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“Se vince il SI avremo un paese più moderno e istituzioni più veloci”. Oppure “con la revisione del Titolo V si ridefiniscono finalmente le competenze di Stato e Regioni mettendo fine ai numerosi conflitti di competenza che da anni tengono sotto scacco l’Italia, facendole perdere terreno rispetto ai partners europei e internazionali”. Questi sono solo alcuni spruzzi del mare di retorica che in queste settimane viene mosso dal fronte del “SI”, impegnato a presentare la riforma costituzionale, sulla quale saremo chiamati a votare il prossimo 4 dicembre, come l’ultima opportunità di cambiamento per il nostro paese. Ma è veramente così o più semplicemente ci troviamo di fronte all’ennesimo bluff renziano? Per rispondere a questa domanda è sufficiente forse partire da un punto e cioè che il nuovo Senato, composto da consiglieri regionali e sindaci, ci viene presentato come una Camera che farà da cassa di risonanza alle istanze delle comunità e degli enti locali nel rapporto con lo Stato centrale e l’Unione Europea. È questa la motivazione che ha accompagnato la riforma, fin dall’inizio, quando nel testo esaminato in prima lettura, prima di ritornare al più tradizionale “Senato della Repubblica, si parlava addirittura di “Senato delle Autonomie”. Una dicitura che forse è parsa azzardata anche alla madre costituente Maria Elena Boschi di fronte all’abnorme iniziativa legislativa riconosciuta all’Esecutivo dalla riforma, nonché alla ripartizione delle competenze prevista nel nuovo Titolo V, dove si riassegnano allo Stato materie come il governo del territorio, le infrastrutture, la produzione, il trasporto e la distribuzione di energia. La previsione di una competenza esclusivamente statale nei settori appena menzionati, di fatto dominati da interessi lobbistici, ha un solo obiettivo: quello di accelerare sensibilmente la costruzione di gasdotti, oleodotti, inceneritori, discariche ed ogni altra opera altamente impattante per l’ambiente e la salute dei cittadini nelle aree dove il Governo lo riterrà necessario, scavalcando quel principio di “arretratezza in sussidiarietà”, sancito in molte sentenze della Corte Costituzionale, su tutte la n. 303 del 2003, che prevede il rispetto del canone di leale collaborazione e la concertazione tra tutti i livelli di governo coinvolti nella costruzione di queste opere.

Il Titolo V spiegato con semplicità da Alessandro di Battista

In pratica comunità ed enti locali non potranno più opporsi alla loro realizzazione perché al Governo sarà costituzionalmente riconosciuto il diritto di costruirle. La domanda allora sorge spontanea: quali saranno le istanze territoriali che consiglieri regionali e sindaci potranno portare nel nuovo Senato previsto dalla riforma costituzionale? Sicuramente, direbbero in molti, quelle riconducibili alle materie su cui lo Stato non ha competenza esclusiva. Osservazione che sarebbe giusta se non ci fosse la cosiddetta “clausola di supremazia”, che permette alla legge statale, su espressa richiesta del Governo, “di poter intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale” e alla Camera dei Deputati di poter ignorare sulle stesse materie le deliberazioni assunte a maggioranza assoluta dal Senato qualora nella votazione finale del provvedimento si pronunci con la maggioranza assoluta dei propri componenti”. Pertanto, è d’obbligo porsi nuovamente la domanda: i sindaci e consiglieri regionali che faranno parte del nuovo Senato in che modo potranno difendere e promuovere le istanze dei territori di appartenenza? Forse partecipando attivamente all’approvazione della legge di bilancio? No, neanche a quella, perché pur potendo automaticamente esaminare il testo, i pareri o emendamenti che proporranno non saranno, anche in questo caso, vincolanti (la Camera può non tenere conto delle modifiche presentate dal Senato). Esaminando nel complesso la situazione è, quindi, legittimo porsi alcuni interrogativi sull’effettiva utilità dei futuri senatori e forse qualcuno dovrebbe iniziare già da ora a cercare una giustificazione attendibile a quelle delibere con cui, in caso di vittoria del “SI”, gli Uffici di Presidenza delle Regioni stabiliranno l’indennità aggiuntiva per i consiglieri regionali che siederanno a Palazzo Madama. Perché non crederete al fatto che verrebbero a Roma gratis vero?