di Alessio Sani

La metamorfosi di Matteo Renzi è quasi giunta a compimento: invece che svegliarsi scarafaggio tra qualche giorno si desterà Silvio Berlusconi. Dopo l’annuncio del mastodontico piano di taglio delle tasse che permetterà agli Italiani di riposare in pace sotto l’ombrellone è cominciata la caccia ai fondi per renderlo anche solo vagamente sostenibile. La prima indiziata era la Sanità pubblica, puntualmente attaccata da qualunque governo alle prese coi conti, e il piano di razionalizzazione della spesa da 10 miliardi in tre anni è già al vaglio del parlamento. Se non altro, va dato atto al Governo di aver abbandonato l’odioso e inutile anglicismo “spending review”: la nostra lingua è alle prese con le razionalizzazioni almeno dalla nascita della Repubblica e ha trovato per tempo la terminologia adeguata.

Se i risparmi che arriveranno grazie alla centrale unica per gli acquisti faranno passare in secondo piano le problematiche logistiche che li accompagneranno diverso è il discorso quando si parla di medicina difensiva. Uno degli obbiettivi principali del nuovo disegno di legge è infatti abbattere il numero di prestazioni “non appropriate” che i medici italici prescrivono all’interno del Sistema Sanitario Nazionale. Approfondimenti diagnostici strumentali e di laboratorio non rilevanti, visite specialistiche ridondanti, ospedalizzazioni di sicurezza, tutte pratiche che si sono radicate in Italia negli ultimi vent’anni fino ad occupare quasi il 10% del budget. In sintesi, il Ministero della Salute stilerà un protocollo d’azione: per ogni patologia saranno indicati gli esami dovuti, quelli possibili e quelli inutili. Se il medico incauto ne prescriverà uno non previsto per la particolare situazione del paziente pagherà di tasca propria, con un taglio in busta paga.

Ci sarebbe invece da chiedersi perché sia nata la medicina difensiva, e la risposta sta nell’essenza stessa della professione medica che è radicalmente mutata negli ultimi vent’anni. L’aumento vertiginoso del numero dei contenziosi medico-legali, delle denunce sporte da pazienti insoddisfatti o dai loro familiari nasce dal profondo cambiamento del rapporto medico-paziente. Da una medicina paternalista si è passati ad una medicina garantista, senza trovare il punto d’equilibrio nel giusto mezzo. La reverenza che il contadino portava per il medico condotto del paese non poteva, e non doveva, certo sopravvivere ai grandi cambiamenti dell’età globale, ma si è così assistito ad un ribaltamento delle aspettative. Se prima il paziente si recava dal dottore in cerca di umano conforto e di qualche materiale beneficio, oggi pretende la piena salute. Nella società della perfezione estetica la morte non trova più spazio, la menomazione permanente è diventata inaccettabile pertanto il disagio psichico e fisico non sono più colpa della malattia ma dell’imperizia del medico.

Dunque la classe medica ha trovato la risposta all’attacco dei pazienti nella medicina difensiva, nella tecno-burocratica richiesta compulsiva di esami e visite ridondanti, al fine di minimizzare i rischi in sede legale. Non è stata una scelta priva di costi. Così facendo una delle due anime della medicina giace agonizzante in corsia: l’aspetto umanistico della professione, quello che permetteva un tempo di definire quella del medico come una missione, si è inchinato all’imperare della tecnica. L’empatia umana, cardine del rapporto di fiducia tra curante e bisognoso di cura, ha preso l’uscio mentre entravano i macchinari per le tac e le risonanze magnetiche. L’intuito e le capacità razionali d’analisi che facevano di un medico un grande medico hanno ceduto il passo all’evidence based medicine e all’applicazione pedissequa delle linee guida stilate dall’OMS. La metà scientifica dell’anima eternamente divisa della medicina ha preso il sopravvento, il rapporto empatico medico-curante si è trasformato in un rapporto economico, la fiducia è venuta a mancare e contenziosi, prescrizioni di esami e spesa pubblica sono aumentati di pari passo.

Il governo Renzi, invece di rilanciare sulla necessaria umanità della medicina, ha deciso di rimanere strettamente ancorato al piano economico della questione. Di fatto, ha riscaricato il problema sulle spalle dei camici bianchi, spuntando loro le unghie con la minaccia della ritorsione in busta paga. A questi si porrà di fronte una difficile scelta tra coscienza e portafogli e non sempre sarà la prima a vincere. Di sicuro, razionalizzare in questo modo potrà avere effetti benefici sulla cassa della sanità pubblica, ma non ne migliorerà l’efficienza dal punto di vista che conta di più: il successo terapeutico.
Neanche avvicinerà i giovani alla medicina: denunce facili, limiti stingenti di prescrizione, linee guida ferree, la professione di Ippocrate assomiglia sempre più a quella del burocrate. Meno ancora, li avvicinerà al settore pubblico, visto che al netto dei medesimi rischi il privato garantisce guadagni nettamente maggiori.
Se l’80% dei contenziosi medico-legali avvenuti in Italia negli ultimi vent’anni si sono risolti a favore del medico, probabilmente la soluzione al problema risiede da un’altra parte: forse basterebbe reimparare ad accettare la morte come parte integrante della vita.