Dietro la rincorsa alla fantomatica “governabilità” si cela un cambiamento politico – istituzionale rilevante. Vi è un sostanziale accentramento dei poteri su modello francese; in quest’ottica dobbiamo considerare l’Italicum e la riforma costituzionale come un pacchetto unico. La legge elettorale nasce come superamento del Porcellum dichiarato incostituzionale per le liste bloccate e il premio di maggioranza senza soglia minima. Con l’Italicum i problemi non sono stati risolti, infatti buona parte dei deputati sarà direttamente nominata dai partiti poiché i capilista di ogni collegio plurinominale sono bloccati. Inoltre, il premio di maggioranza con la soglia minima del 40% viene neutralizzato dall’istituzione del ballottaggio che consegna il premio non alla coalizione, ma alla lista. Dal 24 aprile del 1944  ad oggi si sono sempre e solo succeduti governi di coalizione o sostenuti da una maggioranza di coalizione; con l’attuale legge elettorale il potere è concentrato in un unico partito distorcendo la volontà manifestata dal corpo elettorale e i seggi ottenuti dalle singole  liste. L’Italicum dunque premia una lista singola, rappresentanza di una parte ristretta dell’elettorato, sacrificando sull’altare della governabilità i principi democratici tanto cari a quella sinistra salottiera.

La riforma costituzionale sposta la concentrazione del potere dalla lista vincente al governo da essa espresso. Attraverso il dibattito parlamentare la riforma costituzionale poteva essere segmentata in maniera tale da approvare i punti dettati dal buon senso come: l’eliminazione dei senatori a vita (il Presidente della Repubblica potrà egualmente nominarli ma saranno in carica 7 anni), la soppressione del CNEL, l’abolizione delle Province, l’introduzione del referendum propositivo. Questo non è stato fatto per furbizia, legando le parti contestate della riforma alle parti ampiamente condivise dall’opinione pubblica. Per legittimare la legge, fatta da una maggioranza drogata, si è fissato l’appuntamento referendario ad ottobre 2016, trasformando ancora una volta il referendum in un plebiscito a favore o meno del governo. Sembra quasi che la personalità del Premier si sia sdoppiata, da una parte il Renzi che sbraitava contro il referendum sulle trivellazioni in mare perché era diventato una consultazione contro il governo, dall’altra un Renzi che “ci mette la faccia” e parla di dimissioni nel caso la riforma fosse respinta e quindi trasformando il referendum in voto di  fiducia  al governo da parte dell’elettorato.

Entriamo nel merito. Il Senato non viene abolito, avrà un ruolo consultivo e sarà composto da 21 sindaci, 74 consiglieri regionali, 5 componenti nominati dal Presidente della Repubblica. Non esprimerà fiducia al Governo e potrà legiferare in specifici casi, ad esempio le leggi costituzionali. La struttura del Senato resta e restano i costi per mantenerla in vita, un organismo superfluo, senza reali poteri di raccordo tra Stato ed Enti locali, composto da rappresentanti non eletti per quel ruolo e impegnati per un altro mandato. Inoltre, la carica dei senatori 2.0 è legata al singolo mandato territoriale, dunque, sarà presente un ciclo di sostituzione continuo dei componenti del nuovo Senato, non garantendo dunque un ruolo consultivo stabile. Banalmente sorge la domanda, perché non risparmiamo denaro e aboliamo un organismo di pura formalità?

L’elezione del Presidente della Repubblica sarà in seduta comune, ma effettivamente è la Camera ad essere protagonista di questo processo. Il Senato composto da 100 rappresentanti degli enti territoriali, continuamente riciclati e con due mandati differenti, non è una contrapposizione forte ad una Camera dei deputati pragmaticamente nominata per 2/3 dalla lista vincente. Inoltre, non vi saranno più i delegati regionali. Questo indica semplicemente che l’elezione del Presidente della Repubblica non sarà un processo di forte condivisione.

La riforma triplica le firme per presentare una legge di iniziativa popolare, da 50.000 a 150.000.

Il Governo potrà chiedere alla Camera di pronunciarsi su un disegno di legge entro 70 giorni, emarginando ancora il dibattito parlamentare, uno dei principi della repubblica parlamentare. Inoltre, il Governo potrà, con provvedimenti provvisori, disciplinare sullo svolgimento delle elezioni e sul procedimento elettorale. In caso di dissesto finanziario il Governo potrà escludere i titolari di organi di governo regionali e locali.

L’accentramento dei poteri nello Stato e quindi anche nel Governo è ancora rinforzato dal riordinamento delle competenze fra Stato e Regioni.  Lo Stato avrà competenza esclusiva sull’istruzione universitaria e la programmazione per la ricerca, sul governo del territorio, sui porti ed aeroporti civili di interesse nazionale ed internazionale, e soprattutto sulla produzione e trasporto dell’energia. Non solo, il Governo potrà ancora intervenire in materie di competenza delle regioni se la questione è d’interesse nazionale. Ovviamente non sono solo queste le modifiche previste dalla riforma. A questo punto analizziamo meglio quali saranno i risultati dello stravolgimento del Titolo V della Costituzione su dettagliato.

La già triste diaspora delle università del Sud sarà accentuata, una volta centralizzato il potere, e ancora una volta sarà premiato l’Ateneo che parte da condizioni più rosee rispetto a quello che migliora  partendo però da condizioni ben peggiori. Dunque sarà confermato l’andazzo già presente. Le Regioni non potranno nulla contro le decisioni nel campo energetico che, unite allo Sblocca Italia, piegheranno ogni contro motivazione ambientale da parte dei cittadini e degli Enti locali all’interesse nazionale. Verranno ancora razionalizzati porti e aeroporti a livello nazionale, soprattutto a discapito del mezzogiorno, questo a favore del bilancio statale. Verrà sempre più a mancare la responsabilità politica degli amministratori locali.

Molte altre argomentazioni bisognerebbe esplicitare e approfondire ma, concludendo, risulta chiaro che se al referendum d’ottobre vincesse il sì, la repubblica parlamentare cambierebbe volto. Molto più autoritaria e oligarchica. Un eccessivo centralismo tende a soffocare i momenti di partecipazione democratica e il dispotismo di una minoranza, diventata maggioranza alla tornata elettorale, lascia poco spazio a chi dissente.