Continua la predazione capitalista di quanto è rimasto del Made in Italy. Una recente inchiesta del Financial Times rivela come il 2015 sia stato l’anno dei record, sia per valore che per numero degli accordi transfrontalieri di fusione e acquisizione. Oltre 50 miliardi di dollari per 248 operazioni, a fronte dei 25 miliardi del 2014 e i neanche 20 del 2013. Alcuni degli accordi sono stati particolarmente sostanziosi ed hanno riguardato pezzi da novanta della nostra industria, come la discussa Opa di Hitachi su Ansaldo o l’acquisto di Pirelli da parte di ChemChina per 9 miliardi.

In tempi di globalizzazione e di asservimento, la maggior parte della stampa finanziaria ha salutato con toni generalmente entusiasti le operazioni. Vengono sempre evidenziate le grandi prospettive globali che il gruppo acquisirà, o l’impegno da parte dell’acquirente di turno a mantenere direzione ed impianti in Italia, poi, passata la fase di attenzione mediatica, che cosa succeda non è dato sapere. Forse centri di ricerca ed uffici potranno anche rimanere, di sicuro gli utili prendono altre strade che portano lontano dal Paese. Che siano fondi d’investimento a scalare percentuali sempre più importanti del capitale quotato o corporation di grosso tonnellaggio a far shopping di gioielli della meccanica o della moda di lusso poco importa, siamo alla fine di un’epoca, quella del capitalismo di relazione all’italiana incapace di reggere l’urto del darwinismo globale.

In realtà, l’inettitudine e l’asfitticità della nostra classe dirigente economica sono sempre state delle costanti nella travagliata storia del Paese. Dall’unità ad oggi, relazioni, amicizie, agganci ed i favori che portavano con sé, hanno avuto un peso smodato nel determinare il successo delle imprese, sempre comunque sottodimensionate (come i capitali che vi stavano dietro) rispetto alle esigenze dell’Italia. Non è un caso che uno dei motori dell’eccezionale sviluppo del dopoguerra sia stata la tanto vituperata azienda pubblica. Quando mancano i capitali e gli imprenditori, senza bisogno di tirare in ballo l’etica protestante di Max Weber, o trovi chi sopperisca da qualche altra parte o non hai sviluppo. In Italia chi ha sopperito è sempre stato lo Stato. Si è trattato di volta in volta di interventi difensivi, volti a tappare le falle che mano a mano si aprivano nel comparto privato, con interventi più o meno diretti, ma anche di poderose offensive, specie nei settori strategici, che richiedevano grandi capitali che semplicemente non sono mai esistiti in questo lembo di terra così lontano dallo spirito anglosassone che domina il mondo. Ferrovie, fonti di energia, grande siderurgia, meccanica, imprese militari e autostrade, l’intervento del pubblico è stato decisivo. Al suo fianco, poté sopravvivere qualche grande famiglia con le mani in pasta e soprattutto nascere una notevole schiera di homini novi, i padri della piccola e media impresa, tante volte semi-artigianale, che ci ha consentito di vincere il ritardo cronico in cui annaspavamo.

Con la globalizzazione e l’apertura dei mercati, soprattutto di quelli finanziari, col colpevole abbandono all’economia mista, con l’avvento dell’euro e dei vincoli europei, l’intero sistema è stato spinto in crisi. Intanto cambiavano i paradigmi culturali, ciò che prima era buono diventava improvvisamente cattivo una campagna stampa dopo l’altra. E’ stata una resa su quasi tutti i fronti. Pochissimi sono stati in grado, o hanno avuto la volontà, di fare il grande salto e diventare competitor globali. Gli altri, uno alla volta, sono stati comprati, gli ultimi pezzi nel 2015 dei record.

Di una cosa però va dato atto al governo Renzi: a venderci siamo sempre stati bravi, ma loro lo sono più degli altri. Il Financial Times individua, tra i fattori decisivi “l’istituzione di enti governativi e canali giudiziari dedicati agli investitori stranieri e specialisti assegnati ai grandi investitori per aiutarli a uscire da possibili difficoltà. Mentre la fiducia in un governo stabile è stato un altro fattore chiave per rassicurare gli investitori stranieri”. Come ebbe a dire una volta Montanelli, “nei mestieri servili siamo sempre stati i più bravi di tutti”.