di Giovanni Salvatore Ventruto

Entro gennaio l’esame alla Camera dei Deputati. A ottobre il  referendum confermativo. Sarebbe questo il timing per la definitiva approvazione della riforma costituzionale voluta dal Premier Renzi, dal taxi Verdini e dal fido Alfano. Un testo che in nome della governabilità, della presunta necessaria velocizzazione dell’iter legislativo e della finta riduzione dei costi della politica concorre, in combinato disposto con l’Italicum (la nuova legge elettorale in vigore dal 1 luglio 2016), all’omicidio della democrazia nel nostro paese.

Quante volte negli ultimi anni abbiamo sentito parlare di lentezza del Parlamento? Quante volte, in un momento storico di grande disincanto e insofferenza nei confronti della politica si è paragonato la velocità d’azione di Camera e Senato a quella di una lumaca? Quante volte si è considerato il bicameralismo perfetto come capro espiatorio dell’incapacità o del ritardo con cui le istituzioni danno risposte ai bisogni e alle esigenze dei cittadini?

La riduzione dei componenti del futuro Senato e il forte ridimensionamento delle sue funzioni vengono presentate dal premier Renzi e dalla sua ancella Maria Elena Boschi come la panacea di tutti i mali, dimenticando che quando i partiti hanno bisogno di un disegno di legge lo approvano con inusuale rapidità. Su tutti la recentissima legge Boccadutri, approvata in soli 40 giorni, che permetterà  a tutte le forze politiche presenti in Parlamento, tranne il M5S, di intascare 45 milioni di euro di rimborsi elettorali senza alcun controllo sui bilanci.

Renzi e il suo staff definiscono questa riforma come la più grande operazione di riduzione dei costi della politica della storia repubblicana, evidenziando un giorno sì e l’altro pure che i futuri 100 senatori non riceveranno “alcuna indennità”, ma omettono di dire che questi ultimi si vedranno assegnato, con futura legge ordinaria, un “emolumento di carica territoriale che potrà avere come tetto massimo lo stipendio del sindaco capoluogo di Regione”. Sarà questo uno dei motivi che porterà i cittadini a dire NO a questa riforma.

Non è solo questo “piccolo” dettaglio però a farci capire che questa riforma dovrà essere respinta con il referendum, ve ne sono altri e sono anche tanti. Prima di tutto la trasformazione del Senato in un potenziale rifugio per consiglieri regionali e sindaci indagati, ai quali sarà riconosciuta l’immunità parlamentare e la possibilità di farla franca. Dei 100 componenti, 74 saranno consiglieri regionali e 21 i sindaci. “Non ci saranno più i senatori a vita” ha continuamente ripetuto Matteo Renzi nei mesi scorsi, ma gli ex capi dello Stato continueranno di diritto a essere senatori a vita e il Presidente della Repubblica potrà sempre nominare fino a 5 senatori con un mandato settennale non rinnovabile. Bugie che si vanno a sommare ad altre bugie, fino a creare un castello di menzogne destinato prima o poi a crollare.

Per mesi il dibattito politico è stato incentrato sull’elettività o meno dei futuri senatori, fino all’accordo raggiunto all’interno del PD con cui  si è stabilito che i componenti del nuovo Senato saranno eletti dagli organi delle istituzioni territoriali in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri e i sindaci, secondo però  le modalità stabilite da una legge che sarà approvata da entrambe le camere.  Su questo punto, come ripeteva un famoso conduttore di qualche anno fa, sorge spontanea una domanda: se si demanda ad una legge la definizione delle modalità di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra i consiglieri e i sindaci, quale significato assume quel “saranno eletti in conformità alle scelte degli elettori”? E soprattutto come avverranno queste scelte e in che modo sarebbe stata garantito il diritto dei cittadini a scegliersi i propri rappresentanti? Chiunque sia in grado, in questo momento, di sciogliere questi dubbii si faccia avanti, ma temo che l’attesa sarà lunga.

“Non permetterò che il Senato si trasformi in un museo” aveva detto il Presidente Grasso a settembre, ma il testo approvato dall’aula lo scorso 13 ottobre va nella direzione opposta: scompare il rapporto fiduciario col Governo e riconosce a Palazzo Madama un ruolo prettamente marginale nell’iter legislativo. Il Senato, infatti, sulla base del famoso emendamento del Senatore PD Cociancich, sul quale ancora si attende l’attestazione di originalità della sua firma, avrà solo funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione Europea, di partecipazione alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione Europea e di valutazione dell’impatto che tali politiche avranno sui territori.

A sgombrare il campo da ulteriori dubbi ci pensano gli articoli 10 e 11 della Riforma, che andranno a sostituire gli articoli 70 e 71 dell’attuale testo costituzionale. “La funzione legislativa – si legge ad esempio nell’articolo 10 – è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi Costituzionali, nonché per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e per quella che stabilisce le forme e le modalità di partecipazione dell’Italia alla formazione e attuazione della normativa  e delle politiche dell’Unione Europea”. Per tutte le altre leggi è la Camera dei Deputati ad avere la competenza con il Senato che avrà solo un ruolo meramente consultivo, facendo di fatto venire meno quel compito, che i nostri Padri Costituenti avevano sapientemente affidato a ciascuna Camera, di poter riparare ai possibili errori e disattenzioni prodotti dall’altro ramo del Parlamento su un disegno di legge.

Il bicameralismo perfetto per il premier Renzi rappresenta il male assoluto di cui bisogna liberarsi per far ripartire la nostra economia. Non importa se questa riforma abbinata al premio di maggioranza alla lista ( dichiarato peraltro già incostituzionale dalla Consulta con sentenza n. 1 del 2014 in merito a quello di coalizione previsto nel Porcellum) e ai capilista bloccati previsti dall’Italicum restringe gli spazi di partecipazione democratica dei cittadini. Non importa come si governa. L’unica cosa che conta è far passare la democrazia in secondo piano, far credere che lo scempio della nostra Costituzione, mascherato da tagli ai costi della politica, sia necessario per decidere più velocemente e meglio, lasciando però il problema principale sotto al tappeto: quello della selezione della classe dirigente.