin” e “Diario Bae”, deve essere sembrato palese lo scopo elettorale della missione?

Discutibile anche la scelta dei compagni di viaggio perché nella delegazione che ha affiancato il ministro era presente anche Ferdinando Aiello, ex consigliere regionale ed attuale deputato PD, indagato per la Rimborsopoli calabrese. Non proprio lo sponsor migliore per lo scopo della missione visto che uno dei punti più contestati della riforma costituzionale è proprio quello sull’immunità garantita ai consiglieri regionali divenuti senatori.