In questi giorni il PD è agitato dalla tempesta generata dall’inevitabile resa dei conti iniziata al suo interno in seguito agli avvenimenti del 4 dicembre. Renzi ha perso punti e pezzi di partito, eppure il suo narcisistico egocentrismo non gli permette di farsi da parte e prendersi un periodo di pausa, mentre chi già prima del referendum mal lo tollerava ora sta orchestrando la fronda contro il segretario sconfitto (eppure ancora sulla poltrona). In questo mare agitato delle correnti partitiche, sembra che al Partito Democratico non siano rimasti molti giorni, e una scissione si profila sempre più probabile: a cavalcare il malcontento secessionista nei confronti dell’ex sindaco ed ex premier c’è ancora una volta Pierluigi Bersani che, assieme a Massimo D’Alema, negli ultimi giorni ha più volte minacciato la scissione del partito. Davanti al caparbio intendimento di Matteo Renzi di tergiversare sul Congresso rimandando lo stesso alle calende greche, evitando (come sempre) qualsiasi forma di confronto all’interno del partito, l’ex segretario ha infatti dichiarato:

“Se Renzi forza è finito il PD, nasce il nuovo Ulivo”

Bersani per sconfiggere l’avversario interno Renzi esce dunque con quest’idea del nuovo Ulivo, che a dispetto del nome è tutto tranne che nuova. L’ex segretario PD deve avere una qualche passione per l’albero tipicamente mediterraneo, visto che già sette anni fa, nel 2010, ebbe la stessa medesima illuminazione. L’avversario allora non era Matteo Renzi, all’epoca solo sindaco un po’ sbruffoncello di Firenze, bensì un Silvio Berlusconi che governava da più di due anni, apparentemente imbattibile da qualsivoglia opposizione. Fu così che in un’intervista a Repubblica l’allora segretario del PD lanciò l’idea di un “nuovo Ulivo, un nuovo contenitore capace di agglomerare tutte le forze di centrosinistra”, con lo scopo di sbaragliare definitivamente Berlusconi. C’è da dire che già allora, sette anni or sono, l’idea di un nuovo Ulivo suonava strampalata e fuori tempo, oltre a puzzare terribilmente di vecchio. Infatti il nuovo Ulivo finì nel nulla e non si fece. Una conseguenza però quella poco azzeccata proposta la ebbe, giacché sancì l’inizio della fine di Bersani e al contempo segnò l’avvio dell’inarrestabile ascesa di Matteo Renzi: dopo pochi giorni infatti in risposta alla proposta dell’allora segretario il rampante sindaco di Firenze lanciò, sempre dalle colonne di Repubblica, l’idea della “rottamazione senza condizioni” dei vecchi dirigenti politici, per approdare dopo pochi mesi assieme a Pippo Civati al grande successo della prima Leopolda e passo dopo passo prima alla segreteria di partito e poi al governo del Paese.

"Non è mica solo una questione di ricambio generazionale- diceva Renzi nel 2010- Se vogliamo sbarazzarci di nonno Silvio, io così lo chiamo e non caimano, dobbiamo liberarci di un'intera generazione di dirigenti del mio partito. Non faccio distinzioni tra D'Alema, Veltroni, Bersani... Basta. E' il momento della rottamazione. Senza incentivi".

“Non è mica solo una questione di ricambio generazionale- diceva Renzi nel 2010- Se vogliamo sbarazzarci di nonno Silvio, io così lo chiamo e non caimano, dobbiamo liberarci di un’intera generazione di dirigenti del mio partito. Non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani… Basta. E’ il momento della rottamazione. Senza incentivi”.

Così oggi, sette anni dopo, Bersani, torna a riproporci la stessa idea di un “nuovo Ulivo”, maldestramente incipriata e ancora più stantia e maleodorante di quanto non fosse già nel 2010. Lo scopo a ben vedere è lo stesso, creare un soggetto politico con l’obiettivo di sconfiggere un avversario. Questa volta però l’avversario è interno, risiede nella persona di Matteo Renzi, e a dire il vero, a differenza di Berlusconi nel 2010, è già adesso parzialmente sconfitto, solo che non vuole mollare la propria poltrona e avviare un confronto interno sul futuro del partito. Così ecco scongelata la vecchia idea del nuovo Ulivo. D’altronde, dopo il successo che ebbe sette anni fa e dopo la cascata di eventi nefandi che ne sono seguiti per chi l’ha concepita, la cosa più ovvia era riproporla di nuovo. La differenza fondamentale tra il nuovo Ulivo di oggi e quello del 2010 tuttavia è però che, se allora il suo fine era quantomeno quello di creare un fronte comune, un’unione contro un avversario esterno, oggi si mostra come un qualcosa volto a dividere e spaccare un partito già dilaniato, un potenziale innesco di una suicida e poco lungimirante faida interna che rischia di lasciare sconfitte entrambe le fazioni.

Infatti se oggi abbiamo un Partito Democratico che si attesta poco sotto il 30%, da un’eventuale scissione di Bersani, D’Alema e compagni, guardando i vari pronostici usciti in questi giorni, verrebbero a delinearsi un PD presumibilmente intorno al 18-20%, e un nuovo soggetto politico a quota 13-15%. Sarebbe, questa, una frantumazione quanto mai perniciosa per il futuro del centrosinistra, che spianerebbe la strada a un centrodestra che se decidesse di ricompattarsi avrebbe gioco facile nel vincere eventuali elezioni. Eppure questo non sembra esser balenato nelle menti di Pierluigi Bersani (e non ci stupiamo eccessivamente, a dire il vero) e D’Alema che, accecati dal livore, sembrano esser disposti anche all’harakiri pur di consumare la loro ripicca, la loro personale vendetta nei confronti di Matteo Renzi, in una guerra che molto probabilmente non vedrà vincitori, non nel centrosinistra.

tabella 1

Questo a riprova di quanto non solo nella mente masochista di Bersani, ma in generale nell’intero centrosinistra manchi completamente una visione d’insieme, una comunanza d’intenti che permetta di fare corpo unico contro gli avversari esterni. E il bello è che questa guerra di bande sia nelle mani di personaggi completamente fuori dal tempo come Bersani, che nel 2017 se ne escono candidamente proponendo strampalati partiti dai nomi botanici, pensando di intercettare così le volontà di un qualche elettorato deluso dall’esperienza renziana. Né Bersani né “baffetto” D’Alema capiscono che se i cittadini sono stufi delle infantili Leopolde renziane certo non nutrono  maggiore interesse per i loro fantasiosi alberelli di ulivo, chiusi come sono nella turris eburnea di piazzale del Nazareno. L’importante ora è rottamare il rottamatore. Ma la catena di rottamazione può proseguire all’infinito, e non è detto che non verranno anch’essi nuovamente rottamati, stavolta in via definitiva, dagli elettori.