L’Italia ha la sua nuova legge elettorale. Si chiama Italicum ma piuttosto dovrebbe scriversi “Eatalycum”, con la “y” farinettiana di Eataly. Renderebbe forse meglio il senso di questa operazione di lifting politico-istituzionale Questa bella crasi di eat e Italy rende meravigliosamente bene l’idea: che poi è quella di mangiarsi l’Italia, con tutti gli ossi, e magari fargli anche le scarpe con l’aiuto della premiata ditta Della Valle. Il tutto, s’intende, con l’assoluta pretesa di essere nel Bene, e di vederlo, questo Bene, pubblicamente riconosciuto da tutto il condominio italiano.

Ovviamente qui ci si riferisce al senso puramente estetico del progetto istituzionale, quel progetto non solo cartaceo – oggi legge dello Stato (entrerà in vigore dal primo luglio 2016)- bensì palingenetico. E questo perché non si può fare della politologia in uno stesso scritto, se alla base vi é il supporto dottrinario di un Gaetano Mosca o di un Vilfredo Pareto e poi essere costretti a parlare di un Mattarella. Estetico, appunto, perché estetica ed etica, in fondo, sono la medesima cosa secondo Ludwig Wittgenstein. A differenza di quella berlusconiana non è affatto indotta, questa palingenesi; il presidente del consiglio è già ampiamente espressione di questo nadir, punto di intersezione tra il vecchio italiano (si diceva di Berlusconi: “è l’italiano medio”. Era vero solo in parte) e il nuovo italiano, per convenzione semplicistica e giornalistica detto “giovane”. Il concetto di “giovane”, questo caro vecchio mantra della politica italiana non ha nulla a che vedere con Mazzini, si tratta piuttosto di un mero espediente linguistico che serve a tenere buoni in cuccia figli e genitori, per aggiungere genitori a genitori politici. Poi succede che alcuni di questi figliocci del condominio democratico italiano credano davvero di potersi sentire parte integrante del condominio, colonne portanti persino, e di lottare davvero per la Giovine Italia. Sono i compagni di banco che sempre agitavano il ditino alzato per rispondere per primi alla maestra, quelli delle battute spiritose e della simpatia trasversale, quelli del sorriso alla Jovanotti sempre, anche quando gli muore il gatto; in poche parole, i fratelli di sangue – di più, d’elezione – del presidente del consiglio. Una sfavillante e Goetheiana affinità nazionale collettiva elettiva.

L’Italia ha la sua nuova legge elettorale, dicevamo, e questo non ha alcuna rilevanza politologica evidente, nel caso specifico in esame. Il perché è molto semplice, e già fu svelato in un’intervista televisiva da Leonardo Sciascia, che interrogato sul valore della Costituzione così rispose: «Lo Stato per me è la costituzione. E la costituzione non esiste più, nel senso tecnico anche… Io l’ho sempre pensato che la costituzione si fosse dissolta, ma proprio in questi giorni ho letto un libro scritto da un tecnico, un magistrato, “La costituzione di carta” di Mario D’Antonio, in cui tecnicamente viene detto che la costituzione della repubblica italiana praticamente non esiste più». E aggiungeva che «secondo la tesi centrale di questo giurista» eravamo già entrati «in una fase pre-Montesquieu in cui i tre poteri, che dovrebbero restare indipendenti, si sono riunificati nella partitocrazia. I partiti fanno le leggi, le fanno eseguire, le fanno giudicare. Quando c’è questo una democrazia non esiste più».

L’Italia ha la sua nuova legge elettorale, infine, e questo non può essere oggetto d’attenzione intellettuale alcuna, se mentre si scrive si pensa a Curzio Malaparte in riferimento allo stato pietoso delle cose, all’assenza totale di volo, di un dibattito quantomeno ragionato, a un tentativo di linguaggio più adeguato contrapposto a un pensiero teoretico-politico ridotto a centoquaranta caratteri. È il Malaparte che in “Tecnica del colpo di Stato” faceva già ampiamente chiarezza su questi continui 18 brumaio per caratteristi, ricordando che «l’errore delle democrazie parlamentari è l’eccessiva fiducia nelle conquiste della libertà, di cui niente è più fragile nell’Europa moderna» e che «questo errore proviene dal concetto che in una vera democrazia parlamentare il pericolo del 18 brumaio non esiste». Non è così, e i generali più pericolosi «sono i generali mediocri». Per non parlare delle nullità. Questo, forse, «non potrebbe mancare di svegliare qualche inquietudine», invece è sempre sabato, anche in politica, è sempre serenata moderata.

«Quel personaggio di Shakespeare, quel Bolingbroke, duca di Hereford, che diceva che «il veleno non piace a coloro che ne hanno bisogno», era forse un uomo libero»