l torpore di un caldo pomeriggio primaverile, nella selva di riverberi solari dell’umida Villa Borghese. La tribolante fretta di turisti accampatisi all’ombra di un cipresso, per ripararsi dall’asfissio dell’afa e dal fuggire delle ore. La canonica pizza al trancio in Porta Portese, antecedente all’allibito sospiro di umana irresolutezza al cospetto della mastodontica architettura d’epoca. La rinfrancante vitalità di un affacciarsi tra Piazza Navona e Piazza Venezia, affabulati nell’ammirare la trascendente capacità della Storia italiana di non sbiadire alla corte dell’intransigenza dei Secoli. L’onda anomale di cronisti al seguito del parlamentare di turno, che assiepa le vie dell’epicentro del potere nostrano con la petulante insistenza di chi, grossolanamente, ha in modo erroneo interpretato il monito di star dietro ad un politico, per macinare successo e carriera.

La stupefacente enormità dell’arte, l’inossidabile assolutezza del passato, l’ancestrale culla della cultura planetaria. Roma. Cicerone l’avrebbe desiderata così. Proprio lui, che, nella trasposizione delle erudizioni elleniche nel neonato contesto latino, agognava un coacervo di sentimentalismo letterario e di fermento politico-culturale. Il filosofo non sospirava altro che bramarla nella fecondità estetica del suo essere. Nostalgica, meravigliosamente sconfinata, silente nella contemplazione del suo incommensurabile prestigio, oltre il tempo e gli schemi. Tremila anni fa, come oggi. Benché la situazione abbia assunto pieghe improponibili: da Romolo e Remo, ad Alemanno e Marino, passando per Veltroni – ebbene sì: l’improvvisato regista osannato (?!) dalla critica (?!) italiota! -. Una miscela – quest’ultima – mediocremente esplosiva di immoralità politica, di amministrazione scialba e di malaffare dilagante.

Ma, malgrado tutto, New York, Londra, Pechino e compagnia andate, avranno da recuperare un marcatissimo ritardo su Roma: quello della tradizione. La tradizione ultramillenaria di un aggregato urbano rivestito di ineguagliabile beltà e di splendore suggestivo, che, in forza del suo intrinseco valore, si sveste della banale accezione di catino di cittadina frenesia e di annullamento delle peculiarità, e si palesa nella magnificenza del peregrinare fluido del Tevere, nell’imponenza sovrana di San Pietro, nell’eternità poderosa del Colosseo, nel felliniano scroscio delle zampillanti acque della Fontana di Trevi, nell’immortale spiritualità del Pantheon, nell’immenso bagliore dottrinale del Palazzo della Civiltà Italiana. Semplicemente, nell’integerrima interezza di un’identità magari scalfita malamente dalle impudicizie del modernismo contemporaneo – autoreferenzialismo in uno scatto fotografico, piattaforme telematiche del ripudio della socialità, appariscenza programmatica -, ma pur sempre pulsante di vivacità secolare e densa di sublime arcaicità. Altro che Statua della Libertà, Big Ben e Città Proibita!