Il ricorso di Valerio Onida (presidente emerito della Corte costituzionale, già membro della commissione dei dieci saggi formata da Napolitano all’indomani delle elezioni) è solo ultimo atto di una battaglia che ha spaccato il paese in due, due volte: la prima tra sostenitori del si e del no, la seconda –ancora una volta- tra politica e società reale, visto il sostanziale disinteresse degli italiani nei confronti sia della riforma costituzionale che di quella elettorale. Ma prima ancora è l’ennesima dimostrazione di quanto poco sia trasparente il mare in cui continua a navigare – meglio, ad annaspare- la politica italiana, arrivata a questo referendum del 4 dicembre -ammesso e nient’affatto concesso che non venga rinviato- gonfia di polemiche, veleni, contraddizioni e paradossi. Abbiamo sentito ministri affermare “abbiamo dato la parola agli italiani”, quando ormai tutti dovrebbero aver capito che è la costituzione a dargliela perché in parlamento la riforma non ha raggiunto i 2/3 dei voti; abbiamo sentito un presidente del consiglio rimbrottato da Napolitano scusarsi per aver personalizzato (ricordate il “se vince il no cambio mestiere”?) e poi moltiplicare le sue presenze in tv tanto da far apparire il “filosofo” Cacciari, in confronto, un anacoreta; abbiamo sentito lo stesso Cacciari dire apertamente (con la consueta faccia schifata) “questa riforma fa schifo”, per poi aggiungere “ma la voto lo stesso” con motivazioni non così lontane, gira e rigira da quelle della ministra Boschi; abbiamo visto un parlamento votare la legge elettorale -il cosiddetto Italicum- definita dal governo la legge migliore del mondo e poi ora non c’è nessuno che non la voglia cambiare, compreso lo stesso presidente del consiglio, compresa la minoranza pd che lì per lì sembrava soddisfatta dell’escamotage trovato sui senatori eletti-nominati; abbiamo visto parlamentari Pd fatti fuori dalle commissioni, forzature delle regole democratiche messe in atto da una maggioranza eletta con una legge (il cosiddetto Porcellum) dichiarata incostituzionale dalla Consulta su un tema sul quale più di ogni altro si dovrebbero ricercare soluzioni il più possibile condivise; continuiamo a sentire ripetere dal governo che i due “UM”, Italicum e referendum, sono due cose distinte, quando invece è noto che l’Italicum è concepito per la sola Camera, dando per scontata la messa in soffitta dell’elezione dei senatori; stiamo vedendo un Bersani (quello che in campagna elettorale ironizzava su Brunetta (mi ci vedete voi a governare con lui? Chiedeva ironicamente alla platea) diventato suo alleato contro Renzi.

Abbiamo sentito ripetere fino alla noia che si deve parlare di merito e allo stesso tempo che con il SI il Paese si lascerà alle spalle tutto quello che non va in nome del miracoloso “cambiamento” un po’ come fu dopo Tangentopoli, quando i partiti invece di riflettere sul concetto di “rappresentanza” scaricarono tutte le colpe sul proporzionale assicurando che col nuovo sistema maggioritario la corruzione sarebbe stata un ricordo (i risultati sono sotto gli occhi di tutti…); abbiamo sentito e risentito il presidente del Consiglio chiedere, come già fece senza successo Berlusconi, un sistema più “semplice” (ovvero un sistema nel quale il capo del governo possa godere di più ampi margini di manovra) e poi formulare un art. 70 (sulle future competenze del senato) la cui lettura è più criptica (oltre che più inutile) di un testo di Lacan; abbiamo visto e continuiamo a vedere ex presidenti del consiglio paladini del famigerato “sistema-paese” come D’Alema attaccare il governo attuale alleato dei poteri forti; abbiamo visto andare in scena, schierato per il NO, un ritorno al futuro da effetti speciali, con gente come l’ex Banca d’Italia Lamberto Dini o l’andreottiano Cirino Pomicino; e dall’altra parte, a favore del SI, l’ex forlaniano Casini e l’ex magistrato ed ex presidente della Camera Violante, convinto però (o illuso?) allo stesso tempo che si possa (voglia) intervenire sull’Italicum. Questo crea uno squilibrio nel sistema politico, diceva a luglio, perché c’è un’investitura diretta del presidente del Consiglio e una indiretta del capo dello Stato»); abbiamo ascoltato domandare A e rispondere B o C, ad esempio, domandare se i nuovi senatori avranno l’immunità e rispondere “avranno l’immunità duecento e rotti parlamentari in meno”, oppure, sul fatto che la riduzione dei senatori sia una cosa positiva, che sarebbe stato meglio abolire il Senato oppure che si doveva ridimensionare anche la Camera; vedremo buona parte della nostra sinistra benpensante (quella che legge “la repubblica” e vede Fabio Fazio, per intenderci, quella che se le cose che ha fatto Renzi le avesse fatte Berlusconi sarebbe uscita dai salotti per andare nelle piazze) votare SI dopo aver votato NO all’analogo referendum su quelle modifiche costituzionali volute allora da Berlusconi che rivivono oggi in buona parte (titolo V a parte) in veste renziana; vediamo un Berlusconi teoricamente per il NO mentre il suo uomo delle televisioni Confalonieri si sbilancia per il SI; ma abbiamo visto il comico Benigni prima difendere la costituzione fino alle lacrime nel suo spettacolo televisivo e poi, trasformatosi in economista, affermare che votare contro la modifica sarebbe un’altra Brexit, quando perfino l’ autorevolissimo “Financial Times” ha definito le riforme di Renzi “un ponte sul nulla“.

Insomma, in questo gioco verbale e comportamentale dove l’unica costante si può dire sia solo la difesa a spada tratta del SI da parte di sistema bancario, della UE e di Confindustria, e che ha di fatto paralizzato l’attività del parlamento per tre mesi (troppo rischiosi nuovi voti per la maggioranza) ne abbiamo sentite e continuiamo a sentirle di tutti i colori su una riforma costituzionale voluta più di tutti da Napolitano e poi, dopo l’incarico ricevuto alla faccia del pupillo dell’ex presidente della repubblica Enrico Letta, brandita da Renzi a colpi di fiducia; una riforma che rimarca ancora una volta la distanza mai colmata della politica e dei partiti dai cittadini. E ora ci ritroviamo con una Consulta che ha deciso di rimandare a dopo il voto il giudizio su un ITALICUM che a parere di molti non rispetterebbe i criteri di proporzionalità e con un referendum che a questo punto, con i vari ricorsi a vari tribunali civili e amministrativi, viene ulteriormente avvolto in una nuvola di incertezza. Incertezza non superficiale, ma strutturale, perché la questione posta da Onida, che ha contato ben dieci “aspetti autonomi” (dalle modifiche al senato all’elezione del capo dello Stato, alle novità sui rapporti Stato-Regioni) sui quali a suo parere è sbagliato chiedere solo un SI o un NO, è che un quesito così concepito mette in discussione la natura stessa del referendum, che non può essere “confermativa” come scritto nel decreto firmato da Mattarella. Perché, a suo parere il referendum costituzionale è semmai oppositivo: “La circostanza che in questo caso sua stato chiesto anche dalla maggioranza non può avere l’effetto di trasformare la natura della consultazione”. In sostanza, dice Onida, non può essere un plebiscito, ritornando così come nel classico gioco dell’oca, al punto di partenza: alla personalizzazione renziana che tanto sembra preoccupare l’ex presidente Napolitano…