Dev’essere marchiata a fuoco nel dna italico la ricorrente ed inquietante tendenza degli abitanti della Penisola ad esaltare (ed esaltarsi) per personaggi controversi, ergerli a tutori della Patria e poi trascinarli nel fango tra il pubblico ludibrio. Dev’essere una forma di espiazione dolorosa per peccati mai commessi o che risalgono alla notte dei tempi. In principio venne Mussolini. La generazione dei nostri nonni gonfiò il suo ego già ipertrofico a suon di adunate oceaniche, per poi appenderlo a testa in giù tra sputi e calci. Poi venne il turno dei nostri padri, che si innamorarono di quell’artista della politica cui venne affibbiato il nomignolo Ghino di Tacco. Bettino Craxi finì tristemente la sua carriera in esilio, solo dopo esser stato esposto alla gogna mediatica di Mani Pulite. Infine, il 12 novembre 2011, un’ululante folla di ebetini ancora ignari del futuro prossimo accoglieva a colpi di spumante le dimissioni di Silvio Berlusconi, l’uomo che aveva dominato la Seconda Repubblica. Un seguace del Lombroso probabilmente troverebbe curiosa e forse inquietante la somiglianza fisiognomica dei tre leader condannati alladamnatio memoriae.

Oggi una nuova wikifalla, riportata da Repubblica e L’Espresso, fa tornare l’attenzione all’anno di passione che diede il colpo di grazia alla sovranità italiana. Che gli americani spiassero pressoché tutti i leader europei, Berlusconi e collaboratori strategicamente più rilevanti compresi, non dovrebbe stupire. Più interessante è il contenuto del leak. E’ il 22 ottobre 2011. Col solito gioco del ventriloquo, Angela Merkel fa dire alla marionetta inconsapevole Sarkozy che “mentre la solidità del Sistema bancario italiano potrebbe essere vera in teoria, le istituzioni finanziarie italiane potrebbero presto saltare come un tappo di champagne”, per poi rincarare “le parole non bastano più, servono decisioni”. Quali decisioni?

Forse è il caso di ripercorrere brevemente le tappe di quello che Habermas (citando Tremonti, allora Ministro dell’economia) avrebbe definito “un golpe dolce”. La pressione su Berlusconi inizia a farsi sentire già nell’autunno del 2010 con l’offensiva mediatico-giudiziaria per il caso Ruby e affini. In dicembre Fini tenta il colpo gobbo ma fallisce. Stando alle dichiarazioni di Amedeo Laboccetta, ex-deputato vicino al leader di AN, lo stesso Fini gli aveva confidato di avere l’appoggio di Napolitano. Ma questi, forse, sono ancora giochi di potere squisitamente interni. La partita inizia a farsi importante quando scende in campo Deutsche Bank che dalla fine del 2010, in soli sei mesi, si libera di quasi tutti i titoli di stato italiani: è l’attacco al nostro debito sovrano. L’effetto domino è notevole, l’esposizione finanziaria tedesca verso l’Italia scende gradualmente da 164 a 125 miliardi, Berlino riesce a collocare i suoi Bund a tassi ridicoli, l’uno per cento, quelli dei Btp man mano salgono. Lo spread fa la sua comparsa nelle discussioni da bar della Penisola. Stando all’inchiesta della Procura di Trani che vedrà a giudizio otto tra analisti e manager di Standard&Poor’s e Fitch, le agenzie di rating manipolano il mercato declassando il debito sovrano italiano da A a BBB+, di due gradini. Dalla stessa inchiesta emerge una mail interna di S&P, d’inizio agosto 2011, che giudica molto probabile la sostituzione di Berlusconi con un governo tecnico. Stando alle indiscrezioni riportate da Alan Friedman, Giorgio Napolitano contatta Mario Monti già nel giugno-luglio del 2011. Lo stesso Monti conferma di aver ricevuto “segnali in tal senso”, e si recherà in seguito, sempre nel corso dell’estate, a ricevere la benedizione di due nemici politici di lungo corso di Silvio Berlusconi, Romano Prodi e Carlo De Benedetti. Il 4 agosto arriva la famosa lettera dalla BCE a firma Draghi e Trichet, un commissariamento di fatto che sancisce l’obbligo di austerity per chiunque sieda a Palazzo Chigi, pena il mancato acquisto dei Btp sul mercato secondario. Lo spread arriva a 350 punti nonostante la manovra correttiva da 45,5 miliardi di ferragosto.

In autunno la situazione precipita. Hans-Werner Sinn, presidente dell’ Ifo-Institut, l’istituto di ricerca congiunturale tedesco, durante il convegno economico “Fuehrungstreffen Wirtschaft 2013” organizzato a Berlino dal quotidiano “Sueddeutsche Zeitung” dirà: “Sappiamo che, nell’autunno 2011, l’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha avviato trattative per far uscire l’Italia dall’Euro”. A Berlino dev’essere scattato l’allarme rosso. Il 23 ottobre, nella famosa conferenza stampa che seguì la cena intercettata, sempre per bocca di Sarkozy, Angela Merkel ride pubblicamente di Berlusconi. Lo spread vola, sfonda i 500 punti base. Arriva il tragico G20 di Cannes. L’altro condannato a morte, il premier spagnolo Zapatero, ricorda la strenua difesa della coppia Berlusconi-Tremonti di fronte alle pressioni della Merkel per accettare il commissariamento per opera del Fondo monetario internazionale. Dice proprio “catenaccio”, usando il gergo calcistico caro ad italiani e spagnoli. Il Caimano è ormai con le spalle al muro, il passaggio di consegne pronto, la sovranità di facciata dell’Italia squarciata come il velo di Maya. Il 9 novembre il differenziale arriva al massimo storico di 574. Il 12 gli ebetini sono in piazza a cantare il noto coro “buffone, buffone”, un’era politica si chiude nel pubblico ludibrio more solito.

Che l’austerità non ci avrebbe salvati era già noto ai più avveduti, come Alberto Bagnai, e infatti, mentre la recessione divenne una costante, lo spread, dopo un lieve calo, riprese a correre. Superò di nuovo quota 500, fino al celeberrimo “whatever it takes” di Mario Draghi, che si ricordò a cosa serve una banca centrale. Tre governi non eletti dopo, Renzi deve stare attento. Infilare il dito nella piaga del surplus tedesco è pericoloso, specie se intanto vai mendicando flessibilità di deficit. Berlusconi è durato vent’anni, lui potrebbe durarne solo due.