di Lorenzo Stella

I dati che tracciano un’emergenza senza precedenti stavolta non solo quelli urlati da un palco di un comizio leghista, ma del Viminale. 50 mila sono gli immigrati sbarcati sulle coste italiane solo in questi primi sei mesi del 2015. In gran parte provengono dalla Libia (45000), ma anche dall’Egitto (2000), dalla turchia (800) e dalla Grecia (700) a conferma di una carta dei flussi migratori profondamente segnata dai due fra i più importanti eventi di inizio secolo: la crisi economica e la primavera araba. E’ proprio su questa immane tragedia che coinvolge e sconvolge la politica estera e interna italiana che si sta combattendo una delle più sanguinose battaglie fra governo e regioni.

Qualunque esecutivo della prima Repubblica aveva sempre cercato di mettere il becco fra le questioni regionali il meno possibile dopo averle create: gli avveduti e scaltri democristiani ben sapevano che avrebbero scoperchiato il vaso di Pandora. Da mani pulite in avanti sono stati solo gli esecutivi comprendenti la Lega, tra i partiti più legati e radicati sul territorio, a trattare con mano pesante la materia delle regioni. Tuttavia ora Renzi può contare su una base di consenso abbastanza solida per poter dialogare anche con le regioni tranne al nord dove il PD ha incassato malamente gli ultimi colpi inflitti dalle elezioni regionali. Il settentrione ha visto il partito di governo sconfitto nelle due regioni al voto ed ora Toti e Zaia sono pronti a stringere un’asse anti immigrazione col governatore più agguerrito di tutti: Roberto Maroni.

Il Presidente della Lombardia è stato il primo a lanciare l’allarme e la sfida ai sindaci dei comuni più “accoglienti”: con una lettera rivolta a prefetti e amministratori locali, infatti, li diffida dall’accogliere nuovi immigrati, pena il taglio dei fondi regionali verso i comuni che infrangeranno questa regola. “Bobo” Maroni ha poi tentato di interrogare anche i suoi followers su Twitter tramite tre quesiti sull’immigrazione che non hanno avuto così tanto successo. Si è affrettato a seguire il “vicino di casa” anche il rieletto governatore Zaia: secondo il veneto la sua regione sarebbe una delle più “accoglienti” e, proprio in virtù di questo, sarebbe una bomba pronta ad esplodere. Infine si aggiunge al duo leghista il neo eletto Presidente ligure Toti che annuncia l’idea di imitare Lombardia, Veneto e Valle d’Aosta non appena entrerà in carica.

L’idea che quattro regioni del nord Italia possano chiudere le frontiere – in senso figurato ovviamente – fa tremare lo stesso Renzi. Lo scacchiere politico del settentrione è diventato un campo minato per il PD: se la Valle d’Aosta è governata dall’Union Valdotaine e sembra voler evitare l’invasione nel nome della propria autonomia, il Trentino Alto Adige ancora non si esprime, ma è difficile convincere i tirolesi ad accettare ulteriori presenze estranee nel loro territorio. Tolte le due regioni già citate rimane uno schieramento tre contro tre. Piemonte, Friuli ed Emilia sono goverate da tre renziani doc e difficilmente mancheranno di ribadire il loro appoggio alle politiche di sostegno agli immigrati del governo, anche se sono ugualmente pressati e messi con le spalle al muro dall’emergenza. Per fare un esempio piemontese: Chiamparino e Fassino non hanno perso tempo e già oggi sono corsi a ribadire la loro fedeltà incondizionata al premier e la loro disponibilità ad accogliere i migranti. Evidentemente sono stati colpiti da una perdita di memoria: è trascorso poco più di un mese da quando richiedevano a gran voce ad Alfano di poter impiegare le caserme per poter trovare un posto alle migliaia di nuovi arrivati. Se effettivamente Toti, Maroni e Zaia chiudessero le loro improbabili frontiere, tutti gli immigrati destinati al nord verrebbero plausibilmente dirottati in Piemonte, Emilia e Friuli mettendo seriamente in difficoltà i governatori. Siamo sicuri che la mossa dei tre governatori autarchici non sia un’abile strategia politica a lungo termine per far calare il consenso del PD al nord e per mettere a rischio il futuro del centro sinistra in due regione come Piemonte e Fiuli dove, prima di Chiamparino e Serracchiani, governava il centro destra?

Renzi sembra chiuso definitivamente in un cul-de-sac, l’unica sua speranza settentrionale risiede nelle elezioni amministrative del prossimo anno: l’immigrazione sarà uno dei temi caldi della campagna elettorale nei grandi comuni come Milano e Torino e solo allora il PD capirà se la strada intrapresa è quella giusta, quella con uno sbocco.