L’apparente celodurismo europeo di Matteo Renzi si è scontrato con la burocratica rettitudine nordica di Jean-Claude Juncker. In questi giorni i rapporti tra la Commissione Europea e Roma vengono presentati dai media come ai minimi storici e il Ministro degli Esteri Gentiloni ha dovuto addirittura ricordare l’esistenza di un governo italiano pienamente funzionante ad una Commissione che lamentava l’esistenza di interlocutori.

La realtà è che sia Renzi che Juncker sono due uomini schiacciati tra le loro esigenze politiche personali e la realtà del disegno europeo, ormai ordine immutabile per grazia divina. Juncker aveva iniziato il suo mandato promettendo un piano europeo di grandi investimenti infrastrutturali ormai in larga parte disatteso. La politica sull’immigrazione fa acqua da tutte le parti e rinfocola i nazionalismi mettendo a rischio l’esistenza di Schengen. L’economia stenta a ripartire, ancora logorata da asimmetrie e austerità. La fiducia nelle istituzioni comunitarie è ai minimi storici. Come sottolinea giustamente Marta Dassù su la Stampa, il pallino del potere è passato nelle mani del Consiglio, sempre che se ne fosse mai allontanato. Renzi d’altro canto ha dovuto fare i conti con una realtà palese da ormai un ventennio. A dispetto delle parole di circostanza di Padoan, l’interesse nazionale italiano e gli interessi di cui si fa portatrice l’Unione non collimano.

Per cui ad entrambi non è rimasta che un’arma, per cercare di rimanere in sella o lasciare un buon lascito storico: darsi la colpa a vicenda. In un innocuo e vago gioco delle parti, i due leader si rinfacciano le ragioni di successi economici nell’ordine dello zero virgola e di successi politici più facilmente classificabili come insuccessi. Di temi coi quali cavalcare l’onda mediatica e giocare a rimpiattino ce ne sono a iosa. Dai 3 miliardi alla Turchia per i profughi siriani alla mancata redistribuzione per quote, che il governo italiano chiede da mesi. La questione delle sanzione alla Russia e il parallelo progetto di raddoppio di North Stream, dopo il definitivo abbandono di South Stream, ripropongono l’incoerenza e il contrasto degli interessi tedeschi e di quelli italiani.

I temi più caldi però, sui quali si deciderà buona parte del futuro politico di Renzi, sono principalmente due, come ricorda Marco Zanni, europarlamentare 5Stelle: le clausole di flessibilità alla legge di Stabilità e la badbank in salsa italiana. Per entrambe le questioni i nodi dovrebbero venire al pettine in primavera.

Renzi si è vantato, al termine del semestre europeo a guida italiana che gli è piovuto dal cielo, di aver introdotto la flessibilità in Europa. Avesse detto “tra gli anfratti concessi dall’austerity per statuto” sarebbe stato più credibile. Resta il fatto che buona parte della legge di Stabilità è in deficit. Sono circa 16 miliardi, che in caso di bocciatura per non conformità da parte della Commissione significherebbero una contromanovra recessiva, e allora anche i più zero virgola sbandierati dalla grancassa mediatica del Premier andrebbero a farsi benedire. Juncker ha aspettato un anno per cercare di rivendicare il merito almeno di quel piccolo passo, ammettendo implicitamente il suo ruolo di mediazione tra gli interessi italiani (e dei PIGS in generale) e quelli del Nord rigorista.

La badbank sta diventando invece questione annosa, e mette molto di più i bastoni tra le ruote di Renzi. Se sulla flessibilità era possibile, e sarebbe stato opportuno, creare un ampio fronte a sostegno delle posizioni italiane, molti dei Paesi sensibili sul tema avevano già approfittato dell’ampia finestra consentita dall’Unione agli aiuti pubblici nel settore bancario negli anni peggiori della crisi. All’epoca si salvarono le banche spagnole, ad esempio, e oggi Renzi fa fatica a farsi approvare il piano che vede la Cassa Depositi e Prestiti garantire i crediti incagliati che dovrebbe “prendersi in pancia” la Bce. La questione è tuttavia delicata. I recenti casi di Banca Etruria e simili hanno fatto crollare la fiducia nelle istituzioni bancarie. Col bail in già in funzione e il fondo interbancario comune neanche all’orizzonte, il Premier rischia di trovarsi con una patata bollentissima tra le mani. Alla faccia dei più zero virgola, le sofferenze bancarie sono aumentate, novembre su novembre, del 18,4% nel 2015. Ormai hanno superato quota 200 miliardi, sono registrate a bilancio dalle banche già svalutate del 44% e ABI non prevede che calino prima del 2017. Una crisi di sistema non è un’ipotesi così remota.

Di fronte a questo scenario Renzi ha scelto di giocare la carta più scontata e più ovvia. Un finto celodurismo accompagnato dalla cieca accettazione del dogma europeista, correndo sulla sottile lama di rasoio che si trova tra le due istanze. In questo modo si tiene buono l’elettorato tradizionalmente anti-nazionale del Pd, incapace di scorgere alternative a sinistra di esso, e spera di rubare consensi anche a destra o al Movimento 5 Stelle, cioè alle forze più euroscettiche (e in alcuni casi decisamente nazionaliste) che prosperano sulle miserie dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, sarà facile dare la colpa all’Europa in caso di nuove manovre correttive e nuovi segni meno.

Si tratta, tuttavia, di un gioco pericoloso e se n’è accorto Scalfari, ormai l’ultimo dei federalisti europei, che ha tuonato dalle pagine di Repubblica. L’anziana penna ha accusato Renzi di alimentare il vento del nazionalismo che soffia sull’Europa, di fatto ri-legittimandone il linguaggio e il senso a sinistra. A primavera, in caso di insuccesso sui due fronti principali e di nuovi segni meno, il rischio è quello di legittimare anche presso gli elettori più europeisti le stesse forze veramente euroscettiche. L’incompatibilità tra interessi italiani e progetto europeo è sempre più palese.