Rifondazione Comunista non è un partito. È una categoria dello spirito. È la sintesi di tutti gli errori che ha commesso la sinistra, l’esemplificazione di come condurre al fallimento un’intera area politica.

C’è da stupirsi, con la crisi attualmente in corso in Italia, che le istituzioni politiche siano occupate da quelle stesse forze che hanno la responsabilità del presente stato di cose. Ciò è determinato non tanto dalla popolarità di queste forze (una su tutte, il Partito Democratico), un astensionismo così alto non si è mai visto in Italia, paese tradizionalmente con un elevato livello di partecipazione politica; si deve piuttosto all’inconsistenza e all’inettitudine di partiti che avrebbero dovuto opporsi a questo establishment. Anche la nascita del Movimento Cinque Stelle (il quale sembra per altro aver già esaurito la sua spinta iniziale) è stata resa possibile dall’assenza di un soggetto di opposizione non tanto a questo o a quel governo, ma alla più generale politica che è stata perseguita negli ultimi tre decenni da tutti i governi che si sono succeduti. Una politica ultra-liberista, acriticamente e servilmente europeista e atlantista, inadeguata ad affrontare efficacemente i veri drammi sociali: non la legge elettorale o le riforme costituzionali, ma la disoccupazione, la deflazione, la mancanza di tutele sul lavoro, la progressiva destrutturazione dell’apparato industriale nazionale, un tempo fiore all’occhiello di quella che fu la quinta potenza economica mondiale.

In queste condizioni, ci si sarebbe aspettata l’affermazione di un’area, quella della sinistra (che alcuni definiscono “radicale”) e dei partiti che si inscrivono in essa. Ciò non è avvenuto, ed anzi la sinistra in Italia è in uno stato a dir poco comatoso, contrariamente a quanto avviene in altri paesi mediterranei (i PIIGS) Grecia, Spagna e Portogallo. La forza che avrebbe dovuto raccogliere l’eredità del PCI, o più in generale del marxismo italiano, doveva essere non il PDS-DS-PD – presto destinato a chiudere definitivamente con quella tradizione e passare al fronte liberale e liberista – ma quel partito che ambiva a far rinascere il comunismo italiano in seguito alla dissoluzione del PCI decisa dalla maggioranza; quest’ultima avrebbe poi formato la classe dirigente del “centrosinistra” la quale avrebbe governato l’Italia per molti anni (e che continua a farlo nonostante tutto ancora oggi). Con lo spostamento “a destra” del PDS-PD, o per meglio dire con lo spostamento di tutto lo spettro politico verso posizioni ultra-capitaliste e globaliste, un partito come Rifondazione Comunista avrebbe avuto nel tempo ampi margini di miglioramento nei consensi. Se non fosse stato per la scarsa lungimiranza dei suoi dirigenti, e probabilmente anche della base.

Rifondazione Comunista scelse una linea non conflittuale nei confronti del centrosinistra (ovvero degli ex miglioristi e di un nutrito gruppo di ex democristiani). Dalla famosa “desistenza” del primo Bertinotti si passò presto a un’alleanza vera e propria e a una graduale integrazione di RC all’interno del centrosinistra. La segreteria di Bertinotti (che prestò riuscì a emarginare la componente cossuttiana e le altre minoranze) decise di porre il proprio partito non in rottura con i “cugini” del nuovo PDS ma in un rapporto di cooperazione “distaccata”. Ovvero, alleanze condizionate che duravano fin quando lo si riteneva conveniente. La linea di Rifondazione Comunista doveva perciò essere flessibile e tatticista. L’adesione al primo governo di centrosinistra fu interrotta nel ’99 dall’ala bertinottiana, fatto che segnò la scissione del partito. Una pessimo tempismo, che consegnò il governo nelle mani della parte più filoamericana della coalizione, quella facente capo a Massimo D’Alema, giusto in tempo per permettere che l’intervento militare contro la Serbia procedesse senza intoppi. Più tardi però questa alleanza sarebbe stata presto ricostituita in nome della solita retorica antiberlusconiana e mai più interrotta fino alla costituzione del PD.

RC si trovò a subire passivamente una serie di azioni dei governi che appoggiava come la legge Treu sui contratti flessibili che segnò l’inizio della precarizzazione dei contratti di lavoro. Le drammatiche elezioni del 2008, furono soltanto la logica conseguenza di oltre un quindicennio di opportunismo: l’esclusione della cosiddetta “sinistra radicale” dal Parlamento. RC per tutto questo tempo ha avuto una posizione ambigua nei confronti del centrosinistra. Sebbene questo non fosse più progressista della destra berlusconiana ha potuto contare anche sui suoi voti. La linea di Bertinotti è stata tutta tesa alla capitalizzazione immediata del consenso, priva di qualsiasi strategia di largo respiro. Sosteneva gli alleati, ma allo stesso tempo li criticava. Dava il suo appoggio a governi che hanno permesso l’entrata nell’euro e la distruzione del welfare italiano, ma poi si defilava per poterne trarne vantaggio alle successive elezioni. Qualcuno lo avrebbe definito opportunismo socialdemocratico.

Non possiamo sapere cosa sarebbe successo se RC avesse adottato una chiara linea di opposizione tanto nei confronti di Berlusconi quanto del centrosinistra (che in realtà era una “nuova destra” mascherata) rifiutando qualsiasi alleanza. È possibile che sul breve periodo sarebbe stata danneggiata, in un momento in cui l’Italia politica si divideva tra berlusconiani e anti-berlusconiani. Ma nel momento in cui quel dualismo effimero sarebbe scomparso, avrebbe potuto trarne grande vantaggio. Che risultato avrebbe conseguito, oggi, una forza non collusa col sistema di potere che vige dagli anni ’90 e coerente con i propri ideali fondativi? È lecito chiederselo in un panorama politico a dir poco sconfortante. Ma occorre essere realisti e bisogna riconoscere che il progetto di Rifondazione è fallito prima ancora di iniziare, perché la scissione con il post-comunismo non è stata portata fino alle sue più radicali conseguenze. Ci si è illusi che nei “cugini” occhettiani (e poi dalemiani) si potesse trovare comunque un valido alleato preferibile a Berlusconi. La storia ha mostrato che fu un grosso errore, pagato a carissimo prezzo.

La situazione della cosiddetta “sinistra radicale” ad oggi è pessima. L’eredità bertinottiana, per quanto imbarazzante, non è stata certo gestita nel migliore dei modi. Un coacervo di sigle, diverse ad ogni elezione, si sono susseguite senza cambiare il risultato: la costante esclusione della sinistra non solo dalle istituzioni ma, fatto ben più grave, dalla coscienza della popolazione italiana. Nel 2008 “Sinistra Arcobaleno”, nel 2009 (dopo la successione che ha posto Paolo Ferrero a capo del partito) nasce la “Lista Anticapitalista” che si presenta alle Europee con un triste risultato. Progetto abortito a cui successe un altro triste fallimento, quello di “Rivoluzione Civile”, anch’esso subito bocciato e, infine, quello dell’“Altra Europa con Tsipras” delle ultime Europee, con cui Rifondazione si è fatta usare da Repubblica permettendo di eleggere Barbara Spinelli e Curzio Maltese, riuscendo a farsi escludere nuovamente pur avendo superato la quota di sbarramento. È difficile comprendere come usare il nome di un politico straniero e candidare dei giornalisti di una testata vicina al PD invece che propri militanti possa condurre a ottimi risultati.

Sembra quasi che serpeggi un “complesso di inferiorità” che induca a nascondere le proprie idee dietro sigle improbabili ed estemporanee. Perché non mostrare orgogliosamente il proprio nome? Perché mutare ad ogni elezione disorientando i propri elettori potenziali? Si cerca di unificare partiti, movimenti, personaggi della cultura, sotto un’unica lista, purché possano richiamarsi anche solo vagamente alla parola “sinistra”. Questa mania dell’“unitarismo” nuoce alla sinistra quanto un tempo lo “scissionismo”. Se esistono due diversi partiti, perché bisogna unirli a tutti i costi sotto un’unica insegna? Invece di portare avanti coerentemente una propria linea, Rifondazione ha voluto intraprendere scorciatoie, come fece Bertinotti. Il continuo mutamento della propria linea (assieme all’assenza di un valido supporto teorico-critico) è stata una delle cause principali dell’insuccesso della sinistra in Italia. Ma gli eredi di questa tradizione non sembrano far tesoro degli errori passati e si ostinano pervicacemente a proporre comportamenti opportunisti, incoerenti e improvvisati, dettati dal caso e dall’adattamento fortuito alle condizioni particolari, più che da una lucida e ponderata scelta strategica.