di Lorenzo Stella

Matteo Renzi, pur di non trarre delle conclusioni sensate, se ne scappa in Afghanistan lasciando a politologi, opinionisti e testate l’arduo quesito: il segretario del PD ha vinto o ha perso queste elezioni regionali? In realtà la risposta più ovvia al quesito, cioè Renzi ha ottenuto un pareggio, potrebbe essere quella più esatta, ma anche quella nettamente più mal vista dal Presidente del Consiglio che, fino ad ora, ha ottenuto sole vittorie.

Di motivi e di dati che possono far parlare di una vittoria renziana ce ne sono a iosa. Primo fra tutti il punteggio calcistico che ha misurato queste elezioni: calcisticamente parlando un 5 a 2 è ben più pesante e incisivo rispetto a un 4 a 3 e solo per questo il PD potrebbe festeggiare. La vittoria dei Dem nelle regioni del centro e del sud della penisola fanno anche riflettere su come Renzi sia riuscito a candidare le persone con la più vasta rete clientelare. Checché se ne dica, infatti, nell’Italia meridionale il voto è ancora una questione clientelare, nel senso più legale del termine, e in questo il Matteo del PD ci aveva visto giusto: formare il partito ad immagine e somiglianza della Democrazia Cristiana, anche nei suoi aspetti meno lodevoli, ha reso i suoi frutti. Poco conta che i candidati del meridione non siano mai stati avvezzi alla corrente renziana del partito: la struttura creatagli intorno dal leader è stata l’ago della bilancia. Basti pensare a De Luca: qualsiasi altro candidato sarebbe stato stroncato su due piedi dalle urne se fosse finito nella lista dei “cattivi” a 48h dal voto, eppure il candidato campano ha stravinto. L’unica causa plausibile di questo successo è proprio la rete clientelare cucitagli addosso dal partito.

Il fatto che il PD abbia vinto con candidati non renziani getta luci e ombre nella mente del segretario: l’altra faccia della medaglia è che il PD ha perso con i candidati renziani. La Paita e la Moretti, facenti capo a quella corrente renziana – femminista dei Dem che si riconosce nel Ministro Boschi, sono state largamente superate da Toti e Zaia; un risultato quasi scontato in Veneto, ma decisamente stupefacente nella rossa Liguria. Nella regione che fu di Burlando, inoltre, si è compiuta una vera e propria guerra intestina al centro sinistra e, infatti, la Paita ha perso l’appoggio dei civatiani coi quali, calcoli alla mano, avrebbe vinto su Toti. In questi casi, a quanto pare, ha influito sulla sconfitta del PD il termine di quello che è stato definito da molti come “Effetto Renzi”. Il Premier lancia i suoi candidati che scontano all’atto pratico la netta perdita di consensi e di fiducia nell’esecutivo italiano. Questo è sicuramente il primo motivo per imputare a Renzi una sconfitta elettorale, ed è anche il maggior vanto del Movimento 5 Stelle che, dato in perenne discesa dai sondaggi, conferma di avere uno zoccolo duro di elettorato, risultato invidiabile per un soggetto politico così volubile e fluido. La fine dell’effetto Renzi si riscontra anche nelle percentuali: il PD perde il 15% rispetto alle elezioni europee e regionali dello scorso anno, ma dietro questo aspetto vi è la maschera dell’astensionismo e dei flussi elettorali.

Per la prima volta nella storia italiana delle consultazioni elettorali sembra che l’astensionismo abbia colpito maggiormente il centro sinistra rispetto al centro destra. Un tempo erano i borghesi in grado di concedersi un week end al mare, insieme ai classici menefreghisti, i maggiori colpevoli dell’astensionismo e così il centro destra ci rimetteva; ne traevano guadagno i partiti fondati sull’ettorato proletario e agricolo, proprio quell’elettorato che oggi non appartiene più al PD. L’elettorato proletario si suddivide in sinistra estrema e, talvolta, extraparlamentare, e nei partiti identitari euroscettici come la Lega e Fratelli d’Italia, mentre l’elettorato agricolo ha già virato sulla lega fin dai tempi di Mani Pulite. Se il PD e i moderati di SC, DC e NCD scontano la piaga dell’astensionismo, il discorso è diverso per Forza Italia: chi votava FI “di pancia” si rifugia nella più appassionata Lega, chi votata FI “per opionion” ora è molto più attratto dagli atteggiamenti liberali di Renzi.

In conclusione è lecito attendersi una sorta di rilancio delle politiche renziane, in particolar modo a livello della politica endemica, per far si che un domani i candidati renziani possiano garantire la vittoria del PD e, di conseguenza, la ritrovata legittimità del segretario e la netta supremazia della corrente in capo al Premier. Tornando alla domanda principe di queste analisi è probabile che non si possa dare una risposta reale al quesito: Renzi ha vinto o ha perso? Anche perché in politica si vince o si perde, il pareggio non esiste. Renzi lo sa bene.