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Fu così che Lazzaro risorse dal sepolcro. Romano Prodi, ex dirigente dell’oramai defunta organizzazione politica de L’Ulivo, è stato recentemente colto da una mistica ondata di entusiasmo circa la possibilità di ricostruire un nuovo centro-sinistra. Come Maometto ai piedi della montagna, egli ha ricevuto il profetico compito di annunciare l’idea fresca e originale di ricompattare il fronte progressista. Peccato che il Mortadella non abbia considerato l’idea che altre miriadi di forze politiche a sinistra tentino di ricucire i rapporti almeno da un decennio. Paradossale, inoltre, il fatto che proprio uno dei maggiori promotori dell’euro (recentemente semi-pentito riguardo al progetto) e della deriva monetarista dei democratici, voglia riproporre la ricetta fallimentare del centro-sinistra. Così, Prodi dichiara tutto il suo ottimismo ai giornalisti di Repubblica:

«Quella del centrosinistra unito non penso sia un’esperienza irripetibile. Non penso sia irripetibile, soprattutto dopo quello che sta succedendo. Io vedo che la gente ha bisogno di sentirsi unita in questo mondo che si disgrega, con Trump, con la Brexit, con le crepe che arrivano dappertutto. Io vedo che c’è un naturale desiderio di riunirsi ma è uno sforzo che non mi sembra impossibile»

L’affermazione dell’ex leader democratico suona piuttosto contraddittoria, è indice di un’alienazione storica rispetto al contesto presente. La disgregazione euro-americana e dell’unità fra stati nazionali è una decisione frutto di consapevolezza popolare. I cittadini italiani (ed europei) hanno rafforzato il proprio scetticismo in merito alla buona fede delle istituzioni politiche ed economiche continentali (Ue e Bce), optando per una speranza di benessere, il cosiddetto “welfare” tradizionalmente garantito dallo Stato. Espressione massima di questo sentimento è, semmai, la Brexit, frutto della presa di coscienza dell’importanza del concetto di sovranità monetaria. Allo stesso modo, la scelta di Donald Trump quale presidente degli Stati Uniti non è un caso. Il popolo americano è stanco, non è entusiasta all’idea di un mondo globalizzato, omologato dal punto di vista culturale ed economico, afflitto da guerre che la Nato porta avanti al fine di destabilizzare il Medioriente. La scelta protezionista e anti-militarista è, in definitiva, quella che ha prevalso, al di là di tutte le critiche morali che si possono muovere contro il presidente repubblicano.

 

Quando Prodi Parlava dell’Euro.

Se queste sono le convinzioni del vetusto uomo di “sinistra”, non esistono neanche i presupposti politici per la costruzione di un nuovo progressismo che, lucidamente, altri leader più giovani sono in procinto di orientare su posizioni decisamente differenti rispetto a quelle del liberista emiliano. Stefano Fassina, ex democratico, e deputato del nuovo progetto politico “Sinistra Italiana”, il 13 gennaio ha rilasciato un’interessante intervista per Blasting News, dove imbastisce un discorso di natura opposta rispetto alle “tesi” prodiane. Alla domanda del giornalista sulle intenzioni di ricostruire il centro-sinistra:

«E’ fuori dalla realtà parlare di questo. Noi siamo su posizioni opposte al PD. Fa parte di un passato che è finito perché lo scenario politico è diventato tripolare e perché il programma che quel centrosinistra ha portato avanti, si è dimostrato un programma sbagliato. Noi vogliamo l’abrogazione del Jobs Act, continueremo a lottare per eliminare la norma che rende impossibile il reintegro dei lavoratori licenziati senza giusto motivo, faremo una battaglia referendaria per cancellare i voucher (…) Vogliamo invertire la rotta su scuola e sanità (..)»

Le affermazioni di Fassina sembrano decisamente più realistiche e pragmatiche rispetto al sentimentalismo anti-populista pronosticato da Prodi. Di certo, occorrerà del tempo per comprendere se le nuove posizioni di Fassina si riveleranno intellettualmente sincere, ma non si può negare la prassi contenutistica del discorso. Anche le posizioni sulla questione euro nella medesima intervista sembrano cavalcare l’onda del dissenso:

«La parte che io rappresento dentro SI è convinta che sia giunta purtroppo l’ora di costruire un progetto per superare l’Euro. Una moneta fondata sulla svalutazione del lavoro. E una forza politica che vuol dare più valore al lavoro, dentro la gabbia dell’Euro, non può riuscire a portare avanti le proprie iniziative»

Questo costituisce un segnale non trascurabile di un cambiamento ideologico all’interno del mondo progressista. Si tratta di un contenuto molto più propositivo e radicale rispetto a ciò che propugnava il Partito Democratico ai tempi di Bersani, teso più a contrastare l’ala berlusconiana che i nemici interni al partito. Come affermava Vladimir Lenin, dimenticato dalla “sinistra” in buona parte liberal, è necessario fare autocritica.

E proprio l’esame di coscienza e l’umiltà di ammettere i propri errori costituiscono i fattori del fallimento delle politiche del centro-sinistra negli ultimi 15 anni. Dalla riforma Berlinguer sull’istruzione per giungere all’avvio delle trattative per l’ingresso nell’euro-zona, non vi è mai stato un governo abbastanza capace di innovarsi e di stare al passo con le istante sociali. Anziché guardare alla tutela dei lavoratori, negli ultimi anni la galassia progressista sembra aver indetto una gara per premiare la forza politica che più si distaccasse dal socialismo e dai suoi principi. Si può dire che, tra il PD e la disciolta organizzazione Sinistra Ecologia e Libertà, vi sia stata non poca concorrenza in tal senso. Non a caso, è innegabile che adesso sia tutto da ricostruire. Del resto, l’ascesa di Renzi è stata la punizione del fato, la diretta conseguenza di un gioco politico utile ai leaderismi alla Vendola, utili alla vanità e ai narcisismi personali, ma non alla risoluzione dei problemi del paese. La Sinistra e il centro-sinistra hanno attraversato una profonda crisi d’identità, culminata nell’estremismo dell’ortodossia liberista costituita dal Partito Democratico, dal quale milioni di progressisti italiani non si sentono rappresentati. Le dimissioni di Renzi a dicembre, legate all’insuccesso della riforma costituzionale, rivelano un segnale decisivo: l’attuale classe dirigente e il suo modus operandi sono oramai anacronistici, costituiscono la rappresentanza di un ristretto gruppo elitario, quello finanziario e industriale. Le vesti pseudo-democratiche degli ultimi governi (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni) sono state gettate via dallo stesso popolo che la tecnocrazia italiana mirava a ingannare.

Certamente, questo periodo storico potrebbe rivelarsi propizio per le sorti del progressismo e della sinistra italiana. Già forze minoritarie quali il Partito Comunista di Rizzo hanno avviato un’intesa con movimenti quali Alternativa per l’Italia di Antonio Rinaldi, al fine di costituire un fronte sovranista sul suolo italiano. Un’altra realtà interessante è la piattaforma EuroStop, nata nel 2015 con l’obiettivo di costruire un movimento politico popolare di classe (precari, operai, disoccupati) contro le élites dominanti. Se soggetti politici numericamente più consistenti quali Sinistra Italiana procederanno in questa direzione, allora è auspicabile la costruzione di una rete, di un grande movimento d’opposizione alla gabbia europeista. Ciò non significa rinnegare l’essere europei o cadere in orgogli nazionalistici, bensì restituire il giusto valore e peso politico alla funzione dello Stato, nel rispetto dei popoli che abitano l’Europa.