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Il litigio tra Renzi e la minoranza democratica costituiva l’ennesimo segnale di speranza: quella del repentino decesso del PD. Invece no. I dirigenti della preistorica organizzazione politica si rivelano dei veri e propri maghi, primo fra tutti Emiliano, il quale ha saputo estrarre il coniglio dal cilindro. Militanti e leader erano già pronti a uno scontro senza pietà, ma ecco che arriva il colpo di scena. Michele Emiliano, primo fra le tigri dell’opposizione, reduce dal precedente discorso guerrafondaio al Teatro della Vittoria di Roma, cambia i toni, con fare quasi gentile e conciliante, giungendo ad affermare di avere una certa “fiducia nel segretario”. Per il democratico pugliese, addirittura, la soluzione sarebbe vicinissima, consisterebbe in un “problema di comunicazione”. Suona alquanto bizzarro che un partito sull’orlo di una crisi ideologica insanabile basi il proprio default politico sul semplice errore comunicativo. Eppure, a un anno di distanza dal referendum, è possibile ricordare i toni di quel che sembrava un agguerrito Emiliano, che in occasione del referendum No Triv accusava Matteo Renzi di “servilismo” nei confronti delle lobby del petrolio. Parole gravi, accuse pesanti, motivo certamente di un’aperta ostilità.

Quando Michele Emiliano (Pd) tuonava contro Renzi sulla questione trivelle

È da queste parole che è possibile evincere un tatticismo, più che un senso di improvvisa “umanità” nei discorsi del dirigente barese. Durante l’assemblea domenicale, il fatidico “giorno del Signore”, egli tenta, forse ingenuamente, forse con il cuore (o meno), di salvare il salvabile, di giocare l’ultima mossa da martire democratico nei confronti di un infante assetato di potere, egotismo e libertà. Quanto meno, attraverso questo atto di generosità e apertura, la minoranza dem non potrà ritenersi responsabile della probabile scissione politica del claudicante Partito Democratico. Tant’è che, al terminare della problematica e infiammata assemblea, Roberto Speranza ed Enrico Rossi rilasciano congiuntamente un comunicato:

“Anche oggi nei nostri interventi c’è stato un ennesimo generoso tentativo unitario. È purtroppo caduto nel nulla. Abbiamo atteso invano un’assunzione delle questioni politiche che erano state poste, non solo da noi, ma anche in altri interventi di esponenti della maggioranza del partito. La replica finale non è neanche stata fatta. È ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi così una responsabilità gravissima”.

L’ala renziana del partito è stata senz’altro colpita da questo passo indietro, poiché ci si aspettava un conflitto assai duraturo. A poco, tuttavia, sono valsi i tentativi di preghiera nel trovare un centro-sinistra unito. Il rifiuto era già intuibile nelle parole del segretario Renzi, il quale ha parlato dell’opposizione come di una minoranza intenta a condurre una lotta di potere. Ed ecco che il toscano tira in ballo il noto arsenale retorico, rimproverando i minoritari dem e facendo loro una lezione morale inerente al fatto che “il vero potere del PD appartenga ai cittadini che votano alle primarie”, e non ai dirigenti. Si potrebbe tranquillamente rispondere a questa frecciatina con l’esito dell’ultimo referendum costituzionale, dove, per l’appunto, il popolo ha deciso delle proprie sorti e di quelle del governo Renzi. Ma non è proprio del PD esser così “maleducati”, così screanzati da rinfacciare al “mostro di Firenze” la sua sconfitta.

Occorre essere riverenti verso il potere, pazientare, non importa se una forza dichiaratamente “progressista” sia la responsabile della distruzione dei diritti sociali. È un partito riformabile, bisogna pur essere ottimisti di fronte al dimezzamento delle tessere e degli iscritti. L’aggressività di Renzi non sembra placarsi di fronte a simili elargizioni ingenuamente democratiche: egli ribadisce la propria appartenenza al mondo della sinistra, pur non sventolando “bandiere socialiste” e non parlando di “rivoluzione”. Per il leader del PD, chi commette un errore è l’opposizione, che minacciando la scissione contribuisce a fare il gioco del Movimento 5 Stelle. Di fatto, la logica unitarista presuppone esclusivamente un vantaggio per la maggioranza, soprattutto se un partito dimostra la mancanza di un presupposto fondamentale di carattere costituzionale: la mancanza di dialogo e peso politico delle minoranze al’interno di un’organizzazione politica.

"Io voglio evitare qualsiasi scissione. Se la minoranza mi dice: o Congresso o scissione, io dico Congresso. Ma se dopo che ho detto Congresso loro dicono “comunque scissione”, il dubbio è che si voglia comunque rompere. Che tutto sia un pretesto. Toglieremo tutti i pretesti, tutti gli alibi". Così Matteo Renzi in un'intervista al Corriere della Sera del 17 Febbraio 2017

“Io voglio evitare qualsiasi scissione. Se la minoranza mi dice: o Congresso o scissione, io dico Congresso. Ma se dopo che ho detto Congresso loro dicono “comunque scissione”, il dubbio è che si voglia comunque rompere. Che tutto sia un pretesto. Toglieremo tutti i pretesti, tutti gli alibi”. Così Matteo Renzi in un’intervista al Corriere della Sera del 17 Febbraio 2017

Perfino l’irremovibile Pierluigi Bersani, che del PD ha fatto un feticismo (oltre che una casa), ha dichiarato:

“Non possiamo affrontare a cuor leggero un tema come la divisione o altre scelte. Anche se ho sempre detto che da casa mia non mi butta fuori nessuno, ma se questo è il partito di uno solo non è più casa mia”.

Dario Franceschini sembra essere su posizioni moderate rispetto al politico romagnolo, invitando la minoranza dem a non desistere, ma a trovare un  punto di dialogo. Dello stesso avviso è Gianni Cuperlo, che durante l’assemblea si indigna borghesemente per l’umiliazione che la minoranza dem ha ricevuto, invitando tuttavia al confronto e all’unità di intenti. Quello di Cuperlo è un appello nostalgico a non abbandonare la nave polverosa del centro-sinistra, sulla quale si sono intraprese mille battaglie a suon di spade e oratoria. Quanto meno si può riconoscere l’onestà intellettuale di chi ha riconosciuto i propri fallimenti: “Non siamo mai stati davvero fino in fondo un gruppo dirigente, la dialettica è divenuta conflitto”. Aggiungeremmo, la dialettica è divenuta il solo conflitto del quale la sinistra democratica si è rivelata capace. Dinanzi a questo scenario di trincea, non compare D’Alema, la Mano Invisibile, il Kgb del Partito Democratico, il promotore della scissione. Evidentemente egli necessitava di una pausa, di una riflessione illuminante che può sopraggiungere soltanto nel vedere i propri polli combattere.

Michele Emiliano cambia idea e lancia un appello al segretario Renzi. Se le primarie del partito ci saranno a settembre non ci sarà alcuna scissione ma verrà dato un aiuto fattivo per collaborare alla buona riuscita.

Il problema di fondo della sinistra consiste in due fattori di natura patologica: il bipolarismo del Partito Democratico e lo sdoppiamento di personalità della Sinistra. Il primo consiste nella confusione mentale, nell’atteggiamento contraddittorio della minoranza dem. Essa oscilla fra l’estremismo vittimista e giustizialista del fanciullo che viene ferito dal bullo renziano, e un altro estremismo, quello buonista e indulgente, che culmina sempre con il porgere l’altra guancia al nemico, (che lo tiene palesemente in pugno). In secundis, la perenne indecisione del fronte progressista risiede nella sua crisi d’identità, che nasconde due volti estremamente differenti. Vi è una sinistra delirante e socialdemocratica, oscillante fra la fedeltà dirigenziale alle istituzioni dell’austerità e un semplice ribellismo narcotizzante verso lo status sociale. Dall’altro lato abbiamo, invece, “il lato oscuro della forza”: una sinistra di base molto agguerrita e radicale, intenta alla pura ostilità verso la classe dirigente, e molto ortodossa. Tuttavia, il personalismo e l’egocentrismo rivoluzionario conducono puntualmente all’annullamento di qualsiasi sforzo politico e di aggregazione, poiché ogni micro-realtà, (sia essa un partito di sinistra o marxista), è convinta di essere l’unica detentrice del Verbo rivoluzionario, tuttavia  non sempre aggiornato al 2017.

Ecco come un’eccessiva clemenza nel congresso del più grande partito di “centro-sinistra” conduca a un polverone senza vincitore (Renzi a parte), e come la sua base, pura negli intenti ideologici ma ingenua nella strategia politica, producano inevitabilmente un pessimo risultato: una mera estetica della guerra, una vera e propria rivoluzione di carta.