Si è parlato poco del referendum del 17 aprile e non è una coincidenza se il PD, di fronte a questo appuntamento referendario, appoggia l’astensione ignorando semplicemente questo evento. L’obiettivo del Governo di non arrivare al quorum è palese, chiaro come i 360 milioni di euro che volontariamente sono stati sprecati affinché la data del referendum non fosse accorpata a quelle delle amministrative e quindi per ridurre l’affluenza alle urne. Oltre il danno la beffa: il Premier incolpa le regioni  che hanno indetto il referendum sottolineando proprio lo spreco di denaro pubblico, il quale, a detta di Renzi, poteva essere usato per scuole, ospedali e quant’altro. Sentito questo, Emiliano non riesce a trattenersi e dà del “venditore di pentole” al suo Segretario. L’assemblea del PD sul tema è slittata al 4 aprile, evitando tensioni e spaccature, ufficialmente il Presidente Renzi non è tornato in Italia a causa del tragico incidente in Spagna che ha riguardato le nostre connazionali in Erasmus.

Dunque la tattica è delineata: evitare la discussione, volare basso e attaccare i sostenitori del SI attraverso un’opera di banalizzazione delle loro tematiche. Si parla di perdite di posti di lavoro, di un’occasione sprecata visto la preesistenza degli impianti, di bisogno energetico, di risparmio, di referendum strumentalizzato. Effettivamente il referendum del 17 aprile, se vincerà il SI,  non bloccherà la costruzione di nuove trivelle, ma il rinnovo dei permessi di estrazione delle postazioni petrolifere situate entro i 12 km dalla costa. L’indirizzo politico che il referendum ha assunto, causa di attacchi da parte dei sostenitori del NO, è invece rivendicato dai Comitati No Triv.

Questa è la battaglia delle migliaia di associazioni che si battono contro una politica energetica obsoleta, infatti, quello che i Comitati referendari vogliono dare è un segnale forte al Governo. Far cambiare rotta ad una politica energetica che punta ad una crescita vecchio stampo.  Dario Faccini (segretario di Associazione per lo studio del piccolo per il petrolio) analizzando i dati ufficiali del Ministero dello Sviluppo Economico afferma che, se il referendum passasse, rinunceremmo alla produzione di 2,1% di gas e allo 0,8 % di petrolio. Inoltre Greenpeace sottolinea il calo progressivo di consumo di gas e petrolio dal 33% al 21,6%. In corrispondenza abbiamo un aumento di energia elettrica prodotta da rinnovabili al 37,5% (dal 33,9% del 2013). Mentre l’energia elettrica ricavata da fonti tradizionali è scesa dal 53,3 al 48,8%. (fonti Terna, operatore di reti per la trasmissione dell’energia elettrica). Attualmente la rete di centrali idroelettriche in Italia produce più energia di quanto potrebbe immagazzinare e non vi è traccia di un piano per  sviluppare questi stabilimenti. Curioso come poi si pone il problema della perdita di posti di lavoro. Il referendum bloccherà il rinnovo delle estrazioni, non intaccando nessun tipo di contratto precedentemente stipulato, questo vuol dire semplicemente una cosa: non ci sarà nessuna chiusura repentina di postazioni petrolifere, ma nella stragrande maggioranza dei casi questo avverrà tra più di 10 anni, tempo più che sufficiente per assorbire qualsiasi perdita.Per quanto riguarda la sicurezza delle trivellazioni, Greenpeace è sull’allerta. Tramite istanza pubblica di accesso agli attial ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, sono stati richiesti i dati di monitoraggio degli impianti in questione. Il Ministero ha fornito dati relativi al triennio 2012-2014 di 34 impianti su un totale di circa un centinaio. Questo di per sé è sconvolgente, e cosa ancora più tragica è che i dati sono raccolti da ISPRA, proprietà dell’Eni che è il gestore delle stesse piattaforme. Questi dati mostrano chiaramente una contaminazione oltre i limiti di legge.

Altra sfida del referendum è la lotta contro l’accentramento di potere in materia di politica energetica, mediante lo Sblocca Italia la partecipazione degli Enti Locali è venuta meno. Per giunta, attraverso un emendamento alla Legge di Stabilità sono scomparsi i principi di “strategicità, indifferibilità, urgenza, pubblica utilità” che, in qualche modo, garantivano all’interno dello Sblocca Italia il carattere di emergenza per l’attuazione di procedimenti fulminei. Sono proprio i consigli regionali i protagonisti di questo confronto. La sottrazione di responsabilità in materia energetica agli Enti Locali renderà sempre più difficile individuare i colpevoli di probabili decisioni scellerate.

In maniera spocchiosa gli “strateghi energetici” in salsa renzianaliquidano lafaccenda come la solita lagna ecologista. Gli stessi “strateghi” rincorrono l’autonomia energetica con ulteriori trivellazioni, cosa impraticabile  visto la finitezza della risorsa in questione. La ramanzina dell’aumento del traffico di petroliere nell’Adriatico non è una replica, ma un ulteriore obiettivo della lotta per l’aumento delle rinnovabili, che porterebbe a un calo reale e a lungo termine di importazioni dall’estero.E se la risposta è quella di sfruttare quel poco che abbiamo, il paradigma è un altro: vale la pena perdere  tempo e risorse per qualcosa che certamente sappiamo non sarà la soluzione definitiva ai nostri problemi energetici, e che constatiamo non essere soluzione incisiva nel presente? Attuando una roulette russa dove in gioco è la difesa del nostro territorio?

La risposta si riflette in una delle regioni più povere d’Italia, nonostante le trivellazioni e l’enorme quantità di petrolio estratto, i giovani lucani emigrano esponenzialmente. E davanti a questo dato, ogni polemica cessa d’esistere.