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Sono volati cazzotti mediatici fra Matteo Renzi e Roberto Fico. Il botta e risposta è avvenuto in occasione di un’intervista di Repubblica al politico fiorentino e durante il colloquio fra il deputato campano e Maria Latella su Sky Tg24. Alla domanda di Ezio Mauro sulla convenienza di Grillo a utilizzare una retorica apocalittica, tuona il piddino:

«Grillo vince se denuncia il male, non se prova a cambiare. Quei ragazzi sono già divisi, si detestano tra gruppi dirigenti, fanno carte e firme false per farsi la guerra. Ma sono un algoritmo, non un partito!»

Davanti a simili affermazioni, oramai in balia della spettacolarizzazione televisiva, il deputato pentastellato non ha esitato a rispondere:

«Noi un algoritmo? E’ una bugia, Renzi ha moltissimi problemi interni al Pd. Cerca di buttare un po’ di fango, meglio che guardi dentro casa sua, alle sue sconfitte. Renzi, avendo problemi nel Pd, preferisce guardare in casa degli altri. Dice che faranno un programma in modo originale, ma noi lo stiamo già facendo. Cerca solo di buttare fango ma è meglio che guardi in casa sua»

«Renzi per me è già un ricordo. Oggi ero in Aula c’era la Finocchiaro, non c’ era più Renzi, perché alla fine sono vari governi legati da un filo conduttore che è il sistema dei partiti politici terminali di una rete di interessi che non sono dei cittadini ma delle banche, di chi vuole speculare, interessi europei e non nazionali»

Dalle parti in causa si può cogliere un clima di tensione notevole, una battaglia retorica che Pd e Movimento 5 Stelle si giocheranno fino alle prossime presidenziali. Quel che tuttavia è degno di nota è il ritratto dei due partiti in causa, che è possibile cogliere dai discorsi dei rispettivi esponenti politici. Quelle di Renzi sono accuse costruite e mirate ad accattivare un pubblico “scelto”, quello dei sentimentalismi progressisti, cavalcando l’onda dell’antipatia del “becero populismo”. E’ così che il Movimento risulta ai “demopatici” come una forza tirannica che intende stravolgere l’assetto democratico della Repubblica Italiana, come un manipolo di “malvagi” che scagliano le orde ignoranti, analfabete e complottiste contro la povera classe dirigente. Come se non bastasse, il politico toscano intesse fili di prediche a “quei ragazzi già divisi” (i pentastellati) da un pulpito non meno disastrato; la cuperliana minoranza democratica gioca a fare l’ “opposizione”, in una maniera tanto inconsistente che perfino il peso di una piuma si rivelerebbe più efficace a confronto. Poi vi sono altri oppositori quali Emiliano, che tra un referendum e l’altro hanno dichiarato guerra all’ala renziana, sia per disperazione e salvaguardia del partito sia, forse, per aspirazioni personali alla leadership del centro-sinistra.

La ciliegina sulla torta arriva con l’atteggiamento politicamente corretto con il quale Renzi condanna le modalità dirigenziali interne al Movimento 5 Stelle. Egli accusa Grillo di aver messo a tacere i dissidenti (Raggi e deputati europei) con la minaccia di sanzioni economiche ed evidenziando l’atteggiamento più umano del Partito Democratico. Sebbene le critiche siano condivisibili, il Pd non sembra estendere questo spirito di uguaglianza alle discussioni parlamentari: qui il governo si dimostra come l’unica forza che di fatto esercita un peso grazie all’attuale legge elettorale, il tutto a spese dell’opposizione. In ogni caso, i rimproveri di Renzi risultano una vera e propria lamentela post sconfitta, ma anche una possibile avvisaglia del ritorno dell’ex presidente del governo in politica. Qualora ciò dovesse avvenire, (con buona probabilità), sarebbe possibile pensare allo scenario delle primarie Pd dove si vedrebbero contrapposti almeno tre candidati, fra Renzi, Emiliano e Cuperlo.

«Il mancato rinnovo della classe dirigente è stato un mio limite. Saviano lo ha detto con un tono discutibile, ma nel merito aveva ragione. Non si cambia il Sud poggiando solo sul notabilato. Idee nuove e amministratori vecchi? Sbagliato, non funziona. Togliere le ecoballe è importante, ci mancherebbe. Ma più ancora aprire il Pd a facce nuove. Voglio farlo». Così parla Renzi a Repubblica nella prima intervista dopo le sue dimissioni in seguito al referendum costituzionale.

«Il mancato rinnovo della classe dirigente è stato un mio limite. Saviano lo ha detto con un tono discutibile, ma nel merito aveva ragione. Non si cambia il Sud poggiando solo sul notabilato. Idee nuove e amministratori vecchi? Sbagliato, non funziona. Togliere le ecoballe è importante, ci mancherebbe. Ma più ancora aprire il Pd a facce nuove. Voglio farlo». Così parla Renzi a Repubblica nella prima intervista dopo le sue dimissioni in seguito al referendum costituzionale

Al di là delle ambizioni che si celano negli attacchi di stampo dem, Roberto Fico si è assunto l’arduo compito di difendere il Movimento dai colpi pesanti (e non così ingiustificabili), soprattutto per il grande mistero che ruota intorno al Movimento 5 Stelle e alla sua più profonda essenza. Il recente appello di Grillo rivolto alla base per le votazioni sull’ingresso nell’Alde al Parlamento Europeo costituisce un fatto imbarazzante. Soprattutto se si fa riferimento al fatto che, su 40.654 iscritti, il 78,5% dei votanti (31.914) abbia espresso un parere positivo sull’adesione al gruppo europeista e liberaldemocratico (andando di fatto contro i principi del Movimento). Numerose le polemiche, come le congetture sull’esito truccato delle votazioni. Il drammatico risultato spinge non tanto a riflettere sui “giochi di potere” nell’ambigua svolta grillina, quanto alle perplessità in merito alla debole coscienza critica e alla conseguente manovrabilità politica della base militante a 5 Stelle. Nonostante l’abile mossa, il Movimento 5 Stelle è stato respinto dall’Alde per evidenti incompatibilità ideologiche, con l’inevitabile ripiego sull’alleanza con l’Ukip e il rientro nell’ EFDD (Europe of Freedom and Direct Democracy Group). Il suo leader, Nigel Farage, ha accettato l’accordo fra le due forze a patto che il nuovo governo pentastellato rinnovi la promessa del referendum per l’uscita dall’eurozona, che il M5S destituisca David Borrelli (tra i promotori dell’ingresso nel gruppo Alde) dal ruolo di co-presidente del gruppo e che vengano sanzionati tutti gli altri eurodeputati che hanno contribuito all’ingresso nella fazione euro-liberal.

Veniamo ora all’ultimo punto, il più sintetico e problematico. Alle prossime politiche, la divisione interna al Movimento 5 Stelle potrebbe rivelarsi il punto debole profetizzato da Renzi alle presidenziali. L’ala più ambiziosa e governista guidata da Di Maio, (e favorita dallo stesso Grillo e dai penta stellati milanesi), punta direttamente a Palazzo Chigi, contrapponendosi a quella più ortodossa guidata da Roberto Fico, non a caso tra i “papabili” candidati. Ai due nomi già citati si aggiunge il popolare Alessandro Di Battista, considerato l’altro concorrente mediano, in grado di competere e sconfiggere il giovane avellinese nella competizione elettorale. Ciò che tuttavia manca al politico romano è l’appoggio dei vertici del Movimento, orientati in tutt’altra direzione rispetto alle preferenze della base. Fra uno scazzottamento e l’altro, un punto a favore o meno, nei prossimi mesi, i candidati democratici e del Movimento 5 Stelle saranno certamente impegnati in un lungo torneo di faide interne, prima di raggiungere l’agognato ring della presidenza del consiglio.