Scrivere di politica è uno dei compiti più difficile per un giornalista. Lo è, soprattutto, per la responsabilità che questo comporta. In una società democratica specialmente, la stampa ha un compito fondamentale: rendere pubblica la vita politica, informando il cittadino sui fatti di rilievo permettendogli di formulare la propria opinione. Il fatto politico in quanto tale, tuttavia, non è notizia, di per sé stesso non ha significato: è l’interpretazione del fatto, che spetta al giornalista, a creare la notizia politica. Un avvenimento, un vertice, ufficiale o a porte chiuse, una dichiarazione, un comunicato stampa, avulsi dal contesto, dalla successione dei fatti, dall’analisi di questi, non significano nulla. Dunque è il giornalista, collegando i fatti tra loro, a dare un senso dell’avvenimento che viene raccontato. Questo apre la questione del background culturale dell’interprete. Cosa sa, in cosa crede, secondo quali categorie concettuali legge la realtà il giornalista?

Anche le testate, così come il giornalista, hanno una loro visione del mondo. Gli enduring values (valori durevoli) permeano un quotidiano e lo caratterizzano, costituiscono la sua identità, ed è questa a determinare la fidelizzazione del lettore, che si riconosce nello stesso universo culturale cui fa riferimento il giornale. Deciding What’s News di Herbert Gans è fondamentale a riguardo. Gans analizza vent’anni di attività di quattro giornali, alla ricerca di un campo di valori in grado di caratterizzare il loro rapporto col pubblico, di un insieme di atteggiamenti e sentimenti in qualche modo catalogabile. Ebbene, lo trova. Questo introduce un’importante questione: il rapporto dialettico tra società e media, che ne sono una rappresentazione. Quanto la rappresentazione influenza la società e quanto la società indirizza la stampa. In politica il tema è esiziale. Secondo Jurgen Habermas l’opinione pubblica nasce in Inghilterra nella seconda metà del Settecento, quanto Tories e Whigs si confrontano aspramente a colpi di editoriali. La figura chiave il filosofo la individua in Henry Saint-John Bolingbroke, autore di feroci campagne stampa di opposizione al governo Walpole sul suo Craftsman. Nel 1781 l’Oxford Dictionary registra la voce public opinion.

Da allora il giornalismo politico ha mutato più volte il suo rapporto nei confronti del potere. Talvolta si è preoccupato di informare su di esso, cercando di interpretare i fatti ricorrendo a criteri di obbiettività ed onestà. Ha raggiunto in alcuni casi i limiti del formalismo burocratico, come gli esordi della Rai negli anni ’50. Più spesso ha (in)formato per il potere, costruendo ed organizzando il consenso od il dissenso, e il tema è al centro di una serie di articoli di Walter Lippmann, raccolti nel primo dopoguerra in Liberty and the News. Questo nei regimi democratici (Lippmann era americano) come, più chiaramente, in quelli autoritari. Alle volte invece la stampa politica si è autoassegnata il ruolo di guardiana della democrazia, fino agli estremi retorici dei giornalisti watch dogs contro il potere. In Italia l’esempio forse più emblematico è quello delle celeberrime domande di Repubblica a Silvio Berlusconi sul caso di Noemi Letizia. La risonanza sulla stampa internazionale fu notevole.

Più spesso, la stampa assume tutti questi ruoli assieme, destinando ad essi spazi diversi all’interno del quotidiano. Nelle pagine delle maggiori testate coesistono due tipi di informazione politica, si parla di doppia funzione. Una è quella passivo, della cronaca, nel quale teoricamente il giornale si pone al servizio del lettore, cercando di imporsi l’etica dell’obbiettività; l’altra è quello attiva, attraverso la quale il quotidiano si mette al servizio delle opinioni, prendendo apertamente posizione, facendosi portavoce di una linea ben precisa. In alcuni casi però (anzi, si potrebbe dire sempre, in senso lato) la funzione attiva si appropria impropriamente di quella passiva, entrando nella cronaca, nel modo, nella forma, nel colore che a questa vengono dati. Scrivere i titoli e accostare i fatti secondo interessi ed interpretazioni di parte, esplicitando in forma velata quegli enduring values che costituiscono l’anima del giornale. In realtà, scrivere attraverso quegli enduring values. Anche in questo caso Repubblica è paradigmatica. Alberto Papuzzi fa un rapido confronto tra il coverage che il quotidiano fondato da Scalfari e il Corriere della Sera hanno riservato alla campana elettorale del ’96. Il Corriere dedica molto più spazio alla funziona attiva: quattordici editoriali a cinque, sei rubriche d’opinione a quattro, sei vignette a quattro. Il quotidiano di Confindustria tuttavia è sostanzialmente imparziale nella qualità delle sue opinioni, Repubblica no, prende esplicitamente posizione. E’ nella cronaca tuttavia che si percepisce fortemente la partigianeria dell’esposizione. Il colore dato ai pezzi è intenso e mirato. I titoli dati ai reportage delle feste elettorali dei due schieramenti sono esemplificativi: “Centrosinistra in piazza con l’Ulivo: eccoci, ora vogliamo governare” e “Centrodestra a piazza Navona, Berlusconi in ritardo: e finalmente arrivò il cavaliere”. La domanda di fondo dunque assume una nuova precisione: non si tratta più di capire quanto la stampa influenzi l’opinione pubblica, ma quanto lo facciano i valori che esprime. E’ qualcosa di più profondo, che va oltre la contingenza delle battaglie politiche per entrare nel campo dell’antropologia e della sociologia. E il corollario di questa riflessione è scontato: chi, o che cosa, decide i valori durevoli di una testata?

In una cosa sicuramente i media hanno un’influenza decisa, un potere reale: porre l’agenda politica, come dichiara Charles Green in The Role of the Media in Shaping Public Policy. In una società nella quale, sempre più, si espande il campo del politico, nel quale tutto può essere in un certo senso politico o politicizzabile, la notiziabilità dei fatti assume una rilevanza nuova. Decidere se pubblicare o meno una notizia significa far esistere o meno il fatto. Interpretarla attraverso certi schemi mentali, certi valori durevoli, significa “politicizzare” la cronaca, cioè uno spazio teoricamente di informazione passiva, trasformandolo in attiva. Se rilanciato a sufficienza, il fatto diventa una notizia così pressante da creare un dibattito, una questione di opinione pubblica. Questa può essere completamente nuova, riguardare campi mai investiti dalla politica, fino a poter costituire una svolta notevole per la società che la legge. Può essere importante o frivola, può distrarre da altri temi più importanti o focalizzare l’attenzione su una necessità latente. Può avere, in sostanza, effetti negativi o positivi sulla società nella quale si trova a recitare il lettore. L’esempio più banale è il caso di Rosa Parks, la donna nera che si oppose alla segregazione razziale su di un autobus di Montgomery. Fu la stampa a creare il fatto politico, che fino ad allora non si era mai posto, perlomeno non con tale veemenza. Quanto contarono i media e quanto l’humus culturale di quegli Stati Uniti ormai pronti alla de-segregazione? O viceversa, quanto quell’humus fu preparato dagli stessi media?

Dunque questi sono gli strumenti, le modalità attraverso le quali l’opinione pubblica prende corpo, si relazione col lettore che è allo stesso tempo cittadino, interagisce con la politica e con la società e viene influenzata da esse plasmandole a sua volta. Risuonano, ad un secolo di distanza, le parole di Lippmann: “Quanto ha senso parlare di possibilità di partecipazione e di scelta dei cittadini, quando chi ci governa può impiegare mezzi e risorse per costruire il consenso?”. E quindi come capire, come muoversi, nell’universo di parole che prima le edicole e ora la rete ci mettono a disposizione, per essere cittadini consapevoli?

Ogni lettore dovrebbe porsi la domanda prima di acquistare un giornale. Questo piccolo gesto, nato in senso moderno con la penny press, ha in realtà una ricaduta fondamentale sulla vita di tutti i giorni. E’ il potere della scelta, la possibilità di indirizzare consapevolmente l’opinione pubblica. In sostanza, il potere di decidere quale direzione prendere, nonostante l’organizzazione del consenso.