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Tutto o niente, prendere o lasciare. Sembra proprio questo il “ricatto” posto al Parlamento dall’esecutivo Gentiloni sul disegno di legge di riforma del processo penale che proprio ieri è ritornato sotto la lente d’ingrandimento di Palazzo Madama, dopo mesi di lungo stand by iniziato lo scorso settembre. Questa mattina il Senato sarà infatti chiamato ad esprimersi sul voto di fiducia, da sempre voluto dal ministro della Giustizia Andrea Orlando per il tanto contestato ddl di riforma del processo penale, che di fatto esclude ogni altra discussione sui temi caldi delle intercettazioni telefoniche, dei tempi di prescrizione, dell’aumento delle pene edittali, del processo a distanza ed ancora della nuova disciplina sulle indagini preliminari. Norme penali che incidono profondamente sulle libertà e i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti ma che, a detta del governo, possono essere riformate con un semplice e troppo spesso abusato voto di fiducia.

Fra i motivi di questa sospetta accelerazione del governo qualcuno ha perfino individuato le prossime primarie del Pd, alle quali il ministro Orlando potrebbe presentarsi vantando appunto una riforma sul processo penale già approvata, a buona pace di chi ha sempre creduto che porre la questione di fiducia sia in genere un segno di debolezza per lo stesso esecutivo. “Il processo e i diritti dei cittadini non possono essere merce di scambio di alcuna contesa di potere e tanto meno ostaggi di conflitti di naturale elettorale”, si legge in comunicato dell’Unione delle Camere Penali Italiane con il quale si comunica l’astensione dalle udienze nel settore penale dal 20 al 24 Marzo in segno di protesta e l’organizzazione di una manifestazione nazionale a Roma per il 23 Marzo.

A proposito di abuso del voto di fiducia, così si esprimeva il Presidente del Senato Pietro Grasso all’inaugurazione del Master Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss Guido Carli di Roma: «Sul piano istituzionale, il ruolo del Parlamento è sminuito in diversi ambiti. Nella produzione legislativa, le forzature spesso imposte al procedimento parlamentare dal ricorso strutturale alla decretazione d’urgenza e al voto di fiducia mortificano il ruolo primario del Parlamento come sede trasparente e pubblica di dibattito e conciliazione delle istanze politiche, nonché come luogo di ponderazione di soluzioni alternative».

A proposito di abuso del voto di fiducia, così si esprimeva il Presidente del Senato Pietro Grasso all’inaugurazione del Master Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss Guido Carli di Roma: «Sul piano istituzionale, il ruolo del Parlamento è sminuito in diversi ambiti. Nella produzione legislativa, le forzature spesso imposte al procedimento parlamentare dal ricorso strutturale alla decretazione d’urgenza e al voto di fiducia mortificano il ruolo primario del Parlamento come sede trasparente e pubblica di dibattito e conciliazione delle istanze politiche, nonché come luogo di ponderazione di soluzioni alternative».

Con il disegno di legge viene delegato dunque il governo alla riforma del processo penale e dell’ordinamento penitenziario, prevedendo l’inasprimento delle pene per alcune tipologie di reato (es. reato di scambio elettorale politico-mafioso e per alcuni reati contro il contro il patrimonio); una nuova disciplina sulle intercettazioni (oltre che nuova fattispecie penale punita con la reclusione non superiore a 4 anni per chi diffonda il contenuto di conversazioni fraudolentemente captate) e su quelle eseguite tramite virus trojan; le modifiche alla disciplina della prescrizione dei reati (per corruzione ma anche per i reati di maltrattamenti in famiglia, tratta di persone, sfruttamento sessuale di minori e violenza sessuale e stalking); la revisione delle misure alternative alla detenzione e dei benefici penitenziari; ed infine la modifica alle disposizioni del codice di procedura penale sulle indagini preliminari (il Pm avrà tre mesi di tempo, dallo scadere del termine massimo per le conclusioni delle indagini preliminare, per chiedere il rinvio a giudizio e l’archiviazione, altrimenti l’indagine sarà̀ avocata dal procuratore generale presso la Corte d’Appello).

Parole dure in merito alla scelta del governo di porre la fiducia sulla riforma arrivano anche dall’Avvocato Michele Vaira, Presidente dell’Associazione Italiana Giovani Avvocati (Aiga), che parla chiaramente di «morte del diritto processuale italiano» chiarendoci altresì le sue posizioni su alcuni punti salienti del disegno di legge attualmente in discussione.

Avvocato, innanzitutto, come si sente di commentare questa “accelerazione” in assenza di dibattito democratico? Anche lei, come altri, crede che questa possa essere una mossa propagandistica del ministro della Giustizia Orlando o del Pd?

“Ignoro quali siano i reali motivi per i quali il governo ha posto la fiducia, e onestamente credo che siano del tutto irrilevanti. Il problema, gravissimo, è che su un tema sensibile quale la giustizia, in particolare penale, che coinvolge i diritti fondamentali della persona, si ritiene di prescindere da un dibattito parlamentare compiuto”.

Anche l’Associazione Italiana Giovani Avvocati parteciperà alla manifestazione nazionale del 23 Marzo o avete in programma ulteriori iniziative?

“Da oltre un anno abbiamo organizzato diversi eventi, cercando di sensibilizzare la politica. Se, come temiamo, la fiducia sarà posta questa settimana, non avrà per noi alcun senso partecipare”.

Entriamo nel merito del ddl penale in discussione. Lei non ha voluto usare mezzi termini, definendo la scelta del governo come “morte del diritto processuale penale”. Cosa straccerebbe e cosa salverebbe del testo attualmente in discussione?

“La delega al governo in materia di esecuzione della pena è organica e ispirata a principi condivisibili, in particolare alla riduzione del ricorso alle misure detentive. Ciò è in linea con le più moderne dottrine sociali sulla rieducazione dei condannati, e certamente in linea con le esigenze di effettiva difesa sociale. Tutta la parte che riguarda il processo penale, viceversa, è ispirata da principi esattamente opposti. Dall’aumento inutile e indiscriminato di alcune sanzioni penale, alla riduzione di specifiche garanzie difensive.

L’ampliamento del principio del doppio binario per alcuni istituti processuali (di per sé discutibile anche per i reati di stampo mafioso) a fattispecie ordinarie, è indice di un arretramento culturale inaccettabile. Non è accettabile, per nessun tipo di reato, che il dibattimento si svolga senza la presenza fisica dell’imputato. Chi ha frequentato le aule almeno una volta nella sua vita può capire l’enorme difficoltà, anche pratica, di difendere i propri assistiti collegati in videoconferenza”.

Michele Vaira è l'attuale presidente di Aiga. Ha collaborato con la Cattedra di Diritto Processuale Penale dell’Università di Foggia. Ha pubblicato lavori su Cassazione Penale e sulla rivista dell’AAFS. Docente di diritto e procedura penale alla scuola forense della Camera Penale di Lucera. È membro dell’American Academy of Forensic Sciences, dell’Accademia Italiana di Scienze Forensi, dell’International Association for Identification.

Michele Vaira è l’attuale presidente di Aiga. Ha collaborato con la Cattedra di Diritto Processuale Penale dell’Università di Foggia. Ha pubblicato lavori su Cassazione Penale e sulla rivista dell’AAFS. Docente di diritto e procedura penale alla scuola forense della Camera Penale di Lucera. È membro dell’American Academy of Forensic Sciences, dell’Accademia Italiana di Scienze Forensi, dell’International Association for Identification.

Uno dei punti salienti della riforma del processo penale riguarda la nuova disciplina sulla prescrizione. C’è chi sostiene che il conseguente allungamento dei tempi processuali possa contrastare con i principi del “giusto processo” di cui all’art. 111 Cost., ovvero con la ragionevole durata dei processi. Lei è d’accordo in pieno? Per esempio, non salverebbe la nuova disciplina nemmeno con riguardo alla parte che si riferisce ai reati gravi contro i minori?

“Non accetto, come principio, che si ponga la gravità (e, anche, l’odiosità) del reato come parametro per le scelte legislative. È agevole rispondere che, tanto più è grave il reato (e tali sono i reati contro i minori) e quindi pesanti le pene, quanto più è alta la necessità di evitare condanne ingiuste. Far decorrere il termine per la querela al compimento della maggiore età è un eccellente spot elettorale, ma è un’impostazione giuridicamente nefasta. Sulla prescrizione, è necessario chiarirsi: il 60% dei procedimenti si prescrive nel cassetto dei PM. Secondo la loro assoluta discrezionalità. È lì che si deve intervenire. Prima della L. “ex Cirielli” non si è mai parlato di problemi sulla prescrizione: sarebbe sufficiente abolirla, ed introdurre un termine stringente per le indagini”.

Da avvocato, tenuto conto che nel nostro ordinamento vigono i principi del contraddittorio e dell’immediatezza, come pensa possa influire sul diritto di difesa la modifica della norma che regola la “partecipazione a distanza” al dibattimento?

“È tra i punti di maggiore criticità dell’intero impianto del ddl. Che, tra l’altro, dubito fortemente possa superare il vaglio della Consulta. È inquietante il fatto che la finalità di risparmio (del tutto ipotetica) viene posta sullo stesso piano di un diritto fondamentale. Non è accettabile, per nessun tipo di reato, che il dibattimento si svolga senza la presenza fisica dell’imputato. Chi ha frequentato le aule almeno una volta nella sua vita può capire l’enorme difficoltà, anche pratica, di difendere i propri assistiti collegati in videoconferenza.  Basterebbe questa sola modifica per giustificare un’astensione a oltranza dell’avvocatura, di tutta l’avvocatura. Qui sono in ballo i diritti fondamentali dell’individuo, che non può non essere presente quando si giudica sulla sua libertà personale. È il confine invalicabile tra la civiltà e l’inciviltà giuridica”.

Argomento caldissimo che meriterebbe forse una più attenta discussione nel nostro Paese, riguarda proprio la nuova disciplina sulle intercettazioni e la possibilità di usare i virus trojan. Qual è la sua posizione?

“Radicalmente contrario. Il sacrificio richiesto alla riservatezza delle persone dall’utilizzo di questi strumenti è esorbitante rispetto alle pur importanti ragioni investigative. L’invasività dei trojan non consente di rispettare, a differenza delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, quegli spazi minimi di riservatezza che il codice di rito oggi riconosce all’individuo”.

Di recente l’Aiga ha denunciato il pericolo di “deriva giustizialista” con riferimento ad alcune esternazioni del Presidente dell’Anm, Piercamillo Davigo. Ci può spiegare meglio?

“In Italia la Magistratura è un’Istituzione altamente credibile e, al netto di rarissimi personaggi disonesti, ignoranti ed esaltati (quasi tutti appartenenti alla funzione requirente), è composta di donne e uomini di elevato spessore culturale e di forte ispirazione garantista. Se il rappresentante dell’Associazione che rappresenta in modo compatto la categoria è ormai ospite fisso del circuito mediatico, e distribuisce pensieri degni di Torquemada, c’è il rischio che il popolo, nel cui nome, è bene ricordarlo, la giustizia viene amministrata, pensi davvero che dietro ogni indagato c’è un colpevole, dietro ogni persona assolta un delinquente con avvocati ben pagati o che hanno incontrato un Giudice non abbastanza severo.

Se le affermazioni che, per i giuristi, appaiono farneticazioni o “provocazioni intellettuali”, passano (grazie all’autorevolezza di chi le espone) all’opinione pubblica come reali necessità (non ascoltare i testimoni in dibattimento, dato che ci pensa la PG; abolire l’appello, perché è meglio un innocente in galera che un colpevole in libertà; che è meglio diminuire gli avvocati, per diminuire il numero dei processi), è evidente che si corre il rischio di un imbarbarimento dell’opinione pubblica, già pesantemente segnata dal livello infimo del dibattito politico”.

Alcuni dati salienti sui rapporti tra mezzi di comunicazione e processo penale in Italia presentati da Renato Borzone in occasione della lezione alla Scuola di Liberalismo FLE

Sappiamo bene come l’informazione in Italia non sia sempre rispettosa del principio della presunzione di innocenza: stando ai dati forniti dal libro “L’informazione giudiziaria in Italia” che denuncia le distorsioni del processo mediatico, non solo quasi la metà dei titoli dei giornali dedicati alla cronaca giudiziaria ha un’impronta colpevolista, ma nell’80 % dei casi, oggetto degli articoli sono le fasi dell’arresto, delle indagini preliminari e delle loro conclusioni. Fasi nelle quali è molto alta la probabilità di pubblicazione di atti segreti, attribuibile in parte ai giornalisti ed in parte ad avvocati e procure. Non crede sia il caso di riformare piuttosto la disciplina sul segreto, in una prospettiva più garantista sia della genuinità delle indagini che del rispetto della dignità dell’imputato?

“Sgombriamo il campo da un equivoco: gli atti coperti dal “segreto” non possono arrivare dagli avvocati, per il semplice motivo che nel momento in cui un avvocato è in possesso di un atto relativo al suo assistito il “segreto” non esiste più.  Gli atti cui fa riferimento sono quelli che, senza vergogna alcuna, le Procure diffondono quotidianamente ai giornali. Clamoroso il recente interrogatorio di un indagato legato al Sindaco di Roma, Raggi, i cui atti sono stati trasmessi in “streaming”, ossia in contemporanea con lo svolgimento dell’atto. Con i giornalisti che conoscevano (in anticipo) finanche i documenti “a sorpresa” che il PM si apprestava ad esibire all’interrogato.

Le faccio un altro esempio: i Carabinieri (o la polizia), dopo un arresto per omicidio, si preoccupano di far conoscere alla pubblica opinione le spontanee dichiarazioni dell’indagato rese in assenza del proprio difensore. Un atto che, in realtà, non è conoscibile (salvo eccezioni) nemmeno dal giudice del dibattimento. Le Procure, ormai, utilizzano i giornalisti come strumenti di investigazione, diffondendo a loro piacimento atti non ancora nel possesso dei difensori. E perseguono le fughe di notizie solo quando non funzionali alle esigenze investigative. I giornalisti, per quanto mi riguarda, sono sempre innocenti. Loro hanno un obbligo, deontologico, di pubblicare qualunque notizia sia rilevante. Non importa la fonte. Chiaramente, ci sono giornalisti e giornalisti. Quelli bravi distinguono una notizia, rilevante, per l’opinione pubblica, dalla curiosità sulla vita privata. Un’idea ce l’avrei: estromettere dalle indagini i PM che non sono capaci di tutelare la riservatezza dei propri Uffici, e che per volontà o disattenzione consentono le fughe di notizie”.