L’ipocrisia del commiato è viscida più dell’indifferenza: almeno questa palesa il suo cattivo gusto, e non tenta vigliaccamente di celarlo. L’imbarazzo della menzogna, invece, è il costrutto principale della viltà: l’abito talare della vergogna è la prerogativa nel guardaroba dei detrattori. Nella serpentina dei convenzionali cordogli, la scomparsa di Gianroberto Casaleggio si stagna nelle chiacchiere della falsità, tradendo il rispetto del silenzio. Il rammarico italiota supera persino il nostrano e genetico desiderio di distruggere il prossimo, a tuoni di malelingue e fandonie. Giachetti, Lupi, e Salvini, ad esempio – e tra gli altri -, hanno perso un’ulteriore occasione per mettere a tacere il loro opportunismo. Mentre – a sorpresa! – Umberto Bossi coglie la portata dell’evento, seppure nella goffa spontaneità dei suoi acciacchi: “[…] Forse è morto quello sbagliato”. A Casaleggio è toccata la sorte degli incompresi, di quelli il cui livello si decodifica col tempo.

Con una manciata di commemorazioni, il rimpianto per il guru pentastellato s’avventerà sui pagnottisti della prima ora, prevaricandoli con il prorompere del rancore. Il suo è uno di quei ricordi che si rievoca con passione quando la nostalgia l’ha sopraffatto. Oltre la Spectre, e i parallelismi somatici con Branduardi, i maître à penser del cerchiobottismo non sono mai riusciti ad andare, nell’analisi di un personaggio evidentemente controverso e scomodo, ma intellettualmente fulgido e vivace. Dalla suggestioni di una ecosostenibilità che si preoccupasse di ridurre l’emergenza ambientale, alla reinterpretazione di una tecnologia che non assuefacesse l’uomo, e fosse al servizio delle sue minime necessità: basi della rivoluzione politica che ha scosso le fondamenta della partitocrazia, facendo crollare irreparabilmente il suo borioso castello autoreferenziale. Grazie alla prerogativa della partecipazione collettiva, e non all’avallo delle comuni e sterili candidature elitarie.

Introspettivo, schivo, confinato nei margini della notorietà. L’esasperazione delle costanti critiche alle sue proiezioni non è riuscita a scalfire la pacatezza che ha contraddistinto Casaleggio da un mondo a cui si è sempre avverso: la sovraesposizione mediatica non gli è mai appartenuta. Così come non è stata propria della pubblica opinione l’obiettività di riconoscere in lui uno spiraglio di innovazione e di creatività, in grado di reimpostare le previsioni sul futuro del Pianeta. E sulle circostanze politiche italiane, ribaltando le credenze della nomenclatura. Una discussa (e coltissima) personalità, perennemente pendete fra la dietrologia e l’avanguardia, nella continua ricerca della verità occultata dal potere. Ma la totalità della sua poliedrica conoscenza l’ha già immortalato nella spirale dei visionari, ove la realtà cerca conforto. Essere geniali significa anche questo.